La
diversità non riconosciuta, come luogo di assenza di
diritti;
Cosa vuole dire “diversità”? Quale sia il vero senso di questa parola lo scopri il giorno in cui avvicinandoti ad un normalissimo servizio, che esprime il diritto conquistato o da sempre riconosciuto alle persone, questo diritto ti viene negato in modo più o meno diretto. La diversità la scopri nel momento in cui tu non puoi essere chiaramente te stessa, ma sei costretta a nasconderti per poter continuare a vivere usufruendo degli elementari diritti della persona, per conservare il tuo lavoro, per poter camminare per strada senza essere additata od insultata, per avere un affitto senza maggiorazioni assurde o anche per non essere sfrattata. La diversità ti viene chiara nel suo significato quando la società nel suo complesso, conoscendoti per quella che effettivamente sei, ti esclude, ti toglie il saluto, ti evita, ti isola. Ecco quando comprendi veramente cosa significa la parola “diversità”.
La diversità non è qualcosa di “mentale” e di “ideologico”, la diversità è una condizione di vita che non riesce a conformarsi ad un concetto di “normalità”, dove per alcune persone questo è praticamente impossibile, e per altre è possibile solo a costo di grandissime sofferenze e negazioni. Dobbiamo, però, fare un chiaro distinguo nell'ambito di quello che è l'atteggiamento sociale nei confronti della diversità, poiché non tutte le diversità hanno la stessa identica reazione sociale e subiscono lo stesso stigma, esclusione ed emarginazione. Tutte le diversità subiscono una negazione dei diritti, ma in modo diverso, poiché la società ha atteggiamenti diversi in relazione al tipo di diversità dalla “norma”. Diverse sono le donne, le persone disabili, le persone di diverso colore dalla maggioranza, le persone anziane, le persone malate, come diversa è la persona che non ha raggiunto la “maggiore” età, così come diverse sono le persone omosessuali, bisessuali, quelle transgender e quelle transessuali.
Ora, se ci soffermiamo un attimo e riflettiamo, ci rendiamo conto di quanto il concetto di “normalità” o di “norma” sia dettato esclusivamente da un fattore culturale, il quale ha eletto come “norma” umana il “maschio bianco adulto sano”, e per tanto rientra nella “normalità” tutto ciò che in un qualche modo corrisponde o si avvicina a corrispondere a quanto questa “norma” implica culturalmente. A tutte le persone che non corrispondono a questa norma è riconosciuto in modo inequivocabile uno stato di diversità; alla donna, alla persona disabile, alla persona con colore diverso della pelle, alla persona anziana o malata o giovane viene riconosciuto che la loro diversità dalla “norma” è indipendente dalla loro volontà, e per tanto – anche se spesso solo sulla carta – a loro vengono riconosciuti dei diritti come le cure sanitarie, il lavoro, una casa, i documenti che indichino la loro identità, potersi sposare o quanto meno vivere apertamente la loro affettività, il poter essere incarcerati nel rispetto del loro genere o della loro condizione. Vi sono tuttavia delle diversità a cui questi elementari diritti non sono affatto riconosciuti come alle persone omosessuali, transgender e transessuali pre-operazione.
Perché la società non riconosce a queste persone lo status di diverse? Perché la società – ancora legata a schemi culturali psichiatrici e della medicina ormai superati da almeno 50 anni – continua a ritenere che la persona omosessuale, transgender e transessuale abbia fatto una scelta di diversità, cioè abbia scelto di collocarsi fuori dal concetto di “normalità”, per cui è giusto che anche subiscano le conseguenze della loro scelta.
Ma è vero che una persona omosessuale, transgender o transessuale ha fatto una scelta, resa ancora più grave perché ritenuta contro natura?
Il vero problema è proprio qui, cioè nel fatto che nella omosessualità come nel Disagio d'Identità di Genere (transgender e transessuali) non vi è alcuna scelta. Non è vero che ci sono traumi o educazione o ambiente familiare o una malattia psichiatrica che sembrano causare tale disagio, ma chi potrebbe affermare che la persona sceglie la sua diversità sessuale, soprattutto quando questa è un dato di natura. Tale posizione è oggi sostenuta erroneamente e contro ogni evidenza scientifica, tant'è che oggi si è riconosciuto che la persona Omosessuale non è malata ma semplicemente appartiene ad una delle tante possibili varianti della creazione di Dio che certo non è conforme a quella “norma” che culturalmente si è voluta imporre da sempre, ma che è indipendente dalla sua volontà quanto quello di essere nata femmina o con pigmentazione diversa o con una disabilità. Caso diverso è quello riferito alle persone con Disagio d'Identità di Genere, le quali ancora rientrano nelle patologie di tipo psichiatrico, ma già è in elaborazione il documento che eliminerà tale questione. Il vero problema, in merito al Disagio d'Identità di Genere (DIG) è che, diversamente dalla omosessualità, necessità di cure mediche e di procedure legali che hanno un notevole costo. Attualmente, grazie alla collocazione del DIG nelle patologie psichiatriche, gran parte delle cure ormonali, visite endocrinologiche, esami e l'operazione finale, è passata dalla Sanità Nazionale attraverso le varie ASL. Il problema è quindi se alle persone transessuali sarà riconosciuto comunque il diritto ad essere seguite gratuitamente dalla Sanità anche nel momento in cui il DIG non sarà più nelle patologie psichiatriche.
I problemi legati ai diritti della persona, fra l'altro, non sono allocabili nella definizione di categorie di persone, ma ad una reale emancipazione sociale, nella quale la persona – indipendentemente da il suo orientamento sessuale, dal suo genere di appartenenza o dalle proprie idee, etnia ed altro – abbia lo stesso diritto di vivere in piena dignità. Il non voler riconoscere questa diversità, semmai andando a cercare delle cause sociali o ambientali o traumi infantili, implica per la persona omosessuale o con disagio d'identità di genere l'esclusione di quelli che sono i minimi diritti della persona.
Anna Saccomani
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