Una lettera e una risposta che fanno riflettere. Non se ne può più di sentire gli stessi discorsi, le stesse critiche, perfino le stesse parole…
E
se cercassimo di essere più seri noi lettori, distinguendo, approfondendo,
confrontando, staccandoci dal coro, eccetera?
L’intellighenzia: quale peso dare alle sue
opinioni
Come si fa a negare l'egemonia culturale (o molto più spesso pseudo
tale) della sinistra, quando essa si è esplicitata a livello addirittura
mondiale, almeno negli ultimi trent’anni? Che cosa sono, se non prove provate
di questa egemonia, i Nobel a Fo, Grass, Saramago, Arafat, Kofi Annan eccetera;
gli Oscar a Benigni, Bertolucci, Salvatores. Lo Strega e altri premi letterari
a vedove/i e orfani/e di Moravia, a fronte di un Berto, di un
Come si spiegherebbe altrimenti
una fiction sulle foibe dopo mezzo secolo, a fronte di migliaia di libri e film
sui crimini nazifascisti?
Natalino Russo Semina, natalinosem@alice.it
Caro Russo Seminara,
l’intellighenzia è composta da un largo numero di
scrittori, giornalisti, letterati, studiosi e scienziati delle più diverse
discipline.
Ma è anche, al tempo stesso, un grande club unito da regole di ammissione e
cooptazione.
È una repubblica delle lettere che tende ad adottare una
stessa ortodossia, a recitare lo stesso credo e ad avere gli stessi tic.
Esistono naturalmente anche i dissidenti, gli esuli, gli isolati e i
bastiancontrari.
Ma il linguaggio
della maggioranza è naturalmente quello che leggiamo e ascoltiamo più
frequentemente in molti articoli, proclami, manifesti, interviste e, beninteso,
nelle motivazioni dei premi letterari o scientifici. Per quasi due generazioni
l’ortodossia della intellighenzia occidentale è stata ispirata da una
dichiarata sensibilità per i diritti umani e civili, le sorti del Terzo mondo,
la tutela dell’ambiente, la promozione sociale delle minoranze e delle donne,
la emancipazione dei «diversi» dalle norme tradizionali che li relegavano ai
margini della società.
A questa
sensibilità progressista corrisponde una spiccata diffidenza, se non
addirittura ostilità, per il potere, i ceti proprietari, i governi moderati e
borghesi, il capitalismo e, beninteso, gli Stati, come l’America, che
maggiormente sembrano incarnare queste caratteristiche.
Gli obiettivi sono spesso condivisibili, ma gli argomenti e i mezzi con cui
vengono perseguiti nascondono le strategie di alcune forze politiche.
Come tutte le ortodossie anche questa tende a essere fastidiosamente
ripetitiva, conformista e in alcuni casi persino tirannica e poliziesca.
Posso tuttavia confortarla con una riflessione e un consiglio. La riflessione è
questa. Le ortodossie sono il risultato di alcune grandi esperienze storiche e
durano generalmente un paio di generazioni. L’intellighenzia europea fu
prevalentemente nazionalista e bellicosa agli inizi del secolo,
antiparlamentare e totalitaria fra le due guerre, democratico-progressista, con
diverse sfumature, nel secondo dopoguerra. Non so quale sarà la sua prossima
incarnazione, ma so che non appena cambierà il vento delle ideologie, gli intellettuali
risponderanno all’appello.
Il consiglio è questo. Occorre fare una
distinzione fra gli intellettuali che si esprimono sulla materia dei loro studi
e quelli che parlano di questioni su cui hanno conoscenze generiche.
I primi debbono essere ascoltati con attenzione, i secondi
possono essere ascoltati più distrattamente e spesso ignorati. Il giudizio di
un direttore d’orchestra su Cuba e il regime castrista è una interessante nota
di colore per chi scriverà domani la sua biografia, ma è tutto sommato
irrilevante.
E la firma di un grande poeta non basta a rendere un manifesto politico
importante e credibile.