Una lettera e una risposta che fanno riflettere. Non se ne può più di sentire gli stessi discorsi, le stesse critiche, perfino le stesse parole…

E se cercassimo di essere più seri noi lettori, distinguendo, approfondendo, confrontando, staccandoci dal coro, eccetera?

 

L’intellighenzia: quale peso dare alle sue opinioni

 

Come si fa a negare l'egemonia culturale (o molto più spesso pseudo tale) della sinistra, quando essa si è esplicitata a livello addirittura mondiale, almeno negli ultimi trent’anni? Che cosa sono, se non prove provate di questa egemonia, i Nobel a Fo, Grass, Saramago, Arafat, Kofi Annan eccetera; gli Oscar a Benigni, Bertolucci, Salvatores. Lo Strega e altri premi letterari a vedove/i e orfani/e di Moravia, a fronte di un Berto, di un La Capria emarginati e di una Deledda o Pirandello dimenticati? Le stesse considerazioni valgono per l'apologia di tanti scrittori e artisti che, come unico requisito, avevano quello di essere familiari delle vittime di Pinochet o direttamente da costui torturati; e come unico merito quello di sparare a palle incatenate (vedi Gore Vidal) contro gli odiati yankee. Suvvia, che cosa costa ammetterlo? Andava così e ora, grazie a un pizzico di sano revisionismo, un po’ meno. Guardare, per credere, come sono posizionati ideologicamente (e opportunisticamente: accadde anche con il fascismo e la Dc) la stragrande maggioranza dei vip italiani e mondiali, a cominciare da Hollywood per finire persino a Mediaset.

Come si spiegherebbe altrimenti una fiction sulle foibe dopo mezzo secolo, a fronte di migliaia di libri e film sui crimini nazifascisti?
Natalino Russo Semina,
natalinosem@alice.it

 

Caro Russo Seminara,

l’intellighenzia è composta da un largo numero di scrittori, giornalisti, letterati, studiosi e scienziati delle più diverse discipline.
Ma è anche, al tempo stesso, un grande club unito da regole di ammissione e cooptazione.

È una repubblica delle lettere che tende ad adottare una stessa ortodossia, a recitare lo stesso credo e ad avere gli stessi tic. Esistono naturalmente anche i dissidenti, gli esuli, gli isolati e i bastiancontrari.

 Ma il linguaggio della maggioranza è naturalmente quello che leggiamo e ascoltiamo più frequentemente in molti articoli, proclami, manifesti, interviste e, beninteso, nelle motivazioni dei premi letterari o scientifici. Per quasi due generazioni l’ortodossia della intellighenzia occidentale è stata ispirata da una dichiarata sensibilità per i diritti umani e civili, le sorti del Terzo mondo, la tutela dell’ambiente, la promozione sociale delle minoranze e delle donne, la emancipazione dei «diversi» dalle norme tradizionali che li relegavano ai margini della società.

 A questa sensibilità progressista corrisponde una spiccata diffidenza, se non addirittura ostilità, per il potere, i ceti proprietari, i governi moderati e borghesi, il capitalismo e, beninteso, gli Stati, come l’America, che maggiormente sembrano incarnare queste caratteristiche.
Gli obiettivi sono spesso condivisibili, ma gli argomenti e i mezzi con cui vengono perseguiti nascondono le strategie di alcune forze politiche.
Come tutte le ortodossie anche questa tende a essere fastidiosamente ripetitiva, conformista e in alcuni casi persino tirannica e poliziesca. Posso tuttavia confortarla con una riflessione e un consiglio. La riflessione è questa. Le ortodossie sono il risultato di alcune grandi esperienze storiche e durano generalmente un paio di generazioni. L’intellighenzia europea fu prevalentemente nazionalista e bellicosa agli inizi del secolo, antiparlamentare e totalitaria fra le due guerre, democratico-progressista, con diverse sfumature, nel secondo dopoguerra. Non so quale sarà la sua prossima incarnazione, ma so che non appena cambierà il vento delle ideologie, gli intellettuali risponderanno all’appello.

Il consiglio è questo. Occorre fare una distinzione fra gli intellettuali che si esprimono sulla materia dei loro studi e quelli che parlano di questioni su cui hanno conoscenze generiche.

I primi debbono essere ascoltati con attenzione, i secondi possono essere ascoltati più distrattamente e spesso ignorati. Il giudizio di un direttore d’orchestra su Cuba e il regime castrista è una interessante nota di colore per chi scriverà domani la sua biografia, ma è tutto sommato irrilevante.
E la firma di un grande poeta non basta a rendere un manifesto politico importante e credibile.