Tante
volte, nel trovarci in una situazione senza sbocco, quasi fossimo caduti in un
pozzo, abbiamo disperato che ci
fosse una persona che miracolosamente venisse ad aiutarci. Invece qualcuno talvolta ci soccorre. Vorremmo che questo avvenisse sempre, tutte le volte che la
dignità umana viene calpestata e viene negato il diritto a respirare, ad avere lo spazio
necessario per muoverci, ad essere trattati come persone.
Nulla può giustificare le torture come quelle di Guantànamo.
Tutti siamo
interpellati a chiedere conto dei trattamenti inumani.
E, confrontando i nostri crucci e
disavventure con dolori tanto mostruosi,
troveremo la forza per implorare aiuto per
loro anziché per noi.
Guantanamo: un vero lager. Come porsi di fronte agli orrori del presente?
I generali Usa a sorpresa: «Guantanamo è
illegale»
Se vacillano anche i generali, è forse bene che
il comandante in capo delle forze armate George Bush prenda nota in
fretta. L’idea che la «guerra globale
al terrorismo» gli Stati Uniti la stiano perdendo nella Baia di Guantánamo, enclave statunitense a Cuba, è infatti
entrata nelle caserme ai massimi livelli e, a questo punto, la rigidità
dell’Amministrazione di Washington sulla vicenda rischia di diventare
immobilismo catastrofico, in patria oltre che all’estero. Nell’edizione
appena pubblicata, la rivista Parameters—trimestrale
dello Us Army War College di Carlisle
(Pennsylvania) destinata ai quadri alti della gerarchia militare americana —
riporta un lungo articolo sul campo di detenzione per terroristi di Guantánamo Bay: dopo una lunga analisi giuridica e
politica conclude che gli Stati Uniti sono andati oltre le loro stesse leggi,
che cambiare queste ultime per adeguarle al regime straordinario di
detenzioni sarebbe ancora peggio, che la creazione della prigione speciale ha
contribuito all’isolamento internazionale degli Usa e che ora il presidente Bush dovrebbe internazionalizzare la questione.
L’articolo
di critica allarmata è opera del brigadiere Gerard Fogarty, direttore della
pianificazione delle Forze di Difesa australiane. Ma
la forza del suo impatto sta nella circostanza che sia
stato pubblicato dalla rivista del college militare di studi
strategici in cui si specializza l’élite militare (e non solo) americana: un
campus i cui prati furono calpestati tra gli altri da Dwight
Eisenhower, George Patton, William Westmoreland, Alexander Haig, Norman Schwarzkopf, Richard Myers, Tommy Franks e John «Black Jack» Pershing,
l’eroe della prima guerra mondiale il cui nome fu poi stampato suimissili balistici. E significa che l’«ordine militare»
con il quale il comandante Bush istituì la prigione
speciale di Guantánamo subito dopo gli attentati
dell’11 settembre 2001 è considerato da alcuni
strateghi a quattro stelle un’arma ormai rivolta contro gli Stati Uniti. Non
tanto perché alcuni prigionieri stiano effettuando
uno sciopero della fame contro le condizioni in cui sono trattenuti, cosa che
pure crea imbarazzo. Soprattutto perché è sempre più difficile giustificare
un regime in cui le garanzie sono quasi inesistenti — dall’inappellabilità
dell’arresto alle 24 tecniche «specifiche» di interrogatorio
approvate dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, incluso il «significativo incremento del
livello di paura del detenuto ». Questo regime sta erodendo la reputazione
americana nel mondo.
Lo
stesso Bush è convinto che una delle debolezze
nella lotta al terrorismo sia la cattiva
immagine che Washington ha in molti Paesi, tanto che ha nominato una sua
stretta e influente collaboratrice, Karen Hughes, sottosegretario di Stato per la diplomazia
pubblica e l’ha spedita proprio in questi giorni in alcuni Paesi arabi per
migliorare le relazioni. E’ però evidente, ormai anche a molti militari, che
le violazioni dei diritti umani denunciate a Guantánamo
indeboliscono la credibilità americana, producono
parecchi nemici e sollevano critiche anche tra gli alleati: senza cambiare
qualcosa nell’enclave cubano, ogni sforzo diplomatico sarà inutile.
Nell’articolo
su Parameters, Fogarty
dice che non è più sostenibile la definizione dei
detenuti come «combattenti fuorilegge», i quali non sono giudicati dai
tribunali ordinari — «un’arma poco potente» — ma non
sono nemmeno considerati prigionieri di guerra e quindi non godono dei
diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra. E’ evidente —afferma Fogarty—che a quasi quattro anni dall’istituzione della
prigione coloro che sostengono che gli Usa stanno violando le leggi
internazionali «hanno un argomento forte». E non è proponibile l’alternativa tra lasciare i detenuti nel campo di Guantánamo senza processo fino a che non saranno più un
pericolo e farli giudicare da Commissioni Militari sul tipo di quelle
istituite nella seconda guerra mondiale per spie, sabotatori e criminali di
guerra: «L’esecutivo—sottolinea Fogarty—non
ha l’autorità di sospendere i diritti di habeas
corpus dei detenuti».
E’ sicuramente una questione di giustizia
e di rispetto delle leggi, aggiunge. Ma
sono i costi politici e diplomatici, superiori ai vantaggi dati dalle
informazioni estratte dai detenuti terroristi, a rendere insostenibile il
carcere speciale sulle coste cubane. Insomma, l’obiettivo
«dell’Amministrazione Bush di ridefinire i confini
tra le libertà civili e la sicurezza pubblica» sta dando effetti perversi.
Washington, a questo punto, «dovrebbe aggiustare il suo approccio». E — dal
momento che passare la faccenda alle Nazioni Unite per arrivare a un processo internazionale non è politicamente nemmeno
pensabile per Bush — Fogarty
propone di dare uno status di prigionieri di guerra ai detenuti di Guantánamo e, per ritrovare una legittimità
internazionale, di istituire un «tribunale Usa autorizzato dall’Onu», sul modello di quelli che nel 2000 furono creati
per i criminali di guerra in Sierra Leone e Timor Est. E’ di una svolta
«multilaterale» del genere che discutono generali e colonnelli sui prati dello Us Army
War College: ora ne hanno informato anche il commander-in-chief.