Di
fronte alle storture della nostra epoca…..
Tiqqun, Teoria del Bloom,
Bollati Boringhieri, Torino 2005, 138 pagine, 9,50 euro
Scriveva Hanna Arendt - «Le origini del
totalitarismo» -: «Essere ridotti a un esemplare di
una specie animale chiamata Uomo: ecco cosa succede a chi ha perso ogni
qualità politica distinta ed è diventato un essere umano e niente altro».
Trovo questa
citazione, utile a designare il clima da cui si genera qualsiasi forma di
totalitarismo, nell’ultimo, tentacolare-fulminante
libello di Tiqqun.
Ma intanto, che cos’è Tiqqun. «Tiqqun, per
cominciare, non è un autore, né singolo né collettivo». Indica il
programma di una «cura del
mondo», un’azione sociale.
«Teoria del Bloom», è l’ultimo [anti]libro,
ossia l’ultimo «virus editoriale» di Tiqqun:
congerie di aforismi e citazioni, incastrati-aperti,
prodotta per mettere a fuoco ciò che è, da un secolo e più, il protagonista e
dis/individuo della intera cultura della Modernità.
Questo
individuo-massa, uomo-senza-qualità, anonimo alienato indistinto perché privo di
comunità, insomma questa «forma-di-vita
crepuscolare, errante, che colpisce comunemente gli esseri umani nel mondo
della merce autoritaria» è quanto Tiqqun intende
per «Bloom»: «l’essere che ha riassorbito in se stesso il vuoto che lo
circonda»: evolvendo così nella follia esplosiva dell’uomo-tranquillo
che senza pathos si risveglia killer-seriale, o
incamerato invece nella «normalità» nucleare e sorda delle scorie che produce
e che lo hanno prodotto.
E’ la forma
stessa d’un pensiero aperto e sperimentale,
eccedente e infinitamente sistematico; ma, anche, il sentimento di trappola universale, senza soluzione immediata se non catastrofica,
di cui il libro ci fa avvertiti.
È la trappola
della finitudine seriale, moltiplicativa, la vertigine
senza pathos d’un possibile inattuato,
quella dello Spettacolo di cui questo soggetto, il «Bloom»,
è attore e bersaglio; eppure, se «la metropoli» spettacolare «dà corpo nello
stesso tempo alla perdita integrale della comunità e all’infinita ‘possibilità’
della sua riconquista», è
da questa finitudine, da questa
vertigine, che bisognerà ripartire.
Utilizzando la recensione di Tommaso Ottonieri - Carta n. 02/2005