L’onorevole Monaco, della Margherita,  in una lettera aperta ai vescovi italiani, pubblicata nel mensile Jesus, li invitava a prendere una chiara posizione su  ‘principi-valori umani e cristiani non negoziabili’. La risposta dello storico Alberto Melloni è ricca di spunti per l’oggi della Chiesa e della politica italiana. La questione celibataria non c’entra direttamente, ma per chi voglia affrontarla seriamente, senza contentarsi di ripetere le solite argomentazioni e “lamentele”, c’è materia sufficiente per dilatare la visuale e per indicare soluzioni strutturali di fondo. Rimandiamo chi legge alla fine della lettera, dove esprimiamo le nostre osservazioni.

 

EMERGENZA DEMOCRAZIA

Chiesa, parte della crisi  di  Alberto Melloni
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L'atto - pieno di rispetto e di buoni argomenti - con cui un cattolico che fa politica si appella ai vescovi per chiedere loro una parola di discernimento sulla situazione italiana è, in quanto tale, il sintomo di una crisi profonda. Talmente profonda che va al di là di quelle che sono le sue sintomatologie più evidenti.  Ciò che il deputato della Margherita lamenta, infatti, è sotto gli occhi di tutti:

·        il dibattito politico non c'è quasi più e al suo posto si manganellano sconcezze e ingiurie;

·        le prospettive costituzionali dell'Italia europea che sta nascendo sono il frutto di improbabili negoziati dolomitici;

·        la rapida erosione della stabilità economica delle famiglie e dei singoli contrae, oltre ai consumi, il senso stesso della pianificazione del futuro.

L'elenco si potrebbe allungare, sono fenomeni che stanno sotto gli occhi di tutti… L’idea che sta sotto la lettera di Monaco è che in questo cupo autunno del Paese la Chiesa abbia qualcosa di risolutivo da dire: paradossalmente è come se quei vescovi, che 40 anni fa pensavano al laicato come a un clero di riserva, venissero ora individuati da un laico cattolico come politici di riserva, capaci di dire una parola su questa crisi che «illumini le coscienze». In questo, temo, l'opinione del parlamentare pecca di un eccesso di ottimismo. Infatti la Chiesa italiana non è semplicemente la spettatrice di questa crisi, ma ne è parte. Con la sua struttura, la sua cultura e in certo senso la sua vita.

Sul piano delle strutture, la Conferenza episcopale non ha quasi consistenza: certo la sua esistenza dà autorevolezza alla voce del Presidente (che in Italia viene scelto dal Santo Padre per motivi di riguardo al suo ruolo di Primate, ma che poi paga lo scotto di non essere eletto in termini di rappresentatività nel quotidiano), ma come tale non riesce a trovare una sua voce collettiva. Le prolusioni del cardinale Presidente all'assemblea vengono commentate dalla stampa per l'autorità che le elabora: ma in esse non c'è e forse non può esserci quella autorevolezza che deriverebbe da una discussione vera.

D'altronde manca ancora nella Chiesa una cultura del conflitto: gli scontri fra opinioni, le differenze di visioni, le trafitture non sempre impercettibili che si scambiano i vescovi, i laici, i movimenti, e via dicendo, non trovano modo di esprimersi. Vengono ovattate adottando linguaggi quasi rituali su argomenti già ampiamente pregiudicati, e se mai emergono appena quando nella stretta delle nomine episcopali si tratta di esibire o millantare la propria forza. Ma il lento apprendistato della disputatio sulle questioni sulle quali essa è utile e legittima non è mai venuto, dilaniato da una esperienza abrasiva del "dissenso" e da una gestione spaventata delle sue esagerazioni.

Ma la Chiesa vive la crisi italiana portando dentro di sé le proprie difficoltà più profonde:

·        - la difficoltà di tenere al centro la fede e non semplicemente l'ostentazione del sé;

·        - l'esigenza di lasciar normare la vita cristiana dall'Eucaristia, prima che le megachurches del televangelismo sbarchino per occupare i terreni disboscati dalla spettacolarizzazione dell'esperienza religiosa;

- il bisogno di evitare che la scorciatoia della morale prèt à porter significhi semplicemente l'invito ad andarsene dalla Chiesa;

- il discernimento di un bisogno di pace e di una ritrovata semplificazione nella povertà che sventola, ingenuo e reale, dalle finestre;

- l'urgenza di riflettere sul clero e sulla cura pastorale, ammesso che non sia troppo tardi... Sono solo alcuni problemi, enunciati rozzamente, ma che chi vive nei banchi del cattolicesimo italiano vede chiaramente, ancorché con una certa impotenza e rassegnazione.

Non stupisce, dunque, che la Chiesa sia rimasta tutto sommato inerte davanti al degradarsi della funzione parlamentare e del modus della politica. Anch'essa, in fondo, è stata contagiata dall'idea che se solo si abbassassero i "toni" si potrebbe comunque negoziare qualche soldo in più per la scuola o per qualche altra buona causa, rinunciando all'idea che i cattolici nella vita pubblica hanno una funzione infinitamente più grande che non il denaro pubblico nella vita della Chiesa. E adesso è come se fosse troppo tardi per fare qualcosa: un cattolicesimo reazionario che in Italia non aveva avuto soggettività nemmeno negli anni Venti, s'erge a paladino della buona causa, rivendicando spazio nel pluralismo della religiosità; e il cattolicesimo democratico, che senza amare lo Stato ne aveva impalcato la cultura, sente nella crisi il bisogno di un magistero che della crisi è parte.

Il futuro per la Chiesa e per la crisi italiana avrà comunque ritmi diversi: i passaggi elettorali sono la sede nella quale le crisi politiche devono trovare esito e soluzione; per la Chiesa, invece, si tratta di un percorso diverso, più difficile e corale, nel quale ci sarà bisogno di santi pastori. Come sempre.

Alberto Melloni storico della Chiesa

 

 

Noi Donne-Così auspichiamo e chiediamo che venga aperto un dibattito serio tra interlocutori:

I - Chi pur ridotto a misure canoniche penalizzanti, non si limiti ad aspetti rivendicativi, e

II - Chi, nell’esercizio del potere ecclesiale, sappia ascoltare chi si trova in disagio.

Per un dialogo fecondo bisognerebbe partire, non dalla divaricazione delle parti, ma

dall’esigenza e dal desiderio di con-cordare.

Aggiungiamo ciò che riguarda noi: non vogliamo intaccare nessun principio di fondo, ma giochiamo la nostra partita sul versante dell’impegno a

  1. valorizzare ANCORA i nostri carismi (anche se in altro modo),
  2. non mettere sotto il moggio le proprie capacità – data la preparazione precedente,
  3. concorrere a gettare le basi per una Chiesa in grado di trarre dalla sua crisi motivi di crescita.

 

E’ ora di non separare la causa dei diritti umani nella società da quella dei diritti umani nella Chiesa. E’ ora di trasformare gli aspetti conflittuali in forme collaborative.