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Anna ed io chiediamo
un dialogo allargato: che non superi - all’incirca –
il numero di righe con il quale ci siamo espresse noi
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Cara Anna,
A volte sembra facile mettere sul tappeto della discussione un tema interessante, mentre c’è da fare i conti con tanti fattori, non ultimo quello di ritenere inutile parlarne.
Passo subito ad un nuovo intervento, convinta di poter contare su un materiale inedito perché attinto nella riserva inesauribile dell’esperienza.
Proprio quello che tu dici sulla distinzione tra solitudine fisica e solitudine interiore, mi spinge a pormi una domanda: se oggi vivo rapporti di amicizia intensi e bellissimi, quale futuro ci sarà “dentro di me” se essi mi mancheranno, anche per distanza geografica, nella vicina fase ULTIMA di vita?
E’ certo che la solitudine esistenziale la sento anche ora. E’ una componente interiore che ho sempre avuta: si tratta di uno spazio vuoto al quale nessuno ha accesso, nemmeno io… Sì, perché non lo gestisco io, e mi tira spesso dei brutti scherzi: come se nulla mi bastasse, come se nessuno e niente fosse in grado di “riempirlo”. Lo avverto soprattutto quando la presenza di Dio si fa assenza. So che Lui tornerà a fari sentire, ma è inutile: quel dato momento nessun pensiero positivo riesce a farsi strada… Chi non ha provato tali terribili momenti, non potrà mai capire.
Ma che c’entra allora la percezione di pericolo che avverto di fronte al possibile-sicuro diradarsi della frequenza degli amici?
C’entra, eccome. Ho paura di non avere risorse sufficienti per affrontare il nuovo più nuovo. Anche se ho la segreta speranza che possa avvenire quanto mi è accaduto finora: dopo i momenti oscuri, il Vuoto si è dilatato, è divenuto più capace di Dio e degli altri. Ma come presumerlo?
Cara Anna, lascio qui per non essere pesante. Dimmi qualcosa tu di te al riguardo, anche se il mio problema non fa al caso tuo perché sei più giovane di me. Parliamone con altre/i, senza violare la segretezza di fondo che merita la questione. Ti abbraccio, Ausilia
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Ogni volta trascriveremo le puntate precedenti di dialogo
Novembre 2005
Cara Ausilia,
qualcuno ha detto "Beata solitudine, solitudine beata"! Ma è vero? Personalmente ho molti dubbi in merito! La condizione di solitudine in cui vivo non mi dà alcun tipo di beatitudine, piuttosto mi mette addosso una inquietudine alle volte lacerante.
Eppure io non ho vissuto da sola, se non per due brevi periodi della mia esistenza, poi da sola non ero, perché sovraimpeganta nel lavoro, tant'è che arrivare a casa e trovarmi sola, era il preludio al mio momento di riposo, quindi quasi agognato. Ma credo che il nostro discutere non riguardi quel tipo di solitudine che, per certi aspetti, è una solitudine fisica. La solitudine che nessuno - credo - sceglie è proprio quella interiore. La dimensione della propria intimità più profonda che non trova modo di potersi comunicare e, quindi, ci sprofonda in quella solitudine non scelta che in alcun modo può essere elaborata o mediata. E' l'essere sole anche in mezzo alle folle, le quali invece di rompere la tua solitudine l'amplificano, la rendono insopportabile, la rendono ancora più acuta.
Poi non so, personalmente ho vissuto per tantissimi anni questa solitudine profonda, nella disperata ricerca di me stessa, solitudine che cercavo di rompere con il lavoro, stando sempre in mezzo alla gente. Oggi vivo più una solitudine fisica, per quanto relativa, ma non mi sento più oppressa da quella solitudine che era l'impedimento a comunicarmi.
Un bacio, Anna
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Cara Anna, mi pare bella questa idea di intraprendere un dialogo sulla solitudine, e mi piacerebbe che esso si allargasse ad altre/i.
Quanto tu dici risponde ad un “canone” estensibile a tutti, pur in vario modo. Ma è proprio la varietà delle forme in cui viviamo la solitudine tu ed io, che mi interessa. Condivido con te il passaggio dalla ricerca spasmodica di contatto con gli altri alla ricerca interiore, ma io forse provo un più accentuato disagio nell’incontrarmi con me-stessa-sola. Disagio che affronto tra momenti di beata immersione nel Tutto, nell’apertura al dialogo con Dio (pur quando lo avverta Assente), e momenti di schiacciante senso del nulla.
E’ proprio qui il punto dolente. Stare con me stessa sarebbe meno difficile se mi ritrovassi assimilata al mondo esterno, fatto di persone e di cose. Invece spesso il senso di disgusto e di insufficienza di ciò che è esteriore a me, si estende a quello che provo per me. Mi sento impari al confronto della mia sete di infinito con la limitatezza dell’esistente (in me e fuori di me).
E’ davvero difficile usare termini adeguati a quanto sperimento interiormente, ma questa stessa approssimazione terminologica richiederà sviluppi utile per la continuazione della conversazione. Per ora termino chiedendo a te e a chi vorrà partecipare a questo dialogo: perché ci sentiamo smarriti di fronte al nostro essere-noi-stessi? C’è chi non ha provato mai una simile sensazione?
Ciao, Ausilia