Barbara Buoso, Aspettami,
Fabio Croce Editore, Roma 2003

 

Questo romanzo che, come dice B. Palombelli nella prefazione, è "da mangiare", tanto si legge tutto d'un fiato, è l'autoritratto che l'Autrice fa di sé, raccontando momenti significativi dei primi trent'anni di vita, compressi e sfiancati dalla volontà imperiosa di… farsi male.

Capita più spesso di quanto non si possa pensare il rovinarsi la vita ad inseguire la normalità pretesa dalla società e in primis dalla famiglia. In questo Barbara si discosta poco da una tipologia, in modo particolare femminile, di cui a nostra insaputa torna a farsi portatrice la post-modernità.

All'incirca da cinquant'anni un femminismo accanito è stato promotore, nel nostro Occidente,  di una rivoluzione culturale che ha fatto emergere il modello di donna-che-si-libera-da-sé dopo secoli e secoli di storia, nei quali la sua soggettività è stata eclissata.

La rivendicazione della parità e la sottolineatura della diversità di genere hanno cercato di individuare un proprium femminile, sottraendolo ad un fatto di natura e agganciandolo alla cultura (non senza cadute ed equivoci). A mio parere il frutto più interessante di tale ricerca è lo slargarsi dell'orizzonte umano, tale da dare riconoscimento ad ogni diversità, da farsi stimolo per molteplici inedite rivendicazione storiche, da segnare un mutamento antropologico.

Sennonché le trasformazioni non sono reali e profonde se non investono tutto il corpo sociale. Bisognava confrontarsi con una globalizzazione egemonizzata da un Occidente stanco di ideologie, incapace di contagiare democrazia e laicità. Ecco perché la cosiddetta post-modernità si rifugia nella difesa di modelli tradizionali, spalmati di novità.

In questo quadro si può inserire la parabola dell'io scrivente del romanzo: soggiace a ritardi e sconvolgimenti epocali, insegue le pretese di una fantomatica normalità; resta arenato, si crogiola, si guarda attraverso una lente deformata, non sa che fare di sé.

Verrebbe da dire: peccato!

Ma siamo in tanti, me compresa, ad avere attraversato la straniazione propria di chi ha acquistato una consapevolezza nuova senza riuscire a giocarla, a farne strumento per tirarsi fuori dalla palude. Da qui l'incapacità a seguire la scia di luce di cui la vita ci fa dono in momenti magici. Chi riesce a venirne fuori, l'ha fatto quando ha deciso di dire di sì all'amore, all'amore concreto, con tutti i limiti di cui siamo impastati. E ha fatto della trasgressione un grande mezzo "profetico", e cioè tale che annunzi, crei il nuovo. Ha difeso l'amore, disidentificandolo da falsi valori, fossero pure quelli più sacrosanti, per assecondare i richiami della Bellezza e di tutto ciò che si accompagna a questa regina incoronata di mistero.

L'autrice forse non sa a quale pienezza può approdare la sua confessione appassionata e severa, se trasformata in coraggio di essere se stessa. Basterebbe saper ricamare con la fantasia, attorno alla tristezza esistenziale che percorre le quasi cento pagine, possibilità meravigliose.

Quale stupenda ragazza, Barbara, vedo in te! Ricca di spazi interiori da esplorare, anziché lasciarli pieni di vuoto.

E' dal tuo stesso negarti che dovresti far germogliare una non sterile consapevolezza. L'attesa (il titolo Aspettami" fa capire di che tipo è questa invocazione) di incontrare ancora una volta chi si è lasciata rapire dalla morte, ti suggerirei di trasformarla in Inizio di una festa della Vita, alla quale invitare te stessa e tanti altri/e.

Barbara, il mondo ha bisogno di chi fa della diversità un dono da far fruttificare. Comincia a scrivere pagine inedite di speranza di gioia, di godimento, di leggerezza, di bellezza: il male e il dolore del mondo ti chiedono salvezza.

Fa' presto.

Ausilia Riggi