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IL FATTO
Tra i nuovi cardinali che il 21 ottobre ricevono la berretta color
porpora ce n´è uno pericolosamente loquace.
È lo scozzese Keith Michael Patrick O´Brien, arcivescovo di Saint
Andrews ed Edinburgo.
Il giorno dopo che il papa aveva annunciato la sua nomina, ha
parlato a favore del clero sposato, del clero omosessuale e della
pillola contraccettiva. Creando in Vaticano una comprensibile
irritazione.
Il 7 ottobre s´è rimesso in riga. Ha colto occasione
dall´insediamento di un nuovo canonico nella sua cattedrale per
recitare una solenne professione di fede, con la mano sopra la
Bibbia. Al termine della quale ha recitato testualmente:
"Io attesto che accetto e intendo difendere la legge del celibato
ecclesiastico così come proposta dal magistero della Chiesa
cattolica; io accetto e prometto di difendere l´insegnamento
ecclesiastico sull´immoralità dell´atto omosessuale; io accetto e
prometto di predicare sempre e dovunque ciò che il magistero della
Chiesa insegna riguardo alla contraccezione".
Ma una settimana dopo s´è rimangiata la prima di queste tre promesse
tornando a caldeggiare l´idea di un clero sposato. L´ha fatto in
un´intervista al "Daily Telegraph". Nella quale ha detto che ai
vertici della Chiesa è ora se ne discuta.
E a suo sostegno ha portato due fatti. Il primo è che "in molte
delle Chiese orientali in unione con Roma c´è già un clero sposato".
Il secondo è che "vi sono preti sposati anche in varie diocesi
cattoliche dell´Inghilterra e del Galles".
Verissimo. Il secondo caso è quello dei preti con moglie e figli
convertiti dall´anglicanesimo al cattolicesimo. Sono alcune decine
in Gran Bretagna e in Nordamerica e il Vaticano bada che non abbiano
incarichi di rilievo e se ne stiano nell´ombra.
Ma il primo caso è molto più cospicuo. I preti sposati di rito
orientale sono alcune migliaia e il Vaticano teme - non da oggi -
che essi trasmettano il contagio alla Chiesa d´occidente: se loro
sono legittimamente sposati, perché non lo potranno essere anche i
preti di rito latino?
Una prova delle contromisure che il Vaticano ha preso per fermare il
contagio è in un passo compiuto la scorsa estate dalla conferenza
episcopale italiana.
La Cei ha chiesto ai vescovi cattolici dell´Ucraina (nella foto, il
papa a Leopoli) di non mandare più in Italia sacerdoti sposati, a
prendersi cura delle migliaia di loro connazionali immigrati. E
perché? Perché "creerebbero confusione tra i nostri fedeli".
La confusione deriverebbe proprio dal fatto che hanno moglie e
figli. Mentre infatti i preti cattolici di rito latino sono
obbligati a essere celibi, quelli d´oriente, pur cattolici anch´essi,
sono per la gran parte sposati per tradizione antichissima. E finché
gli uni e gli altri se ne stanno nei rispettivi paesi d´origine, al
Vaticano sta bene. Ma appena i preti orientali sposati emigrano e si
mescolano ai celibi, Roma entra in allarme. Il Vaticano ha chiesto
agli episcopati d´occidente di alzare uno sbarramento e la Cei l´ha
subito fatto, al pari di altri episcopati europei.
La Chiesa ucraina non l´ha presa bene. La quasi totalità dei suoi
preti sono sposati, e quindi non più accettati in Italia. Ma c´è
dell´altro. Accusano la Cei di usare due pesi e due misure, perché
anche in Italia esiste da secoli un clero cattolico sposato,
italiano, con tutti i crismi della legittimità. È quello delle
diocesi di rito greco albanese, in Calabria, Basilicata e Sicilia.
Di preti sposati queste diocesi ne hanno oggi una dozzina e se li
tengono stretti. Sono parroci in paesetti di montagna, più un altro,
Sergio Maio, che vive a Milano e dice messa in rito greco ogni
domenica nella centralissima chiesa dei santi Maurizio e Sigismondo,
in corso Magenta.
A metà del secolo scorso il Vaticano era riuscito a estirpare questa
prerogativa delle diocesi greco albanesi in Italia. Finché nel 1970
il vescovo di Lungro degli Albanesi s´impuntò e riprese a ordinare
preti sposati, com´era suo diritto. In sua difesa, in curia,
intervenne il cardinale Johannes Willebrands. Ma non gliela
perdonarono. Passi per i preti sposati di qualche sperduto paesino,
ma a Roma, nel centro della cattolicità d´occidente, mai. Un diacono
cinquantenne di Lungro, colpevole d´abitare a Roma con la famiglia,
aspetta invano da vent´anni d´essere ordinato prete.
Però almeno i preti sposati italiani di rito greco sono tollerati. E
allora perché non anche gli ucraini, o i romeni, o i polacchi? In
Polonia orientale c´è una vasta regione, la Galizia, col proprio
rito e col clero sposato, con uno statuto d´intesa con Roma vecchio
di quattro secoli. E cinque anni fa il cardinale Angelo Sodano
intimò a questi preti sposati di "far ritorno in patria", cioè in
Ucraina, senza badare che essi erano sempre vissuti lì e semmai a
spostarsi erano stati i confini, in seguito alla seconda guerra
mondiale. In Vaticano si attivarono in loro difesa i cardinali
Achille Silvestrini ed Edward Cassidy, e Sodano annullò l´ordine. Ma
la linea dominante in curia resta quella del "cuius regio eius et
religio": niente mescolanze tra preti celibi e sposati nello stesso
territorio.
Anche a costo di pagare prezzi salati, come è capitato in America.
Nel 1912 Roma vietò ai vescovi ucraini degli Stati Uniti e del
Canada, là emigrati assieme a un milione e mezzo di loro
connazionali, di ordinare preti sposati. L´imposizione provocò
un´autentica ribellione, che finì con un abbandono in massa della
Chiesa cattolica e col passaggio alla Chiesa ortodossa. Quelli
rimasti fedeli al papa si adattarono ad aggirare l´ostacolo con
l´astuzia. Da allora gli aspiranti sacerdoti fanno ritorno in
Ucraina, si sposano, diventano preti, e a cose fatte rientrano in
America, col pieno consenso dei loro vescovi.
Anzi, da qualche tempo i vescovi ucraini e di rito melkita residenti
in America non obbediscono nemmeno più al divieto del 1912,
formalmente ancora in vigore. A osservare un analogo comando dei
tempi di Pio XII sono rimasti, negli Stati Uniti, solo i ruteni. La
questione è all´ordine delgiorno della congregazione vaticana per la
Chiese orientali. Ma regnante Giovanni Paolo II, tenace difensore
della regola celibataria, è difficile che Roma ceda.
Il loquace neocardinale O´Brien, evidentemente, già pensa al dopo.
IL COMMENTO
Il futuro card.O'Brien non dice nulla di nuovo, non è eretico e
non contravviene ad alcun principio della fede. E' semplicemente
realista e, aggiungo, evangelico.
Non so come andrà a finire perchè ha ingaggiato un braccio di ferro
con dei colleghi che sono potentissimi e che, essendo ogni giorno a
Roma, a furia di lasciar cadere una parolina qua ed una là,
finiranno per sostenere lo statu quo senza che non accada nulla di
nuovo.
O meglio: continuerà ad accadere che i preti si sposeranno in
segreto e continueranno ad avere figli e ad esercitare il ministero,
continuerà ad accadere che altri preti lasceranno il ministero e si
sposeranno, continuerà la discrepanza - tutta ipocrita - di un clero
celibe per legge contro un clero non celibe per la stessa legge che
consacrerà l'Eucaristia e predicherà la Parola come il clero non
celibe.
Fino a quando?
Forse fino a quando O'Brien diverrà papa. Se lo diverrà senza
compromessi in conclave.
Qualcosa si muove? Me lo auguro non per me, ma per la chiesa di Dio.
Ernesto Miragoli
Probabilmente, se anche è il solo che lo dice, non mancheranno altri
che lo pensano. Questo è, purtroppo,il condizionamento gerarchico
che non consente la collegialità. Già don Giuseppe Dossetti diceva
che il Sinodo “non sembra essere un'adeguata realizzazione della
collegialità episcopale...né concettualmente né praticamente".
Certamente non saranno le interviste “liberamente“ concesse dopo
ritrattazioni formali a portare il volo dello Spirito in una Chiesa
che ha paura del Vangelo. Aggiungo un commento sulla proposta di
concedere il "lettorato" alle donne: non so bene che cosa significhi
questa richiesta: il lettorato è uno degli ordini minori dati a chi
aspira al sacerdozio. C'è anche qui qualche vescovo che ritiene una
stoltezza negare il sacerdozio alle donne che lo desiderino. Infatti
non si vede una ragione al mondo di non concedere anche gli ordini
maggiori. A meno che per “lettorato" non si intenda il poter leggere
senza interpretare, cosa che - come donne - non potremmo mai
accettare: se interviene a leggere le Scritture, il genere femminile
ha il dovere di evangelizzare la sua Chiesa.
D'altra parte lo fa già dal 1885, anno della pubblicazione della
Woman's Bible.
Giancarla Codrignani
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