Novembre 2003

Fabio, da buon laico, lontano dalle nostre questioni, pone ad Ausilia alcuni interrogativi, che forse sono anche quelli di tanti altri. Estendiamo il dialogo che si è svolto tra i due ai frequentatori del sito .

Seguendo in sito la corrispondenza, debbo dirti che non mi sono chiare molte cose, data la mia completa lontananza da questioni religiose, soprattutto se di carattere ecclesiale; perciò mi permetto di fare delle riflessioni e di porti delle domande sui punti che non mi risultano chiari. Leggendo quanto si scrive sui preti che lasciano il ministero per sposarsi, sono d'accordo che si trovano in situazioni difficili sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista finanziario, ma che differenza passa tra loro ed un comune mortale che, appena sposato, si trovi a perdere il lavoro e la possibilità di mantenere la famigliola appena formatasi?

Ausilia

Chi si sposa compie un fatto molto normale e, se perde il lavoro appena messa su famiglia, si trova in difficoltà come tanti altri. La cosiddetta normalità circa situazioni difficili assomiglia perfettamente a quella di chi, dopo avere imboccato la via del presbiterio, la lascia tranquillamente come se si fosse trattato (mi vien da dire) di un cambiar casa, o di togiersi un vestito per indossarne un altro. Questa sarebbe la condizione di una persona incosciente, o - quantomeno - superficiale. Mi fanno paura persone simili: come se considerassero accidentale lo stato di vita imboccato nel primo periodo della loro vita. Comincia a metterti in un'ottica tutta particolare: parliamo di una grande Chiamata, che ha trovato un Ascolto attento alla Voce del Signore, tanto che la persona rinunzia a farsi una famiglia propria. Nella vocazione presbiterale, anche se non ci fosse un celibato da praticare, al primo posto ci dovrebbe essere Dio, in maniera totalizzante.

Fabio

La mia sensazione è che la differenza tra i primi, gli uomini non religiosi, e gli altri sia solo di mentalità. Una persona che si affaccia al mondo del lavoro e si forma una famiglia sa benissimo in quali rischi incorre; sa benissimo che, quando accende un mutuo per comprarsi una casa, rischia di non poterlo pagare e di vedersela portar via dalla stessa banca che gli aveva dato credito. Invece il prete è, in un certo senso, sprovveduto circa le cose fondamentali della vita. E allora si dia da fare a divenire come tutti gli altri.

A.

Dunque tu incoraggeresti il prete sposato a non guardare più indietro, ma solo in avanti. E' ciò che vuole la Chiesa gerarchica: "si è tolto dai ranghi? ne paghi le conseguenze; non si può avere l'uovo e la gallina"; così hanno detto al mio Giacomo persone della gerarchia, ma anche laici di sacrestia.

F.

E', come ti ho già detto, questione di mentalità.

A.

La mentalità c'entra, e come. Ma c'è da aggiungere ciò che più conta: la lunga ed intensa formazione materiale e spirituale, che forgia mente cuore esistenza del giovane che si prepara al presbiterio. Egli viene "immerso", per così dire, in un mondo a parte, che costituisce per lui l'unico in cui vivere; da cui guardare al mondo concreto di comuni mortali - e questo è ancora più condizionante - con un senso di inappartenenza. L'evangelista Giovanni dice: "Siete del mondo ma non del mondo". Dietro questa frase si è creata una concezione sacrale del ministero presbiterale. Il modo di intendere il sacro richiederebbe un discorso a parte. Perciò limitiamoci ad osservare come fosse laico (= non sacrale) il modo di proporsi di Gesù; un modo del tutto diverso da quello proprio degli ebrei osservanti della Legge, impostata su un insieme di riti e di osservanze. Gesù, invece, annuncia la conversione del cuore e dello spirito e chiede ai suoi un cambiamento interiore, tale che dia un senso di eccezionale entità alla propria vita. Questo vale per tutti i cristiani. Ai suoi eletti (cioè a quelli che hanno la vocazione, per usare il modo consueto di parlare della gente ) chiede di lasciare tutto, di percorrere le vie della diffusione del vangelo senza provviste, con un solo vestito, fidando unicamente nella Provvidenza. Attenzione! Questo, storicamente (cioè per motivi che non rispondono del tutto alla sostanza della chiamata di Gesù), è stato interpretato come sradicamento dalla vita sociale, come diversificazione dello stato di vita comune.

F.

Faccio fatica a seguirti. Vuoi dire che gli eletti, come li chiami tu, e cioè i preti, vivono in un mondo a sé e che, di conseguenza, non saprebbero cavarsela nella vita? Non mi risulta che sia così: ci sono dei preti che si muovono bene dal punto di vista pratico; non sono estraniati dal contesto sociale. Perciò dovrebbero, nella nuova situazione di non-preti, assumersi tutte le responsabilità come gli altri. Non sono diversi rispetto a chi, ad esempio, perde il lavoro e non è più giovane, a pochi anni dalla pensione e con scarse possibilità di essere assunto da altre aziende (in quanto se leggi gli annunci ti accorgerai che superati i quarant'anni le possibilità risultano veramente poche). Per questi chi interviene? chi li aiuta?

A.

Insisti su ciò che abbiamo detto prima: se chi esce l'ha voluto, deve accettare in pieno le conseguenze; deve saper fare da sé. Ebbene, ripeto, è ciò che pretende la gerarchia e non solo essa; ed è ciò che fanno quei preti che escono per riprendersi la propria libertà, dicendo un addio deciso al proprio passato. Conosco alcuni che continuano ad affermarsi in società con grinta e a sfruttare la preparazione precedente per farsi largo… meglio e più degli altri. Ma, secondo me, un tale tipo di persone (con tutte le varianti possibili) mantiene e sviluppa la propria capacità di adattamento alla nuova situazione perché dotate di un carattere forte, ma anche - aggiungo - perché hanno perso o hanno voglia di perdere lo stampo che è stato loro impresso. Ma - detto per inciso - ti posso assicurare che alcuni di essi, dopo aver cacciato in fondo alla coscienza, nell'inconscio più profondo, pagano a caro prezzo le conseguenze non sempre positive di quello stacco che definirei non-elaborato e quindi più pernicioso.

F.

Come tutti, come, ad esempio, i divorziati

A.

Fabio, cerca di capire, anche se quello che dirò ti indurrà ad uscire dai tuoi schemi mentali. Fare il prete, e poi non farlo più, conta poco se ci fermiamo al fare. Essere prete, invece, e poi non esserlo più, implica ben altro che un cambiamento di mentalità: è un cambiamento a 360° gradi. Ti faccio un esempio che ti sembrerà strano, ma che si avvicina di più al caso nostro. Chi è vissuto in carcere (o in un luogo isolato, o in un lager) per lungo tempo, e soprattutto vi è entrato nel fiore dei suoi anni, e ne esce da adulto (da un punto di vista biologico), si trova spaesato e, se non cerca o non trova aiuto, resta un asociale, con grosse difficoltà di orientamento… Ricordo che uno di questi, per molti aspetti in gamba, mi diceva: io mi sento tra gli altri sempre o più in alto o più in basso, mai come gli altri. Ti posso assicurare che ciò è più generalizzato di quanto non si pensi.

F.

Come mai paragoni la vita da prete ad un carcere o ad un luogo di isolamento, addirittura ad un lager?

A.

Io voglio rimarcare l'essere-altro. Io che sono stata in convento per quindici anni, benché vi fossi entrata dopo la laurea, ho attraversato, appena uscita, uno dei periodi più difficili della mia vita; se fossi rimasta, pur con tutti i condizionamenti in cui mi trovavo, non avrei avuto il collasso che ho subito. Ma ci pensi cosa significa cambiare personalità in maniera traumatica? Di questo si tratta.

F.

Eludi di dirmi se la situazione non sia simile a quella di chi divorzia.

A.

Non è la stessa cosa per diversi motivi: in modo particolare perché c'è di mezzo il sacro. Ma per questo è meglio che facciamo una conversazione a parte. Ti dico soltanto che l'esempio più pertinente è quello di un inserimento traumatico in società. C'è chi, uscito da un lager, si è ucciso. Perché laddentro quasi nessuno si suicida? Perché - ed è stato detto da persone autorevoli - là si doveva reagire, mentre fuori, mancando l'oggetto contro cui porsi, bisogna lottare contro se stessi, contro quel che si è rimasti dentro. Chi divorzia vive solo in parte questa realtà, e in proporzione del modo in cui aveva vissuto il precedente matrimonio.

F.

Nel caso di preti o di religiosi, secondo il mio punto di vista, quando lasciano, sanno benissimo il rischio al quale si espongono in quanto non possono certo dire di non esserne informati dal giorno stesso in cui hanno scelto di seguire la loro vocazione, quindi si tratta di libera scelta e non di casualità al di sopra della loro possibilità di prevederne le conseguenze.

A.

"Sanno", ma è un sapere diverso dall'essere.

F.

Riesco a capirlo poco. Perché allora "lasciano"?

C.

Io ti posso dire il perché di alcuni che conosco bene. C'è chi si trovava in una difficoltà esistenziale; certe crisi di carattere affettivo, ancor più anche sessuale, si risolvono difficilmente e male se ci si sente obbligati a rispettare una legge o una promessa; sarebbe più facile superare la crisi mettendosi nella posizione di rivalutare la propria scelta. C'è chi è convinto della propria vocazione, l'ama e la vive con dedizione, ma col passar del tempo si accorge che potrebbe esplicare meglio i doveri connessi alla propria vocazione se non fosse vincolato a mille cose che non hanno niente a che fare con il modello di generosa sequela di Cristo; si accorge che gli sono di impaccio, anziché di aiuto, obblighi derivati da aspetti strutturali, di conservazione della posizione gerarchica, di privilegi goduti, a scapito di forti richiami "vitali". Alcuni, dopo essere usciti, dichiarano di sentirsi più sinceri davanti a Dio e più disponibili verso il prossimo. Addirittura parlano di una seconda chiamata. Sanno di avere dentro il gran dono (in gergo ecclesiale, carisma) della Chiamata, e se lo vedono soffocare dalla condanna a non poter continuare ad esercitare il ministero da sposati. Al contrario alcuni nascondono il passato come se si trattasse di una colpa… Le tipologie sono tante, ma l'elemento comune è da trovare nel fatto che si è passati da uno stato di vita con i caratteri dell'assolutezza ad un altro che avrebbe i caratteri opposti. Penso spesso, e non sono sola a pensarlo, che se si vivesse il proprio ministero come un umile servizio reso per amore, e se si vivesse la scelta celibataria senza la paura di obblighi che toccano la radice del proprio essere, lo stesso passare da un genere di vita ad un altro avverrebbe meno spesso di quanto non avvenga ora, e, una volta fatto il passo, le conseguenze morali e spirituali non sarebbero tali da immobilizzare le potenzialità della persona.

F.

A questo punto mi chiedo se sono persone responsabili e mature o se sono come adolescenti che di fronte ad uno stimolo affettivo o fisico non si pongono altre domande e seguono l'istinto. Per delle persone sposate mantenere gli impegni assunti al momento del matrimonio può essere altrettanto difficile, ma anche tra questi spesso si verifica che non riescano a mantenere gli impegni assunti e da questo derivano i numerosi divorzi e separazioni ai quali stiamo assistendo, spesso con problemi sia economici che di disagio profondo per i figli e per il coniuge più debole. Alla luce di tutto questo, secondo te, cosa porta a questa mancanza di responsabilità sempre più frequente nelle persone?

A.

Il celibato non può essere vissuto "per forza". E' riduttivo identificare il matrimonio col seguire l'istinto. Penso che ne converrai anche tu.

F.

Secondo me tutti dovrebbero essere molto più fermi nel perseguire la strada che si sono scelti, dimostrando più maturità personale e responsabilità nelle proprie azioni senza sfarfallare in giro cercando quello che ragionevolmente non potrebbero avere in quanto per loro libera scelta vi hanno rinunciato. Quanto esposto non significa che io sia contrario al matrimonio dei preti ma non capisco le lamentele che questi avanzano per un trattamento che sapevano a priori che gli sarebbe stato applicato.

A.

Vorrei dire qualcosa di conclusivo, almeno per ora. Oggi la Chiesa insiste tanto sulla formazione seminariale, e tu sembri avvallare la tesi della maturità e della responsabilità come preventivo di una crisi. Io posso essere d'accordo, ma ad una condizione. Di considerare educazione alla responsabilità (che implica la maturità piena della persona) quella che non si ottiene sotto la morsa dell'obbligatorietà. L'unico obbligo che non patisce condizionamenti è quello di considerarci tutti ugualmente figli di Dio. Detto in termini laici: tutti con uguali diritti. Non si esce maturi da un sistema che ti offre un modello preciso da impersonare. Come è bello pensare a Gesù che chiede ben tre volte a Pietro: Mi ami tu? A volte uscire dal cerchio magico del restare-per-forza, significa imparare ad amare; e conta poco se si ama Dio e il prossimo da celibi o da sposati… Ma siamo tutti condizionati da moralismi che non hanno niente a che fare con la morale dell'amore.

F.

sono convinto solo in parte;. debbo farti altre domande.

A.

La prossima volta.

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