29/12/01

"… non ho altro titolo per scrivere …. che quello di testimone.

Testimone come si può esserlo di fatti cui non si è potuto sfuggire…

Alcuni testimoni tacciono. Temendo di avere seccature o di essere tirati in ballo, negano di aver visto qualsiasi cosa.

Altri vogliono dimenticare. Rammaricandosi di trovarsi implicati loro malgrado in una situazione penosa, non si ricordano più di niente.

Altri infine, parlano. Dicono quello che hanno visto e sentito. Perché la verità venga risaputa. Qualunque essa sia".

E’ questa una della prime pagine del libro di Odette Desfonds "Rivali di Dio" e ho pensato di partire proprio da esso per scrivere questa mia lettera.

Ho vissuto tutte le fasi di cui parla. Ho vissuto il silenzio. Profondo e solitario e senza speranza.

Ho vissuto la dimenticanza, durante la quale ho cercato altri uomini, ho avuto altre storie.

Ho vissuto in parte la testimonianza. Inizialmente con poche persone fidate e all’interno di un percorso di terapia individuale. Poi con "donne-così".

Anche se testimoniare per me ora, non significa espormi pubblicamente.

E spiego brevemente il perché:

Per la donna di un prete, potersi esporre, parlare di sé e della propria esperienza è un elemento vitale, che le permette di SOPRAVVIVERE in una situazione di vita senza speranza; questo è stato ciò che ho sperimentato io. Ho desiderato addirittura di morire in alcuni momenti per non soffrire più.

Per un prete, per il mio prete, esporsi vuol dire RISCHIARE MOLTO. E soprattutto vuol dire PERDERE LA FACCIA. Cosa che il mio compagno non ha mai neanche pensato di fare. Ci tiene troppo a se stesso.

Può succedere che il prete dica di non potersi esporre per "non far perdere la fede ai semplici", ma la frase spesso nasconde solo la paura per se stessi.

Che fede insegna questa chiesa, se prima di tutto non rispetta l’amore umano? Si fregia di tante belle parole riguardo "l’amore di Dio", ma questo amore non si concretizza proprio nelle persone che incontriamo sul nostro cammino? E’ molto facile parlare di concetti invece che di vita vera.

Veniamo poi alla mia storia: 35 anni di cui 7 passati come compagna di un prete (per quanto riguarda il mio amore per lui è iniziato diversi anni prima e non è ancora finito oggi, pur essendoci lasciati).

Ho amato molto quell’uomo. E’ stato l’unico uomo di cui mi sia innamorata.

Perché?

Forse per l’essenza stessa di questo amore, così assoluto, così unico.

Io ero l’unica donna per lui e lui era l’unico uomo per me, e ci eravamo giurati amore eterno.

Ma è stato poi davvero così? Perché allora non abbiamo avuto il coraggio di fare il grande passo?

Oggi, poi, dopo tanto lavoro su di me, dopo tanta sofferenza, mi chiedo perché lui non ha avuto il coraggio di fare niente per aiutarci.

Tutto quello che io gli davo era un regalo. Era in più. Una volta mi disse addirittura "potrebbe essere una stagione della nostra vita…". Questa però è cosa disonesta. Oggi lo riesco a dire.

Apparentemente lui non chiedeva niente, tanto io sapevo che lui non avrebbe mai accettato di lasciare, e io mai pensavo di chiederglielo quando iniziammo la nostra storia.

Mai poi non ce la fai più. A vivere nell’ombra. A nasconderti. A vivere sola. A non avere progetti, momenti di vita condivisi. Tu non esisti.

Non esistono i tuoi bisogni, le tue speranze, i tuoi sogni. Non ti puoi permettere niente.

Ciò che esiste è solo il suo lavoro. Anche i suoi bisogni, lui è abituato a negarli,

a nasconderli perfino a se stesso. Malgrado essi si manifestino.

E così rimane un eterno bambino, che non sa controllare i suoi impulsi, che usa il suo ruolo

per avere un po’ di affetto, di attenzione dal resto del mondo.

Molti preti manipolano le persone, soprattutto donne che gli stanno intorno.

Le confondono con un atteggiamento sempre ambiguo, che sembra voler dire: vorrei te, ti amo …. Ma non posso

Grande trappola. Probabilmente ci sono caduta anch’io, anche se è durissimo da accettare.

Considerarsi "vittima" di un uomo non è bello. Di un prete è peggio, perché vieni tradita nell’essenza di ciò in cui hai creduto: cioè l’amore che viene da Dio.

Ed invece ti accorgi che colui che hai amato è soltanto un finto adulto, è un bambino che gioca a fare Dio, sa solo vivere in un mondo di idee, di concetti … tanto astratti quanto non trovano una applicazione nella realtà. Predicano bene, ma razzolano male.

Poi pensi che in fondo non è solo colpa del singolo individuo, anche se una buona parte di responsabilità è sua.

Ma quale responsabilità ha un uomo che è entrato in seminario a 10 anni? Che è cresciuto in un clima rigido e anaffettivo, educato a dimenticarsi di sé, dei propri bisogni, educato a reprimere i propri impulsi vitali. A sublimarli.

Come può un uomo immaturo essere una guida per il popolo di Dio?

A meno che la Chiesa non abbia bisogno di uomini e donne immaturi.

C’è da chiedersi il perché, però.

E’ molto più facile gestire le coscienze che aiutarle a svilupparsi. Molto più sicuro, molto più … nella tradizione.

Ma se crediamo in Gesù Cristo, non è stato forse lui il primo a rompere con la tradizione?

Non è stato forse con lui che pubblicani e prostitute hanno mangiato? Non è stato lui che ha ridato dignità alla donna, ed anche alla donna adultera? Non è stato con lui che i ciechi e gli storpi sono stati riabilitati? Non è stato forse lui che ha detto "non è l’uomo fatto per il sabato, ma il sabato è fatto per l’uomo", ribaltando il senso di ciò che significa rispettare la legge: prima di tutto e innanzitutto rispettando l’uomo, e la donna?

Non è stato lui che ha detto "là dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia"?

Si, perché poi ci vuole anche molto tempo per accettare che la tua storia non è un "peccato". Ci vuole tanto tempo, tanto dolore, tanta compassione per se stesse, per dire "no, questo non è peccato. Ho amato un uomo, e questo non è peccato. Ho fatto l’amore con lui, e anche questo non è peccato".

Nessuno mai si deve permettere di chiamare peccato una storia di amore.

Ciò che è certo è che questa esperienza ha cambiato la mia vita. Non sarei ciò che sono oggi senza di essa. Nel bene e nel male. Ciò che è altrettanto certo è che invece la Chiesa mi ha perso. Questo è il prezzo di tutta la sofferenza.

Ero un elemento attivo e vivace all’interno della mia comunità cristiana. Ero anche una persona che difendeva a spada tratta i precetti, le leggi di Santa Madre Chiesa. Ero perfettamente allineata.

Oggi non lo sono più. E ne ho guadagnato. In umanità, nei rapporti con le persone, nella scoperta di Dio. Grazie a Dio.

Quando vado a messa, sto zitta alle parole del Credo: "Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica"…

In questa Chiesa io non credo più.

E come me forse tante altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza. Peccato, perché potevamo essere speranze per il futuro. In questo momento storico in cui ciò che più preoccupa i vertici ecclesiali è l’avvento dell’islam e della new-age.

Questo è proprio il Peccato.

Ester