Fausto Marinetti, Don Zeno, obbedientissimo ribelle, ed. la meridiana, Bari 2006*

 

Recensione di Ausilia Riggi

La figura

In una prima pagina di introduzione al libro leggiamo in esergo un’espressione tratta da cartella depositata nella Questura di Modena: “Don Zeno Saltini, ribelle all’autorità costituita”.

Ma la personalità di questo prete emiliano (1900-1981) è tanto complessa che nessuna formula potrebbe tratteggiarla adeguatamente. Lo riconosce l’Autore nell’Introduzione: “Solo tu, prete irregolare, puoi scrivere la tua avventura. Me lo anticipavi sotto il pergolato di una trattoria toscana, a tavola, davanti a un bicchiere di vino. Da tempo spazi nei tuoi ricordi. Una pausa, un sorso, lo sguardo fisso nel vuoto: «Vedi? Io sono come i bambini, i quali non hanno il senso della profondità dello spazio. Credo che il bicchiere sia qui e faccio il gesto di afferrarlo, invece mi sfugge. Così è per il mio sogno di un mondo giusto e fraterno…» (fisso questo istante nella foto di copertina)”.

Nei primi anni della sua avventura così parla di sé lo stesso don Zeno: «Frequento la cooperativa dei socialisti, gioco a briscola, suono il mandolino, mi piace osservare la gente al bar, al mercato, all’osteria, sentire i discorsi dei bevitori» (p. 24). «La sera lascio la porta aperta e, quando l’osteria chiude, gli avventori brilli vengono a chiacchierare con me. Mi raccontano tante di quelle cose! Che scuola di umanità…!» (p. 35).

 

Pur convinta che qualsiasi tipo di illustrazione ritrarrebbe un’immagine approssimativa, ai margini del suo essere, cedo alla tentazione di dire anch’io la mia. Seguo però un mio criterio: nessuna dissimulazione su quanto la sua figura ha di controverso, debordante, addirittura equivoco e paradossale; ma mi riservo di commisurare il tutto con un quid che sfugge ad ogni definizione. Guardo con molta curiosità alla genialità assoluta e/o al geniaccio, alla profezia e/o al pressappochismo, all’altruismo estremo e/o alla megalomania, alla generosità e/o allo sperpero; ma mi arresto di fronte ad ogni pretesa di trovare la verità storica di quel che don Zeno è ed opera, se non si lascia che risultino entrambi veri gli opposti, in quanto riferiti ad una singolarità che li trascende, e che lascia, negli interstizi tra l’uno e l’altro, uno spazio al mistero. Mistero che lo interpella per tutta la vita e interpella anche noi sul senso della creazione e della redenzione, nonché su ciò che fa la differenza, e cioè sul contributo che ciascuno ha l’obbligo di dare all’attuazione del disegno divino sull’umanità.

 

Un breve cenno di carattere personale aneddotico. Avevo terminato la lettura del libro quando son capitata alla presentazione di un libro su una suora “venerabile”, cioè candidata all’aureola della santità. E’ stato tale il disgusto ricavato dalla celebrazione delle sue virtù, non ultima quella di recitare in ginocchio e a mani in croce trentatré gloria patri, che tornare a don Zeno mi è sembrato riprendere a respirare aria pura. Non avrà una qualche ragione, il Nostro, nel dire: «E’ la troppa preghiera che le ha rovinate»?

 

La visione della realtà

 

Ad esaminare le motivazioni, i progetti, le forzature, le strategie rocambolesche, e soprattutto gli assoluti della fede di don Zeno, ci si accorge che non è una costruzione artificiosa la sua visione “diversa” della realtà umana. Con una sincerità a tutto tondo egli concentra l’attenzione sulla necessità di dare concretezza all’amore cristiano. Concretezza che «deve» fare del singolo un soggetto di diritti: ad avere la pancia piena; a godere di una famiglia con casa, padre, madre, fratelli; a non essere assoggettato a nessuno e a qualsiasi vincolo che possa inquadrarlo in un ordine regolamentato; a decidere su ciò che vuol fare; di conseguenza, a procurarsi, con qualsiasi mezzo, ciò che gli manca, a risarcimento del credito che grava su coloro che generano una società ingiusta.

Ha dalla sua Cristo che ha reso tutti gli uomini veri fratelli, perché figli dello stesso Padre; mentre, al contrario, l’indebita appropriazione dei beni da parte di alcuni ha introdotto in maniera surrettizia ogni squilibrio sociale. E’ da Cristo e dal Vangelo che don Zeno ricava un programma di ricostruzione dello stato umano originario, disseppellendo ciò che è stato ricacciato negli oscuri meandri di coscienze falsificate. Ed egli sente l’urgenza di metterlo in atto, presago di una rovina universale irreparabile, a cui non si può più rimediare senza un’inedita rivoluzione globale, sostenuta da fede incondizionata.

 

Utopia?

 

Sottolineo che si farebbe torto a don Zeno se si volesse edulcorare la descrizione dei suoi metodi selvaggi. La sua visione della realtà si traduce nell’intrepida voglia di far girare il mondo in senso opposto a quello solito. Nessun compromesso in attesa di un qualche assestamento pragmatico nel farsi realtà del suo progetto; nessuno scarto tra utopia e realtà.

Nella società civile e cristiana che lui inaugura là dove (e come) gli riesce, vige suprema, la netta presa di distanza da qualsiasi forma di assistenza e di beneficenza. Usa, assieme ai  collaboratori, il metodo dell’adozione e quindi dell’offerta di una famiglia a chi non ce l’ha. Non ammette limite numerico all’accoglienza di sempre nuovi figli, più o meno scapestrati, certamente «scartini» dell’umanità; prima a centinaia, poi a migliaia, a decine di migliaia. E ignora ogni limite geografico, sia all’interno dell’Italia sia, come tenta, in altre parti del mondo.

Tutto procede vorticosamente. Chiede sussidi, sapendo che nulla può bastare ad un esercito di affamati e di disperati che cresce ogni giorno a dismisura.

Coinvolge migliaia di persone di ogni categoria, a partire dai vescovi e dal papa, ai partiti e ai governi, ai religiosi e ai preti (tra cui Mazzolari, Turoldo, Vannucci…), alle personalità di rilievo e all’umile gente comune. C’è che esce dai conventi per unirsi alla schiera dei “Piccoli Apostoli della Fraternità”, raccolti in case-famiglie costituite da madri e padri volontari. Sia le istituzioni consolidate sia i singoli sono scomodati dai suoi discorsi taglienti e convincenti: bisogna provvedere di tasca propria a ridare il giusto a chi ne è privo.

La rivoluzione si snoda in mille modi, in un succedersi di vicende paradossali, che vanno dalle occupazioni alle marce, alle udienze strappate ad ogni agenda: si va a «trattare i propri interessi!»   Tutto ha dell’incredibile, nulla gli fa paura. Tanto che possiamo desumere un impossibile resoconto delle varie «azioni» compiute, dalle citazioni in tribunale, dalle deportazioni, dagli sgomberi coatti…

Quel che è grave, manca quasi del tutto l’organizzazione oculata; mancano adeguati organigrammi nei quali far quadrare entrate ed uscite; manca il senso del risparmio, dal momento che si possono solo afferrare a volo aiuti improvvisi e sporadici; manca la regolarità ad un lavoro associato e produttivo. Ogni ricavato si brucia presto perché non ci sono fondamenta che tengano di fronte all’emergenza perenne. Da una parte l’azzeramento gerarchico e l’abolizione del guadagno nelle e tra le «famiglie», dall’altra l’accesso senza danaro ai beni di consumo e voluttuari, non aiutano a trasformare una massa di diseredati nel popolo nuovo che vuole creare.

Eppure da questo caos nasce  Nomadelfia.

Ma leggiamo alcune frasi che possano dare l’idea, meglio di ogni commento, di quel misto di idealità fortemente credute e di pratica improvvisata. Le sue dirette parole potrebbero farci scoprire, chissà, il profeta. Perché no?

 

Nella sua cronistoria

 

Firmo le cambiali ad occhi chiusi. Vanno in protesto, respiro per qualche giorno. I fornitori vengono, valutano, paghiamo in natura. L’ufficiale giudiziario mi trova a letto: «Cosa c’è rimasto da sequestrare?». «Porti via il letto e me insieme!»” (p. 47). “Sulla mia testa una taglia di 500 mila lire (1944, p. 61). I creditori dicono: ‘Don Zeno è impossibile’. E lui:  “Non sono io impossibile, è la realtà che ha bisogna di bisturi” (p. 208). Dice a sua Madre Chiesa: “Sui calvari del Terzo Mondo, Cristo ti affida i popoli crocifissi: «Donna ecco i tuoi figli»; «figli, ecco vostra madre». Per noi la fraternità non è consiglio ma legge” (p. 105). “Siamo chiamati a fondare una città di santi, non a trasformare il mondo in una città di santi” (p. 123). “Con la carità si dà, con la giustizia si è, si condivide. La prima fa dei benefattori e beneficati, la seconda dei fratelli. Molti non avrebbero il coraggio di pugnalare l’Eucarestia, sputarci sopra. Eppure ogni volta che offendete un abbandonato, non crediate di fare un male minore” (p. 126). “Marciamo alla rivoluzione di Dio” (p. 167). “Ci interessa il diritto alla vita terrena, non solo a quella eterna” (p. 241). “Io parlo il linguaggio degli oppressi. Capisco i ragionamenti degli oppressori, ma non hanno niente a che fare con i nostri” (p. 245). “Il mio nulla m’incoraggia a combattere i giganti” (p. 248). “La salvezza o sarà planetaria o non sarà salvezza” (p. 16). “Odio la diplomazia vaticana quando viene a patti con il mondo fino ad essere maestra di diplomazia mondana” (p. 77). “Se le guerre nascono dalle ingiustizie si può non sparare su queste? Affermare che non spetta alla Chiesa l’organizzazione sociale è giusto. Ma non si può dire che i cattolici possano accettare, anzi difendere con la forza sistemi ingiusti e che il papa e il clero benedicano chi sfrutta il sangue dei fratelli. E’ carità questa?” (p. 114). “Io ho sempre davanti l’anarchia delle masse anarchiche ma assetate di giustizia, il clero le ritiene atee e materialiste, ma lo stomaco non è né ateo né materialista: è d’interesse divino (…) Li [i benefattori] urta il fatto che i miei figli formano un popolo libero e quindi non li potranno assoggettare come lavoratori a loro servizio. Capiscono troppo bene che è l’ultimo colpo del cristianesimo contro la schiavitù” (p. 145). “La stampa non ci stacca gli occhi di dosso. Buzzati parla di «Paura della bontà»” (p. 149). Ironizza: “Tutto cristianizzano, tutti consacrano al Sacro Cuore… Urge una rivoluzione di palazzo” (p. 247). “Noi siamo schiavi e la nostra presenza, per la legge dell’estrema necessità, annulla il diritto di proprietà pubblico e privato e lo condanna come un furto” (p. 265). Ah, i soldi, i soldi! Nelle mie mani non si fermano mai” (p. 164). “ Se [i nomadelfi] conoscessero la S. Sede, credo che rapirebbero il papa, venderebbero tutto, per nutrire, anche per un solo pasto, tutti gli affamati del mondo” (p. 179). 

 

Nomadelfia, il popolo cristiano, i preti

 

Sono insostituibili le parole di don Zeno: “Si parla di Nomadelfia come di «comunismo cristiano»   e del prete puro al rito dei funerali rossi …; io sono un comunista e mezzo, perché sono per la redenzione dal lavoro del padrone” (p. 95). “Ogni famiglia una casa, una regola d’oro per tutti: tutto in comune. Viene bandito il concetto di proprietà, risparmio, punizione. Non circola denaro. Neppure al bar, dal barbiere, dal calzolaio, dal sarto” (p. 104). “Nomadelfia è una sfida al comunismo: essa sorge come baluardo cristiano in campo sociale, un superamento della concezione individualista e collettivista…Sorga, dunque, Nomadelfia, nell’epicentro del comunismo [in Emilia]” (p. 106). “Nomadelfia è il monachesimo sociale, non più di singoli, ma di famiglie (p. 157). [Immagina cosa gli dirà il Visitatore apostolico:] «Ma lei che cos’è? Un civile sacerdote!». «Ha detto bene: io non ho generato un’opera della Chiesa, ma un popolo civile» (p. 181). Dopo l’insubordinazione elettorale dei suoi figli (1951), il Vaticano ordina ai sacerdoti di ritirarsi. Si allega all’ingiunzione: «il clero non deve dedicarsi a lavori indecorosi; è tenuto alle pratiche di pietà e a una vita distinta da quella dei laici (can. 124); non può fare attività politica (can. 139)». E lui: “Oso dire al papa: «Si lasci ammazzare, Santità, piuttosto che ammazzare Nomadelfia» (p. 183). “Non possono ingoiare il nostro modo d’essere preti, perché metterebbe in crisi il sistema ecclesiastico. Se implica privilegi, come è possibile essere «alla pari» con i laici? Per noi prima si è nomadelfi, poi sacerdoti; prima popolo, poi sacerdoti. Il prete non è più un maestro che forma una casta a sé, ma l’uomo buttato in mezzo al popolo, è popolo. Ecco il vangelo: Senza bisacce, senza calzature, senza scorte, in bolletta pura, senza canonica, senza nipoti” (p. 184).

 

Ripartire da zero

 

Ed ecco come don Zeno ci mette di fronte ad un dilemma scottante con la favola ingenua che raffigura la causa e il rimedio a tutti i disastri sociali: l’umanità, completamente sfasciata «di suo» per una caduta originale, sarebbe stata rabberciata, cammin facendo nella storia, attraverso ordinamenti di ogni genere e specie, che hanno dilatata la ferita d’inizio, anziché curarla in radice.

A noi spetta riflettere seriamente sulla sua ri-proposizione di un originario statuto umano, rimosso nei fondali della coscienza: ripartire da zero non significa annullare la storia, ma lanciarla verso la conquista del Regno di Dio sulla terra, strappandola ai paradisi che ci siamo illusi di conquistare con i nostri pietismi, angelismi, vittimismi…

Un lettore onesto non può non confrontarsi col massimalismo di don Zeno. Forse il suo eloquio è delirante proprio perché rispecchia una verità di fondo fin troppo realistica: è falso un cristianesimo che non esiga il confronto con l’utopia evangelica, ricalcata sui preliminari dell’Eden biblico, pena il fallimento della creazione e della redenzione per colpa nostra.

Don Zeno propone una scelta-obbligata che ci fa impigliare in un ossimoro sconvolgente, perché esistenziale. Più grave delle contraddizioni di don Zeno è la nostra doppiezza ipocrita che ci fa cercare accomodanti equilibrismi.

All’interrogativo che don Zeno lascia irrisolto, “che ne sarebbe di una fratellanza umana perfetta, da realizzare per obbligo?”, abbiamo il sacrosanto dovere di associarne un altro:  “ma è giusto lasciare che la libertà di scelta nel praticare l’amore generi i mostri dell’egoismo?”.

 

 

Ausilia Riggi


 

* Così l’Autore, a cui siamo grati per averci dato l’opportunità di conoscere l’autentico don Zeno, sintetizza la sua vicenda terrena: “Zeno affonda le mani nelle vittime della società, che gli hanno trasmesso la nausea dell’assistenza: né al di sopra né al di sotto, alla pari. I figli di nessuno lo inducono a farsi loro padre, non per buonismo ma per sanare le radici del popolo. Poi si fa padre del popolo, perché è un abbandonato anche lui. Invano predica in piazza di farsi fratelli come famiglie. Nel 1947 occupa, con i figli, l’ex-campo di concentramento di Fossoli, dove nasce la città dell’amore. La comunità cresce a dismisura e gli fa sognare la santità sociale: dimostrare che il vangelo trasforma tutte le realtà umane; che la fede ci è data solo per fare le cose impossibili: superare i vincoli del sangue, fraternizzare le famiglie, produrre i beni in comune”.

E così conclude: “La sua vicenda non è storia passata. Basta leggerla con gli occhi dei crocefissi di tutti i tempi.  I figli abbandonati di ieri, oggi sono i popoli di nessuno alla deriva del mercato globale. Zeno, grida ancora, dai tetti della Banca Mondiale: “Bisogna fare i conti con le periferie della storia; o la giustizia è globale o non è giustizia; la salvezza o sarà planetaria o non sarà salvezza”. Ripeti senza sosta alla tua Chiesa: «Sui Calvari del terzo mondo, Cristo ti affida i popoli crocifissi: “Donna, ecco i tuoi figli; figli, ecco vostra madre”».  

Per ordinazioni: La Meridiana 080-33.46.971; F. Marinetti:  071-793.14.86 (sconti)

L’Autore

Fausto Marinetti (1942), licenziato in teologia, si dedica agli emarginati. L’incontro con don Zeno gli cambia la vita. Per dieci anni (1969-79) gli fa da aiutante e confidente. Imbevuto del suo amore per i popoli-fratelli s’immerge nelle stigmate del nordest brasiliano. Denuncia le cause dell’ingiustizia strutturale con libri-testimonianza (L’olocausto degli empobrecidos, 1987, 7^ ed., Lettere dalla periferia della storia, 1989, 3^ ed., editi dalla Morcelliana, Brescia). Visita vari paesi come reporter per varie riviste missionarie (1990-2000). Rientra in Italia nel 2000 e si dedica all’approfondimento e diffusione del messaggio di don Zeno. Nel 25° del suo trapasso gli dice “grazie” con questo libro-di-vita.