Una corrispondenza attraverso la rivistaJesus

N° 3/ 02

 

Il primato di Dio non è "a tempo"

Sono un giovane novizio. Da anni, con interesse, seguo la vostra bella rivista: ricca di spunti di riflessioni e di confronti pacati e rispettosi di tutti; a volte anche di provocazioni, ma sempre per attivare un salutare dibattito! Con un'attenzione particolare per quei fenomeni considerati marginali (o piuttosto emarginati?) ecclesialmente (non solo da frati, preti e vescovi), che sono degli stimoli a lavorare meglio e di più!

Mi inserisco nel dibattito innescato dalla teologa che parlava di vita religiosa "a tempo". Come può la consacrazione "a tempo" essere un segno e una profezia? Non è piuttosto un adeguarsi ai tempi in cui viviamo e a un mondo che ha terribilmente paura di quel fatidico "per sempre"? La chiamata alla vita religiosa non deve in nessun modo perdere questo suo carattere "totalizzante", che costituisce l'essenza stessa della vita consacrata.

Per un consacrato tutto è una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo. Il concetto della consacrazione "a tempo" appare molto umano e nel contempo comprensibile, ma snatura quello che è l'aspetto escatologico della vocazione del consacrato. Che così vuol testimoniare l'affermazione del primato di Dio e dei beni futuri.  Fe. Davide G. - La Verna

 

Vita religiosa a tempo?

Circa le perplessità mostrate (N. 3/02), dal seminarista sulla chiamata "a tempo" alla vita religiosa come proponeva una teologa, vorrei esprimere una mia riflessione.

Sono d'accordo sul fatto che la scelta di uno “stato di vita”, in quanto "stato", non può essere temporanea. Imboccare una strada per arrivare ad un traguardo, e porre la condizione, sia pure in cuor proprio: "se ce la farò", è molto limitante, quasi si trattasse della realizzazione di un progetto qualsiasi. Ci va molta serietà quando si intraprende una via che, almeno nel proposito, non può non essere definitiva.

Eppure quel "totalizzante", usato dal novizio, serve a capire i suoi timori.

Precisato che la chiamata richiede una volontà integra, e cioè non tentennante, nemmeno se la promessa è temporanea, non bisogna dimenticare che non sono da cercare nell'essenza della vita consacrata, i motivi escatologici, i quali testimonierebbero davanti al mondo il primato di Dio e dei beni futuri. Così ragionando, si fa della vita religiosa qualcosa di sublime in sé, come si esprime lo stesso seminarista, tanto da darle un valore oggettivamente assoluto. Mentre assoluto è solo il Dio di tutti. E parimenti assoluto può essere l'amore per Dio da parte di chi l'ha servito in un certo modo (mai a metà) e poi continua a servirlo in altro modo.

Per instabilità debolezza incertezza, dato il contagio dei tempi attuali?

Tutto è possibile. Lo vediamo, ad esempio, nel moltiplicarsi dei casi di divorzio. Ma come per ogni cosa di questo mondo, gli effetti negativi di una tendenza spesso portano in sé il seme di un maggior bene, se sappiamo leggere in profondità i segni dei tempi. Nel caso nostro, può esserci l'uno e l'altro effetto. Quello buono, forse, sottolinea che il modo di servire-amare Dio è scelta umana oltre che divina; scelta, quindi condizionata da mille fattori, da non disconoscere, da non considerare unicamente di comodo.

Forse è ora di non dare alla vita consacrata un senso escatologico assoluto, come se altre scelte non avrebbero o avrebbero in minor misura. I ruoli assunti nella chiesa sono certamente diversi e di diverso grado, ma guai a far coincidere l'essenza di una data struttura con l'essenza della persona senza alcuno scarto, come induce a ritenere quel "totalizzante". E forse c'è del buono nella proposta della consacrazione "a tempo", proprio nella maggiore consapevolezza che anche le forme strutturate nel migliore dei modi possano essere inadeguate ad un certo punto dell'evoluzione spirituale della persona.

In tale logica la teologia attuale, anche quando parla del sacerdozio, precisa che la differenza ontologica è nella funzione, non nella persona. Sappiamo bene, per portare un esempio celebre, come san Francesco di Assisi, innamorato pazzamente del Cristo povero, rifuggì dalla sublimità della "funzione sacerdotale" e addirittura morì fuori dallo stesso ordine che aveva fondato, ritenendolo inadeguato alla sua sete di assoluto nello specifico della sua vocazione.

Ho massimo rispetto per lo slancio, i sentimenti, la fragranza del dono di sé che il novizio mostra. Temo soltanto che lui neghi o ritenga meno impegnative altre possibilità di dono "a tempo". Gli farei presente che esse non sempre sono frutto di mancanza di generosità o di eccessiva attenzione o peggio di cedimento preventivo ai limiti umani (e quindi di poca fiducia nell'aiuto divino).

Ideare nuovi modi di abbracciare una vocazione, può permettere che siano evitati compromessi ed ambiguità, qualora elementi strutturali si rivelassero coercitivi, tali da voler salvare la forma, non la sostanza della vocazione.

E' poi importante non generalizzare. Ma potrebbe essere un bene, anche per chi ha pieno desiderio di non porre limiti al dono di sé, misurarsi con coloro che fanno una scelta alquanto diversa, senza ritenersi né migliori né peggiori.

Le sicurezze spirituali e l'eccellenza di uno stato di vita possono essere altrettanto insidiose quanto i cedimenti frivoli.

Ausilia Riggi