Video-conferenza

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Congregazione per il Clero 

 

Relazioni della videoconferenza tenutasi il 28 aprile 2006 con per tema

 

Il celibato e la paternità sacerdotale

 

 

PAROLE INTRODUTTIVE

di

Sua Em. Rev.ma il Signor Cardinale

Darío Castrillón Hoyos

Prefetto della Congregazione per il Clero

 

Il celibato e la paternità del sacerdote

Il celibato è un dono dell’amore di Dio che la Chiesa riceve continuamente e vuole custodire, convinta che esso è un bene eccelso per se stessa e per il mondo intero. Il Magistero della Chiesa lo ha ribadito fin dai tempi apostolici e lo ha riaffermato più volte nell’ultimo Concilio Ecumenico.

Nella Costituzione Lumen gentium troviamo questa affermazione: “Eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr.  Mt 19,11; 1 Cor 7,7) di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni (cfr. 1 Cor 7, 32-34) nella verginità e nel celibato. Questa perfetta continenza per il Regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, come un segno e uno stimolo della carità e come una speciale sorgente di fecondità nel mondo” (n. 42). In particolare, il Decreto conciliare Presbiterorum ordinis, dichiara: “La perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (cfr. Mt 19,12), nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale” (n. 16).

Ha scritto la Beata Madre Teresa di Calcutta: “Sì, il mondo ha una grande necessità del celibato sacerdotale perché ha bisogno di Cristo. Dubitare del valore del sacerdozio di una persona e del celibato sacerdotale nel mondo d’oggi, significa dubitare dell’autentico valore di Cristo e della sua missione, perché essi, Cristo ed il sacerdote, sono una cosa sola (Il celibato sacerdotale segno della carità di Cristo: in “Solo per amore-  riflessioni sul celibato sacerdotale” Ed. Paoline, 1993, Cinisello Balsamo, pp. 208-209).

È quanto, oggi, verrà affrontato teologicamente in questa quarantaseiesima video-conferenza internazionale dal tema: “Il celibato e la paternità del sacerdote”. 

I Teologi ricorderanno che esiste uno stretto legame del celibato con la Ordinazione sacerdotale, sacramento che configura ontologicamente il sacerdote a Gesù Cristo, Capo e Sposo della sua Chiesa. Sulla base della viva Tradizione della Chiesa e percorrendo il solco tracciato anche dal recente Magistero petrino, essi richiameranno le motivazioni teologiche di natura cristologica, ecclesiologica ed escatologica che mostrano l’intima connessione del celibato col ministero ordinato, nella sua duplice dimensione di relazione a Cristo e alla sua Chiesa.

Le Relazioni odierne riaffermeranno, innanzitutto, che il celibato sacerdotale è sì norma canonica ma che la legge ecclesiastica non può essere intesa come una imposizione arbitraria della Chiesa, come se si trattasse di un comando esterno che ricade sul sacerdote quasi che egli dovesse pagare un tributo a Dio per essere ministro ordinato.  No, la normativa ecclesiastica sul celibato ha la sua radice nel mistero di Cristo e della sua Chiesa, mistero ancorato sul fondamento della volontà salvifica di Dio che guida la sua Chiesa nella missione affidatale: essere sacramento universale di salvezza, comunione di Dio con l’umanità intera. 

Negli interventi le riflessioni dottrinali, con i loro richiami alla Sacra Scrittura e ai Padri della Chiesa, permetteranno di comprendere meglio che la radice cristologica del celibato sacerdotale è inscindibile da quella ecclesiologica: il sacerdote, chiamato ad identificarsi con Cristo che è vissuto celibe, si rende capace di amare Dio e gli uomini con un cuore nuovo e indiviso nel suo ministero pastorale e paterno (cfr. Gal 4,19) di generare gioiosamente il Popolo di Dio alla fede, di formarlo e di condurlo “quale vergine casta  (2 Cor 11,2) alla pienezza di vita in Cristo. Il sacerdote, chiamato a partecipare della fecondità della grazia, genera spiritualmente alla vita eterna una innumerevole schiera di figli di Dio: il suo volto riflette l’amore misericordioso di Dio Padre, la sua parola e le sue mani unte sono la parola e le mani di Cristo, come ha ricordato recentemente il Santo Padre nell’Omelia della Santa Messa del Crisma del Giovedì Santo (del 13.4.2006): le mani del sacerdote “sono segno della sua capacità di donare, della creatività del plasmare il mondo con l’amore”.  Per questo Sant’Agostino poteva affermare che “nessuna fecondità carnale può essere paragonata con la verginità consacrata” (De sancta veriginitate 8:PL 40,400). Essa, come dirà il Concilio Vaticano II, è per i sacerdoti “fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo” (Decr. Presbyterorum ordinis, 16) che  li dispone a ricevere e ad esercitare gioiosamente  la paternità in Cristo (cfr. Cost. dog. Lumen gentium, 42).

Ha scritto Giovanni Paolo II nel suo libro autobiografico “Alzatevi, andiamo!”: “Il celibato, infatti, dà la piena possibilità di realizzare questo tipo di paternità: una paternità casta, consacrata totalmente a Cristo e alla sua vergine Madre. Il Sacerdote, libero dalla sollecitudine personale per la famiglia, può dedicarsi con tutto il cuore alla missione pastorale. Si capisce pertanto la fermezza con cui la Chiesa di rito latino ha difeso la tradizione del celibato per i suoi sacerdoti, resistendo alle pressioni che nel corso della storia si sono, di tempo in tempo, manifestate. E’ una tradizione certo esigente, ma che si è rivelata singolarmente feconda di frutti spirituali.” (Arnaldo Mondadori  Edit. S.p.A., anno 2004, Cles, p. 109).

Il celibato diviene così cammino di santità, cammino lungo il quale il sacerdote ama la Chiesa con quell’amore verginale, totale ed esclusivo con cui Cristo stesso l’ha amata, come suo Capo e Sposo, vale a dire con tutto se stesso, anima e corpo, testimoniando così l’amore sponsale di Cristo e traendone soprannaturale vigore di fecondità spirituale. E nello stesso tempo il celibato sacerdotale così vissuto manifesta ad ogni uomo anche la sua dimensione escatologica, prefigurando ed anticipando nel mondo la comunione e la donazione perfette e definitive che Cristo stesso avrà con la sua Chiesa nella vita eterna, dove i figli di Dio non prenderanno né moglie, né marito, ma saranno come angeli al cospetto di Dio (cfr. Mt 22,30).

Ringraziando gli invitati, ricordo che i loro interventi si svolgeranno in collegamento diretto, da dieci nazioni dei cinque continenti. Le riflessioni saranno svolte da Roma, dalla Sede della Congregazione per il Clero, dal Prof. Antonio Miralles e dal Prof. Paolo Scarafoni.

Interverranno, inoltre, da New York il Prof. Michael Hull, da Manila il Prof. José Vidamor Yu; da Regensburg il Prof. Gerhard Ludwig Müller; da Taiwan il Prof. Louis Aldrich; da Johannesburg il Prof. Rodney Moss; da Bogotà il Prof. Silvio Cajiao;da Sydney il Prof. Gary Devery; da Madrid il Prof. Alfonso Carrasco Rouco; da Mosca il Prof. Ivan Kowalewsky.

Auguro a tutti un buon ascolto.

 

 

Prof. Paolo Scarafoni LC – Roma – 28 aprile 2006

LA VERGINITÀ PER IL REGNO DEI CIELI

 

La Verginità consacrata per il Regno dei Cieli ha un triplice significato: cristologico, ecclesiologico ed escatologico (Sacerdotalis coelibatus ). È un dono eccelso non  soltanto per i religiosi, ma che accompagna la chiamata al sacerdozio nella Chiesa latina. Il problema del celibato sacerdotale è stato studiato con molta attenzione durante il Concilio Vaticano II ed espresso nei suoi documenti; ripreso in modo esaustivo nella enciclica di Paolo VI Sacerdotalis Coelibatus; esaminato nella sessione ordinaria del sinodo dei Vescovi del 1971; trattato varie volte nel magistero ordinario di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, specialmente nelle sue lettere ai sacerdoti in occasione del giovedì santo.

La mancanza di stima per la verginità consacrata per il Regno dei Cieli dipende dall’affievolimento della fede e della speranza vera nel Regno dei Cieli, cioè del desiderio vivo dei bei futuri; e nella mancanza di carità intensa per Cristo e la Chiesa. Queste tre virtù teologali sono donate nel Battesimo ed esprimono la vita di grazia, e la comunione con Dio. Esse permettono di giungere ad una risposta radicale alla chiamata di Dio, cioè una preferenza e dedizione per il Signore al di sopra di ogni altra realtà creata. Chi invece non riconosce con chiarezza il Signore al quale aderire con totale docilità, fiducia illimitata ed amore appassionato, non può immaginare di doverlo scegliere e preferire alle altre realtà del mondo che si affacciano nella vita. La fede, la speranza e la carità cristiana esprimono questa radicalità attraverso varie forme. In primo luogo attraverso il martirio, che in determinate circostanze si presenta come una chiamata speciale a consegnare tutta la propria vita per mezzo della morte violenta subita, per confessare, riporre totale fiducia ed amore per il Signore, percepito come valore supremo irrinunciabile, non scambiabile neanche con la propria vita terrena. Il martirio realizza un amore più grande, una risposta più intensa e totale. In secondo luogo le virtù teologali esprimono questa radicalità attraverso i tre classici ambiti della consacrazione a Dio: l’obbedienza, la povertà e la verginità consacrata. Sono i tre nodi con i quali ci si lega totalmente al Signore.

L’obbedienza porta a rinunciare liberamente alla propria volontà e libera determinazione, per eseguire sempre la volontà di Dio, espressa dai superiori legittimi; per il sacerdote diocesano questa volontà viene espressa dal Papa e dal Vescovo. La povertà porta a rinunciare a possedere ricchezze e beni di questo mondo, e all’utilizzo di essi in modo autonomo, per godere della piena disponibilità al servizio del Signore e della Chiesa. La verginità consacrata porta a rinunciare ai beni del matrimonio e della famiglia, dell’esercizio della sessualità e della procreazione. In questo modo tutto il potenziale affettivo viene donato a Signore e al servizio dei fratelli.

Questi tre ambiti di consacrazione al Signore sono molto confacenti alla speciale identificazione con Cristo sacerdote, che si realizza con il sacramento dell’ordine, in modo particolare nel sacerdozio e nell’episcopato.

Sono state formulate alcune obiezioni al fatto che la verginità consacrata sia conveniente per i sacerdoti. La prima è che nel Nuovo Testamento non risulta che essa sia indispensabile per diventare sacerdote, ed effettivamente si può constatare dagli scritti degli apostoli che all’inizio non fu richiesta la verginità per accedere al sacerdozio. A questa obiezione si risponde che il modello lasciato da Cristo, sommo sacerdote, è di verginità e che il richiamo alla imitazione dello stato di vita del Signore da parte dei dei ministri sacri è ben chiaro nel Vangelo e negli scritti degli apostoli: proprio quando Cristo parla della eccelsa vocazione al matrimonio, e propone un ideale molto alto di fedeltà ed indissolubilità, presenta anche la chiamata ancora più alta alla verginità per alcuni uomini (Mt 19,1-12); essendo Egli stesso il modello di tale condizione, e colui che può concedere la grazia di comprendere l’elezione divina ad un simile modo di vivere, risulta implicito il riferimento e l’invito a coloro che scelse perché stessero con Lui e condividessero la sua missione, cioè per gli apostoli e i sacerdoti (Mc 3,13-15). La Chiesa ha sempre interpretato il discorso di Cristo in questo modo. Sarebbe assurdo interpretare queste espressioni rivolte a persone non chiamate a una speciale identificazione con Cristo e a una condivisione e prolungamento della Sua missione.

La seconda obiezione viene dalla proposta teologica di separare il ministero sacerdotale dalla chiamata alla verginità consacrata; ciò verrebbe confortato dal modello seguito nelle Chiese orientali, che prevedono i sacerdoti sposati. A questa obiezione si risponde che l’occidente mette in rilievo l’eccellenza e la convenienza del dono della verginità che accompagna il dono e la condizione del sacerdozio. L’eccellenza della verginità viene molto valorizzata anche in Oriente. Ciò viene dimostrato dalla dottrina dei Padri orientali; dalla disciplina per i sacerdoti ordinati che non possono sposarsi dopo l’ordinazione; inoltre i vescovi che esprimono la totalità del sacerdozio cristiano e la piena identificazione con Cristo sacerdote e capo, anche in Oriente non possono sposarsi, ad imitazione del Signore.

Una terza obiezione viene dalla scarsità delle vocazioni sacerdotali nelle circostanze attuali. Togliendo l’esigenza della verginità ci sarebbero più giovani che aspirerebbero al sacerdozio. A questa obiezione si risponde che l’esperienza dimostra che laddove si rende più facile l’accesso al sacerdozio, e diminuiscono le esigenze, non aumentano le vocazioni, al contrario tendono a scomparire del tutto.  E questo risponde anche a una psicologia profonda di radicalità propria della vocazione sacerdotale.

Una quarta obiezione considera l’opportunità di concedere ai sacerdoti di avere la moglie, in una cultura e in una società con forti problematiche familiari; così si favorirebbe da una parte un numero minore di defezioni sacerdotali, e dall’altra si offrirebbe un aiuto alla famiglia, in quanto i sacerdoti potrebbero essere buoni modelli di mariti e di padri, e le famiglie dei sacerdoti sarebbero di esempio per le altre famiglie. Questa obiezione sembra ingenua, e non considera che proprio per la situazione attuale la scelta della moglie adatta a condividere la vita del sacerdote sarebbe molto difficile, se non del tutto eccezionale; il risultato auspicato di formare una famiglia che sia modello per le altre famiglie tutt’altro che scontato; l’eventualità di insuccessi familiari un problema molto grave. Verrebbero richiesti ai sacerdoti parecchi obblighi molto complicati in aggiunta, proprio a coloro che si vorrebbe sollevare dall’obbligo della verginità.

Ci sono anche due obiezioni di tipo pedagogico e psicologico: la situazione innaturale in cui sono costretti a vivere i candidati al sacerdozio e i sacerdoti non permetterebbe loro di raggiungere una maturazione completa della personalità; gli adolescenti e i giovani non sarebbero in grado di misurare le conseguenze di un impegno così grande, complesso e prolungato e pertanto non potrebbero fare una scelta definitiva in tal senso. Queste obiezioni hanno portato a esperimenti educativi nefasti nei seminari, basati sulla molteplicità delle esperienze affettive e sessuali, al fine di poter prendere una decisione nella consapevolezza di che cosa si rinuncia. Bisogna rispondere che in nessun altro caso la pedagogia prevede un simile modo di procedere, e risulta assurdo e ingiusto che si applichi per i candidati al sacerdozio: cioè il dover diventare esperti proprio in ciò che è contrario a quello che si deve esercitare durante tutta la vita, lasciando all’improvvisazione dell’ultimo momento la comprensione del comportamento dovuto. È sbagliata l’ossessione degli educatori per quello a cui si rinuncia e in concreto l’ossessione per l’esercizio della sessualità, motivo di fondo di questa visione pedagogica. Non se la sentono di richiedere tale rinuncia perché non credono che la richiesta venga dal Signore e non da loro. Si è diffusa l’opinione erronea, se non proprio in malafede, “secondo cui il celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica sarebbe semplicemente un’istituzione imposta per legge a coloro che ricevono il sacramento dell’Ordine” (Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, giovedì santo, 12 aprile 1979). Al contrario il celibato è una questione di coscienza, è abbracciato e scelto per sempre da coloro che si preparano al sacerdozio dopo aver raggiunto la piena convinzione che si tratta di un “dono” concesso dal Signore a sé, un “dono dello Spirito” per identificarsi meglio con Lui, e per servire la Chiesa e il prossimo. La maturazione della personalità è frutto di molto tempo e ci vuole un sano realismo: non basta la comprensione o il desiderio di essere casti; ci vuole il paziente lavoro di dominare le passioni, esposte alle tentazioni. Tale dominio richiede per tutta la vita la vigilanza costante e la perseveranza nella preghiera. Da una parte bisogna evitare gli stimoli che provocano le reazioni delle passioni: se un seminarista o un sacerdote si permette ogni tipo di letture, spettacoli e intrattenimenti offerti dalla società edonista, troverà facilmente forti stimoli contrari alla castità sacerdotale; se si lascia andare agli affetti e innamoramenti non sarà capace di maturare nel proprio amore intenso, esclusivo e fervente per Cristo. La natura ha le proprie leggi che bisogna saper riconoscere e rispettare. Il buon senso è essenziale per l’educazione dei seminaristi e sacerdoti. Il riconoscere che esistono le tentazioni non significa però la chiusura in una torre d’avorio. La maturazione della personalità non consiste in una repressione, ma in un processo di canalizzazione, con un lavoro positivo, aperto e gioioso in funzione dell’amore. Il sacerdote è chiamato ad amare più intensamente e più persone, proprio grazie alla sua consacrazione nella verginità. L’acquisizione della maturità richiede un lungo periodo, connesso con lo sviluppo fisico e psicologico di ognuno. Davanti alle tentazioni più difficili e ai momenti di crisi il sacerdote è cosciente che Dio ha diritto alla risposta matura di fedeltà, alla prova di umana coerenza e dignità, che esaltano la propria coscienza; non pensa che tali momenti si risolvono al di fuori della coscienza, con l’intervento amministrativo della dispensa; sa bene che le esigenze del Signore sono accompagnate dalla sua grazia e aiuto. La coerenza dei sacerdoti nel loro stato di verginità consacrata è indispensabile sostegno per le numerose difficoltà che debbono superare gli sposi nella vita matrimoniale, nell’ottica che l’amore non è soltanto chiamata, ma e anche dovere.

Significato cristologico. Il Regno di Dio o Regno dei Cieli è Cristo stesso (Mc 1,15), che è Dio presente in mezzo a noi. In questa ottica di sua presenza salvifica Cristo chiama a sé quelli che vuole, e li raduna per compiere la missione di salvezza. La consacrazione nella verginità per il Regno, è la consacrazione a Cristo e ad imitazione di Cristo. È l’amore totale ed esclusivo per Cristo. Soltanto Cristo è in grado di attirare a sé totalmente una persona e chiedergli tutta la vita. L’amore per Cristo è il motivo ultimo della verginità consacrata; se ciò si addice ai battezzati che sono chiamati a questo nella vita religiosa, tanto più si addice ai sacerdoti che si identificano e si consacrano in modo del tutto speciale con Cristo. I sacerdoti annunciano la Parola di Cristo, celebrano i sacramenti di Cristo, specialmente l’Eucaristia, offrendo dalle proprie mani il sacrificio di Cristo al Padre; consegnano la comunione con Cristo ai cristiani; perdonano i peccati in nome di Cristo; impongono le mani  per far scendere lo Spirito Santo, come faceva Cristo.

Significato ecclesiologico. Cristo è lo sposo che si è donato con cuore indiviso alla sposa consegnando tutta la propria vita per lei, fino alla morte. La verginità consacrata dei sacerdoti, ad imitazione di Cristo, mette in evidenza l’amore sponsale nei confronti della Chiesa. Il loro celibato è un chiaro segno di speciale dedizione al servizio e alla carità; nei confronti di tutti, in modo particolare di coloro che hanno bisogno. Anche nel matrimonio bisogna servire, soprattutto la propria famiglia. I sacerdoti sono coloro che servono tutti coloro che servono, senza distinzioni, il servo dei servi. Il sacerdote vive per “edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,12). Nel servizio e nella testimonianza di amore consacrato il sacerdozio ministeriale viene inteso come “subordinazione” al sacerdozio comune di tutti i fedeli, i quali hanno diritto di aspettarsi tale servizio e tale fedeltà. Nella chiamata alla verginità e ai doveri della verginità si coglie la chiamata al dovere di servire, e al diritto degli altri di essere serviti dai sacerdoti. In situazioni particolari la verginità consacrata permette una maggiore disponibilità dei sacerdoti alla difesa del gregge dai lupi, esponendo la propria vita con coraggio. La storia della Chiesa nel secolo scorso è costellata di modelli di sacerdoti che hanno esposto la propria vita a sofferenze e alla morte per conservare la fede e la libertà dei cristiani. Anche nei grandi fenomeni di emigrazione i sacerdoti hanno potuto seguire il popolo grazie alla loro condizione che li predispone al servizio; questo ha generato nuove comunità in altri paesi e continenti, che sono oggi la speranza della Chiesa. Nel compimento del servizio consiste la edificazione del Corpo di Cristo, ognuno secondo la misura assegnata.

Significato escatologico. La fede nell’esistenza dei beni del Cielo, dell’esistenza senza fine nella comunione con Dio, non immediatamente percepibile con i sensi e la forza della ragione; e la ferma speranza di ottenerli, spinge i cristiani a riporre in essi la totalità della propria esistenza. La mancanza di fede e di speranza porta a considerare che gli unici beni da  raggiungere sono quelli che offre la vita  presente e il mondo; pertanto la privazione di essi, e in concreto di una famiglia e di una prole, diventa un contro senso. La verginità consacrata per il Regno dei Cieli è invece un forte richiamo per il mondo edonista e secolarizzato a credere in Dio e nella vita eterna.

 

 

Prof. Alfonso Carrasco Rouco

Facoltà di Teologia" San Dámaso"

Madrid - 28 aprile 2006

 

L'origine apostolica del celibato sacerdotale

 

L'affermazione di un'origine apostolica del celibato sacerdotale può risultare intrigante ancora oggi, e perfino sembrare contraria a un'opinione abbastanza generalizzata per la quale si tratterebbe in realtà di un'innovazione introdotta a poco a poco dalla Chiesa latina, che avrebbe acquisito la sua forma definitiva nel secondo millennio, soprattutto attraverso le decisioni prese nella riforma gregoriana e confermate definitivamente nel Concilio di Trento, dopo un lungo periodo di resistenze. La tradizione orientale, invece, avrebbe conservato meglio la disciplina originale.

Tuttavia, la tradizione latina si era sempre pensata in continuità con le origini, e lo sviluppo degli studi storici a questo rispetto, motivato, in particolare, dalle gravi critiche dirette al celibato nella Riforma protestante, aveva portato a considerare generalmente come certa, fino alla fine del secolo XIX, l'origine apostolica del celibato.[1] Come simbolo di questa convinzione, si può citare la famosa affermazione di J. H. Newman nella sua Apologia pro vita sua: "C’era anche lo zelo con cui la Chiesa romana manteneva la dottrina e la regola del celibato, che io riconoscevo come apostolica, e la sua fedeltà a molti altri costumi della Chiesa primitiva".

I dubbi sorti su questa questione, dopo che si era estesa l'opinione contraria, difesa in sede di dibattito scientifico da F. X. Funk alla fine del secolo XIX, sono stati superati in buona misura dalla ricerca storica degli ultimi decenni.[2]

Il primo riferimento documentale conservato su questa questione è il canone 33 del Concilio di Elvira (± 305): “È stata decisa la seguente proibizione completa ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i chierici a cui è affidato un ministero: che si astengano dalla propria moglie e non generino figli; e chiunque lo facesse, che venga privato dell'onore dell’ordine clericale"[3]. A ciò si aggiungano due decretali di Papa Siricio[4] e le decisioni del II Concilio di Cartagine (390). Tutti i testi testimoniano chiaramente quella che potrebbe essere chiamata una disciplina della continenza (o castità) perfetta, richiesta a vescovi, presbiteri e diaconi, dei quali si dà ovviamente per scontato che si tratta, in generale, di uomini sposati.

Non sembra esistere un fondamento storico per argomentare che il Concilio di Elvira abbia voluto introdurre una novità nella vita del clero.[5] Ciò non si deduce tanto dall'assenza di documentazione anteriore, che potrebbe essere andata persa o essere stata distrutta nelle persecuzioni; ma, soprattutto, non sembra possibile introdurre come novità un'esigenza simile, che comporterebbe conseguenze tanto grandi per la vita della Chiesa e del clero, senza motivarla minimamente e senza che risulti la benché minima opposizione nel nome di quella che dovrebbe essere stata la tradizione anteriore. Non esiste neanche una base storica documentata per argomentare l'esistenza di tali disposizioni tradizionali anteriori e differenti rispetto all'uso del matrimonio per il clero. Il Concilio di Elvira sembra imporre, piuttosto, misure disciplinari in una questione generalmente conosciuta, ma non sempre rispettata.

D'altra parte, bisogna segnalare che gli interventi papali e conciliari indicati sono d'accordo nel presentare questa esigenza di continenza perfetta come proveniente dalla tradizione apostolica e come presente nella Chiesa sin dall'inizio. La testimonianza di differenti Padri della Chiesa di quell’epoca[6] sembra confermare che questa forma di vita in castità piena di vescovi, presbiteri e diaconi, che dopo l'ordinazione vivono con le loro mogli come se fossero sorelle, era comune in Oriente e in Occidente.

Le differenze sulla questione della continenza sacerdotale cresceranno in mezzo alle difficoltà che presentava il metterla in pratica, anche sotto l’influsso di altre circostanze della storia della Chiesa. Concretamente, in linea con la regolazione del Corpus giustinianeo (534), la decisione disciplinare del Concilio Quinisexto (692), non riconosciuta dalla Sede romana, canonizza alcune limitazioni dell'esigenza di castità nell'uso del matrimonio per presbiteri e diaconi, a differenza del caso dei vescovi (canone 12), che chiede solo una continenza temporanea, quando si avvicinano all'altare ed entrano in contatto con le cose sacre (canone 13). Il Concilio trullano vuole appoggiarsi per questo aspetto al già citato II Concilio di Cartagine, benché, in realtà, ne modifichi l’insegnamento.[7]

Non è necessario entrare qui nella valutazione del significato delle differenti evoluzioni storiche. Basta constatare che questa normativa canonica sarà determinante per la Chiesa di tradizione orientale, mentre quella latina seguirà un percorso di difesa piena della continenza dopo l'ordinazione che, attraverso le trasformazioni della storia, finirà per esprimersi nella legislazione del secondo millennio sul celibato sacerdotale. Quindi con questo si può già intravedere la linea storica che va dalle origini apostoliche all'attuale disciplina del celibato.

D’altra parte, ci sembra importante evitare un equivoco che potrebbe mettere in dubbio l'apostolicità di questa tradizione. Comprendere questa esigenza di continenza in relazione con una purezza cultuale o rituale, potrebbe introdurre una comprensione unilaterale che correrebbe il rischio di non trovare un adeguato fondamento neotestamentario. Queste prospettive potevano essere favorite da influssi culturali o da mentalità religiose, e potevano ricevere perfino qualche appoggio dall’interpretazione del sacerdozio veterotestamentaria, considerata figura del vero sacerdozio di Cristo - e, certamente, in questa linea si collocavano i canoni trullani.

Benché questa percezione della purezza culturale possa trovare un’eco anche nei documenti ecclesiastici,[8] la prospettiva fondamentale di comprensione è stata ed è un'altra. L'insegnamento della Chiesa aveva sin dall'inizio un fondamento neotestamentario, come si può vedere nell'argomentazione di Papa Siricio, che risponde precisamente a chi si appoggiava sull'esempio del sacerdozio levitico per difendere l'uso del matrimonio dopo l'ordinazione: "… il Signore Gesù… afferma nel suo Vangelo che è venuto a completare la legge, non a distruggerla (Mt 5,17). Per questo motivo ha voluto che la forma di castità della Chiesa, di cui Egli è lo Sposo, irradiasse con splendore… Tutti noi leviti e sacerdoti siamo obbligati dall'indissolubile legge di queste sanzioni, cioè che dal giorno della nostra ordinazione consacriamo i nostri cuori e i nostri corpi alla sobrietà e la castità, per piacere in tutto al nostro Dio nei sacrifici che giornalmente gli offriamo"[9].

La continenza perfetta è riferita chiaramente alla figura di Gesù Cristo che porta alla sua pienezza la Legge e anche il sacerdozio, e inaugura la forma di vita della perfetta castità:[10] “ci sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli" (Mt 19, 12).[11] I testi normalmente facevano riferimento anche, in secondo luogo, agli stessi Dodici, che hanno dato un esempio della vera sequela, lasciando tutto - case, fratelli, sorelle, genitori, madri, figli, campi - nel nome di Gesù.[12] Negli insegnamenti paolini si scopriva poi la realizzazione di questo stile di vita apostolico: anche Paolo segue Cristo celibe, "senza preoccupazioni" rispetto alle cose del mondo e dedito con tutto il cuore al Signore (1 Cor 7, 32-34). La sua testimonianza sugli altri apostoli, che portano con sé una "donna credente" (1 Cor 9, 5), non fu mai compresa in riferimento ad una presunta vita matrimoniale. Al contrario, l'esempio di Paolo mostra come il ministero apostolico viva un amore geloso per la Chiesa, per presentarla come "vergine casta a Cristo" (2 Cor 11, 2; Ef 5, 25-32). L'insegnamento delle lettere pastorali era compreso nello stesso senso: Paolo chiede che i candidati all'episcopato, al presbiterato o al diaconato siano "unius uxoris vir"[13], per indicare che dovevano essere persone capaci di conservare la continenza, cosa che non si poteva sperare in altri casi.[14]

Perciò, l'esigenza di rinunciare all'uso del matrimonio era vista come radicata nella tradizione apostolica, come forma di sequela di Cristo animata dalla sua chiamata e dal suo insegnamento esplicito. La questione della purezza rituale, riferita all'esempio veterotestamentario, risultava marginale nella fondazione di questa tradizione.[15]

In conclusione, si può dire che anche oggi è possibile affermare con buona coscienza storica l'origine apostolica del celibato, in continuità con la posizione difesa dalla Chiesa nel secolo IV e in maniera continuata d'allora in poi, nonostante la costante presenza di sfide in questioni teoriche e pratiche.

Conviene sottolineare, in particolare, l'insieme di luoghi neotestamentari utilizzati per motivare questa esigenza come propria della vita apostolica di vescovi, sacerdoti e diaconi. Il magistero posteriore, infatti, non solo farà regolarmente ricorso a questi stessi testi, ma gli studi esegetici contemporanei confermano la fecondità di questo avvicinamento tradizionale alla Scrittura.[16]

Gesù non fu celibe per nessun’altra ragione che per la sua piena dedizione personale alla missione affidatagli a beneficio del Regno di Dio (Mt 19, 12), che implicava un amore molto concreto e reale, coinvolgendo tutto il cuore e tutto il proprio essere, verso il Padre e, pertanto, verso gli uomini, per la cui salvezza avrebbe consegnato il suo corpo e il suo sangue sulla croce, e ai quali avrebbe in seguito offerto la comunione escatologica nella sua umanità resuscitata. Perciò, il celibato per il Regno dei cieli si spiega solo come espressione della proesistenza di Cristo, dell'amore più grande vissuto da Lui e del quale partecipano particolarmente i Dodici, chiamati e inviati dal Signore a collaborare alla sua missione. In questo senso si esprime certamente Paolo nei testi citati, sottolineando la consegna personale, piena e libera, al ministero apostolico, mostrando che non è possibile separare la missione affidata dal Signore dal dono della propria esistenza nella sua sequela. Gli studi più recenti mostrano, in realtà, l'esigenza di una continenza piena sin dai primi tempi, e testimoniata probabilmente già nelle lettere pastorali[17] - come, d'altra parte, erano state tradizionalmente comprese.

Rimane, tuttavia, un'ultima obiezione contro la considerazione dell'origine apostolica di questa esigenza di continenza perfetta - e, pertanto, del celibato: il fatto che si tratti di un dono dello Spirito ("chi può capire, capisca": Mt 19, 12) che Paolo presenta esplicitamente come un carisma (1 Cor 7, 7). Ma questo presuppone una comprensione unilaterale del carisma, come se fosse un dono quasi naturale, senza relazione con l'esercizio della libertà da parte della persona, il che non concorda con gli insegnamenti dello stesso Paolo, che invita ad aspirare ai carismi più alti e ai doni spirituali (1 Cor 12, 31; 14, 1); vale a dire, che invita a fare spazio allo Spirito nella propria vita, tramite e in vista dell'edificazione della comunità cristiana.

Di conseguenza, la regolamentazione legale, propria della Chiesa nella storia, non pretende di sostituire il dono dello Spirito con una legge umana, né mette in discussione che il celibato sia un carisma, ma si capisce che è al suo servizio, riservandosi lo spazio sociale ed istituzionale che faciliti al cristiano la sua ricerca, la sua richiesta e la sua accoglienza. Questa disciplina si basa sulla convinzione, presente nella Chiesa sin dalle origini, del vincolo tra la chiamata al ministero apostolico e il carisma della continenza perfetta o del celibato; e non limita la libertà della persona, ma l'interpella affinché si apra a questo dono dello Spirito, rendendo così possibile, contemporaneamente, andare oltre gli inevitabili condizionamenti sociali che determinano profondamente la percezione dell'amore e della sessualità della persona.

In questo senso, il contrasto con la comprensione della vita e dell'amore dominante nella nostra epoca, nelle differenti culture, fa del celibato sacerdotale un segno profetico della presenza del Regno di Dio nel mondo, delle vere dimensioni alle quali è chiamata ogni vita e ogni amore umano che è possibile sperimentare già nella sequela di Gesù Cristo, ma che si manifesteranno pienamente solo nel compimento escatologico.

In conclusione, tanto dal punto di vista della continuità storica con le origini, come nella prospettiva della sua comprensione teologica più profonda, i dati permettono di affermare l'origine apostolica del celibato sacerdotale, come segno proprio della forma esistenziale di questa partecipazione specifica alla missione di Cristo, come espressione del proprio amore al Signore e della consegna di tutta la propria vita al suo servizio, per il bene della Chiesa e per la salvezza degli uomini. 

 

 

IL SEGNO DEL CELIBATO E DELLA PATERNITA’ DEL SACERDOTE

Prof. Gary Devery – Sydney -  28 aprile 2006

 

Il segno del celibato come accoglienza della volontà di Dio

            La vita sacerdotale celibataria comporta una rinuncia al grande bene del matrimonio. Tuttavia, non può mai rimanere soltanto al livello della rinuncia. Questa viene compiuta soprattutto per il regno dei cieli. E’ una rinuncia fatta per amore. Lo speciale carisma attribuito al sacerdote dallo Spirito Santo nella sua chiamata vocazionale lo forma a un particolare tipo di amore: un amore paterno spirituale.

            Il celibato è per il regno dei cieli. Ha un orientamento escatologico. Eleva la visione dell’umanità per guardare oltre l’immediato, all’eterno. Nel Vangelo di Marco, Gesù risponde alla domanda sulla risurrezione dei morti con una sfumatura: “Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito” (Mc 12, 25). In questo stato, la persona umana sperimenta la gioia della pienezza del dono personale e la pienezza della comunione intersoggettiva tra le persone. Questo è già scritto nella nostra carne e c’è una particolare sensibilità verso questo aspetto nello spirito umano. La vita sacerdotale celibataria serve a sensibilizzare e mettere in luce questo aspetto per l’umanità, in mancanza della qual cosa la bellezza della persona umana verrebbe perduta di vista, e gli uomini e le donne verrebbero ridotti a vivere per questo mondo soltanto.[18]

            Questa è una verità che non viene accettata facilmente. Presentava delle difficoltà per gli ebrei dell’epoca di Gesù, e gli stessi discepoli avevano difficoltà a comprenderla. Il celibato era solamente per coloro che soffrivano di handicap fisici o che erano stati ridotti in tale stato dagli uomini. L’insegnamento di Gesù sul corpo è una nuova rivelazione.

            Cristo ha parlato in maniera specifica di continenza per il regno dei cieli. Viene scelta nella vita presente – quando la norma è che gli uomini e le donne si sposino – “per una singolare finalità soprannaturale”, nelle parole di Papa Giovanni Paolo II.[19] Anche nel caso in cui un sacerdote viva la propria vita in una continenza esterna perfetta, fedele all’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, se questa continenza non viene scelta con questa singolare finalità soprannaturale, non rientra nello spettro d’azione di ciò che Cristo ha rivelato. Ha bisogno di essere scelta e messa in pratica come una rinuncia con una particolare determinazione e sforzo spirituale in vista del regno.

            Il celibato per il regno dei cieli è un segno escatologico. Invita ogni generazione della Chiesa e del mondo a sollevare le teste rivolte al sepolcro dell’uomo irredento per il significato della vita. Essa pone davanti all’umanità - nelle parole di Papa Giovanni Paolo II – “la verginità escatologica dell’uomo risorto”.[20]

            L’importanza del celibato per il regno dei cieli è presente e attiva nel momento stesso dell’inizio della storia del cristianesimo: l’evento dell’annunciazione. Due giovani, in obbedienza alla bontà dell’ordine naturale creato da Dio, hanno l’intenzione di sposarsi. Questa intenzione è già diventata comunitaria nella misura in cui è stato annunciato un fidanzamento formale. In questa situazione irrompe un evento di Dio. Alla giovane vergine fidanzata, l’angelo Gabriele annuncia la buona novella. Questo disegno di Dio, che è differente da come ella aveva programmato la propria vita, Maria lo accoglie con umiltà, semplicità e gioia. Rinuncia al proprio piano, pur buono, quello del normale percorso di sposarsi, avere rapporti sessuali con il proprio sposo e accogliere i figli che sono il frutto del loro incontro. Accoglie il disegno di Dio su di lei, che include il mistero di una maternità verginale.

            E’ lo stesso, ma anche differente, dell’esperienza di San Giuseppe. E’ dallo sposo di Maria che possiamo imparare la spiritualità del celibato sacerdotale. Il mistero verginale di Giuseppe corrisponde a quello di Maria. Egli deve rinunciare al proprio piano e accettare il piano di Dio sulla sua vita. Questo comporta una crisi esistenziale per Giuseppe, che viene descritta in sintesi nel primo capitolo del Vangelo di Matteo.

            L’iconografia antica aveva ben compreso questo dramma della rinuncia e dell’accettazione in Giuseppe. Nella rappresentazione della scena della natività, spesso Giuseppe è collocato da un lato, in posizione di riposo. Al centro c’è il neonato Gesù, con Maria e i pastori. Giuseppe è in profonda riflessione, spesso con una mano che si tiene il mento e il braccio appoggiato al ginocchio. E’ in crisi. Di fronte a lui c’è un anziano con la barba che dialoga con lui. Si tratta di Satana, che tenta Giuseppe dicendogli: “Questo bambino non è tuo figlio”. San Giuseppe ci insegna che non è sufficiente rinunciare ai propri piani per Dio. E neppure è sufficiente, avendo rinunciato a se stessi per il piano di Dio, accettare il piano di Dio, diverso dal proprio. Questo potrebbe essere fatto senza libertà, anzi con un atteggiamento di costrizione servile. No, la volontà di Dio deve essere accolta; accolta con la libertà di un figlio di Dio. Perché la risposta sia pienamente umana, questo disegno deve essere accolto con gioia. Esiste una dimensione eucaristica iscritta nella natura stessa dell’uomo. Con gioia, San Giuseppe mette in pratica la sua paternità spirituale come custode del Bambino Gesù.

            Nell’accogliere questa continenza  per il regno dei cieli, Giuseppe e Maria, la Sacra Famiglia di Nazareth, sperimentano la fecondità spirituale del celibato. Nella storia della salvezza, questa continenza era la fecondità più perfetta dello Spirito Santo. Il matrimonio tra Giuseppe e Maria, vissuto nella continenza per il regno dei cieli, rivela il mistero della comunione tra le persone nel matrimonio e il mistero della continenza del sacerdote per il regno dei cieli.[21]  Tanto il matrimonio quanto il celibato sacerdotale sono tesori della Chiesa. Il testo del capitolo 5 della Lettera agli Efesini di San Paolo sul matrimonio pone le fondamenta sia per una teologia del matrimonio che per una teologia del celibato sacerdotale. Lo stesso Paolo precisa che sta parlando di Cristo e della sua Chiesa.

 

La paternità del sacerdote

            Quando Cristo comincia a parlare ai discepoli del celibato in vista del regno, essi hanno difficoltà a comprendere, dal momento che quest’idea era in contrasto con la tradizione dell’Antico Testamento che essi vivevano. Il corpo era orientato verso una fecondità naturale nel matrimonio, nella procreazione. Riuscirono a comprenderlo un poco per volta dall’esempio personale di Gesù stesso. Cristo era rimasto celibe per il regno. Lentamente avrebbero compreso che il celibato in vista del regno possiede una fecondità spirituale e soprannaturale che proviene dallo Spirito Santo.

            Regolarmente, in particolare in Occidente, il valore simbolico del celibato come forma particolare di paternità spirituale è diventato più prominente nella teologia del sacerdozio. Un’antropologia del sacerdozio è stata ora sviluppata per comprendere come questo genere di continenza contenga in se stessa il dinamismo interiore del mistero della redenzione del corpo. Questa antropologia è già presente nel Vangelo di Luca, nel quale Gesù insegna: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35 ma quelli che sono giudicati degni dellaltro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; 36 e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.” (Lc 20, 34-36).

            Gesù, vivendo il suo celibato, stava già facendo un sacramento del suo corpo, una sorta di speciale partecipazione al mistero della redenzione del corpo. San Paolo, nella Lettera ai Colossesi, parla della propria esperienza di utilizzare il proprio corpo per l’edificazione della comunità:

 

E anche voi, che un tempo eravate stranieri e nemici con la mente intenta alle opere cattive che facevate, ora egli vi ha riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto: purché restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato ministro. Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 21-24).

 

            In questo medesimo atteggiamento e spirito il sacerdote celibe può diventare un vero dono agli altri (GS 22). Si tratta di una modalità di sacrificio di se stesso che orienta il sacerdote a edificare la comunione tra persone. Questa comporterà una successione di sacrifici di sé che durerà tutta la vita, perché l’antropologia della persona umana consiste, allo stesso tempo, nell’eredità del peccato e in quella della redenzione. Egli si orienta, attraverso questo esercizio di libertà, verso una risposta eucaristica a un carisma specifico, verso la risurrezione futura del corpo.

            Il sacerdote celibe, fedele alla predicazione della Parola di Dio, cerca di edificare il Regno di Dio facendo diventare degli uomini e delle donne figli di Dio attraverso il battesimo. Avendoli portati nel grembo della Chiesa, il sacerdote, nella sua qualità di padre spirituale, cerca di guidare, come un pastore, il gregge che gli è stato affidato al buon pascolo dell’Eucaristia. E’ poi dall’Eucaristia che il matrimonio trae nutrimento spirituale. I genitori traggono la forza spirituale e la sapienza per la loro missione dalla Chiesa domestica. E’ verso il sacerdote che la famiglia viene attirata in tempi di crisi e di divisione per essere riconciliata dalla misericordia di Cristo, che è amministrata dal sacerdote attraverso il sacramento della riconciliazione.

            Il matrimonio e la continenza sono complementari tra loro. Si incoraggiano l’un l’altro nell’edificare la comunità delle persone e una civiltà dell’amore. Il celibato in vista del regno dei cieli riposa sul fondamento del significato sponsale del corpo. Il corpo ha un significato sponsale per natura propria. Raggiunge la sua vera realizzazione soltanto nel dono totale di sé. E’ orientato verso la comunità delle persone. E’ orientato verso Gesù Cristo risorto corporalmente. L’amore coniugale perfetto è fondato sulla fedeltà e sulla donazione a Gesù Cristo, lo Sposo perfetto. L’orientamento del sacerdote celibe verso questa speciale intimità con lo Sposo funge da complemento e incoraggia gli sposi nel loro sacramento del matrimonio a tenere Gesù Cristo al centro. La fecondità del matrimonio nella vocazione alla paternità e alla maternità ricorda costantemente al sacerdote celibe che il suo amore deve essere anche paterno in un senso spirituale. Deve essere aperto alla fecondità dello Spirito Santo. Questo avviene a costo di perdere la propria vita per i “figli”.

            Affinché questa scelta della rinuncia del valore del matrimonio e della sua fecondità nei figli risulti pienamente umana (compiuta coscientemente, liberamente e in uno spirito d’accoglienza), il sacerdote celibe deve avere un profondo apprezzamento della bellezza del matrimonio. Presuppone anche che abbia un profondo apprezzamento della propria mascolinità. E’ simile alla prima domanda che poniamo alle giovani coppie prima che si scambino le promesse matrimoniali: siete venuti qui liberamente e senza riserve a donare voi stessi in matrimonio?

            Papa Giovanni Paolo II osservava che questa scelta del celibato per il Regno “si produce sul fondamento della piena coscienza di quel significato sponsale che la mascolinità e la femminilità contengono in se stessi. Se questa scelta dovesse essere effettuata ‘prescindendo’ in maniera quasi artificiale da questa reale ricchezza di ogni soggetto umano, non corrisponderebbe in modo appropriato e adeguato al contenuto delle parole di Gesù in Mt 19, 11-12”.[22] Gesù conclude il suo insegnamento sul celibato con l’invito: “chi ha orecchie per intendere, intenda”; una piena comprensione è necessaria per una risposta pienamente umana.

            Il celibato per il Regno serve a mettere l’uomo di fronte all’antropologia più completa: l’uomo risuscitato dalla morte e nell’amore; un amore che è aperto alla vita.

 

 

Verginità nel corpo e anima

Prof. Wadim Shaykiewich – San Pietroburgo - 28 aprile 2006

 

 

Il celibato sacerdotale è un cenno della Chiesa latina: così pensa la maggior parte dei cristiani russi, che sono ortodossi. Ci sono diverse voci al riguardo. Alcuni cercano di paragonare il comportamento dei preti cattolici con quello degli ortodossi e arrivano a conclusione, che i sacerdoti ortodossi siano più vicini al popolo cristiano (più precisamente – ai laici) per il fatto di vivere in un matrimonio con dei figli. Va notato, che le famiglie dei popi sono tradizionalmente numerose grazie all’apertura alla vita. Non mancano gli altri, che sottolineano piuttosto lo zelo apostolico del clero celibe, vedono la libertà dei sacerdoti senza famiglia, guardano l’efficacia pastorale dei latini o dei monaci ortodossi. Comunque non è questo materia del presente intervento. Sto per parlare della verginità – una cosa rivoluzionaria.

Non intendo parlare della verginità nei termini della morale, nei termini delle virtù. D’altronde il filosofo greco Aristotele non l’avrebbe valutato sicuramente come una virtù. Se apriamo il manuale di Noldin ci spaventeremo della descrizione un po’ rigorista della verginità. Se infatti si perde il seme, la verginità già ci dice “arrivederci”! Si può parlare della verginità solamente nella prospettiva della fede. 

Cristo è Vergine nel corpo e nello spirito. La soluzione sta lì. E la Chiesa come Maria è Vergine e Madre. La verginità feconda si può trovare solo nella Chiesa. Un sacerdote può sperimentarla grazia alla fede. Vediamo alcuni aspetti della verginità tra integralità e appartenenza.

Essere vergine significa mantenere il carattere sponsale del proprio corpo intatto per il Signore. Una vergine o un vergine non si spreca, non si dona a tutti, non cerca vita nelle donne e uomini, nella carne e sangue. Ci serve molta maturità ed anche molta fede per tagliare le affettività malate verso le persone, per aspettare il Signore che viene. Occorre avere un’esperienza concreta del stare con il Signore, non basta una conoscenza teoretica. Se uno ha la fede debole, smette di pregare, vive la solitudine per se stesso, non vuole assumere le responsabilità della vita adulta, rischia seriamente. Può conservare la verginità fisica, però perdendo il senso diventerà un egoista o narcisista, cinico o amareggiato, acido o vampiro affettivo. Sant’ Agostino dice che non serve una verginità senza la umiltà.

Essere vergine nell’anima, nello spirito vuol dire essere liberi dagli idoli, non fare la prostituzione idolatrice nella sua vita, nel suo interiore. Il Popolo di Dio ha fatto esperienza della perdita di verginità, ha rimpianto quello che non aveva nemmeno notato, quando cercava vita fuori del Signore. E’ molto comune anche oggi, che una ragazza non si rende conto che solo dopo piangerà la verginità perduta. Il mondo dice ai giovani, che non fa male per i due di fare una sola carne. Non dice loro, che quando si staccano, rimane una ferita nella carne che non è più sola, ed è la ragazza per lo più – quella che sente meglio il dolore della ferita. Dio dice, che può fare una creatura nuova, fare impossibile: ridare una verginità, rifare la vita da capo, può sistemare tutto.  Osea ed Ezechiele parlano dell’amore folle di Dio che perdona sua moglie adultera, che ne fa una sposa bella del Cantico dei Cantici.

Altro aspetto della verginità è sterilità. Anche qui ci vuole la fede nella fecondità spirituale, per poter combattere la mentalità opposta. Un presbitero può trovare sostegno in una comunità cristiana, dove trova i matrimoni cristiani, i celibi, giovani e anziani, le ragazze-madri che rimarranno per sempre sole. Una varietà dentro la comunità cristiana aiuta il presbitero di trovare il suo posto – il posto della testa, che è Gesù Cristo. Essere segno di Gesù Cristo umile, vergine, povero, che è il Capo della Chiesa – questa è vocazione del sacerdote.

 

 

Una risposta alle obiezioni al celibato sacerdotale

 

Prof. Michael F. Hull, New York – 28 aprile 2006

 

Rispondere alle obiezioni al celibato sacerdotale non è facile. Come ha specificato Papa Paolo VI in Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967), lo strepito delle obiezioni sembra aver soffocato la voce della sapienza di antica tradizione della Chiesa in questa materia: “No, questa voce è tuttora forte e serena; non viene soltanto dal passato, viene anche dal presente.” (no. 13). Il mondo adesso più che mai ha bisogno dell’esempio del celibato, poiché quest’ultimo costituisce il  massimo segno della dedizione del Signore.

La Chiesa è la prima ad ammettere che il celibato non è per tutti, seguendo il comando del Signore secondo cui esso è raro e da abbracciare soltanto “per il regno dei cieli” (Mt 19,12). Nell’Occidente, la Chiesa esige il celibato solamente dai suoi sacerdoti e dai suoi vescovi; in Oriente, la Chiesa esige il celibato solamente dai suoi vescovi. Il celibato caratterizza la loro vita in vista del regno dei cieli, dove essi “non prendono moglie né marito, ma sono come angeli in cielo” (Mt 22,30; cf. Mc 12,25; Lc 20,34–36).

            Rispondere alle obiezioni al celibato sacerdotale in un mondo neopagano che è ipersaturato dall’immoralità e dalla pornografia non è facile. I mezzi di comunicazione laici e l’industria dell’intrattenimento sfrutta il dono di Dio della sessualità a proprio vantaggio. Le visioni riduzioniste della natura umana nelle cosiddette ‘scienze sociali’ precludono qualsiasi comprensione dell’uomo che non lo releghi a poco di più che uno schiavo delle passioni (cf. Pio XII, Sacra virginitas [25 marzo 1954]). L’avanzare di un liberalismo radicale in politica vanifica la responsabilità governativa di prescrivere certe virtù e condannare alcuni vizi per il bene comune (S. Tommaso d’Aquino Summa theologiae, I-II, q. 96). In conclusione, un cacofonico leitmotiv laico urla senza sosta che il celibato è infondato, distorto e illogico.

            La Chiesa può rispondere soltanto citando l’esempio del Signore e le grandi grazie che derivano dal celibato, non solo per gli individui ma anche per il bene comune. Il Signore ha scelto apposta il celibato al fine di facilitare la sua missione, per lo stesso motivo per cui richiede il celibato a una speciale minoranza: “In verità, in verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio che non riceva cento volte tanto in questa vita, e la vita eterna” (Lc 18, 29–30; cf. Mc 10, 29–30). Le grandi grazie ricevute da innumerevoli santi, da Paolo di Tarso a Josemaría Escrivá, sono smisurate. San Paolo, infatti, raccomanda che i Corinti siano celibi come lui ed elenca le distrazioni che il matrimonio può portare (1 Cor 7, 7; 32–34).

Mentre si potrebbe obiettare che il celibato costituisce un onere eccessivo sulle spalle del clero, specialmente con la diffusa pubblicità che viene fatta delle loro debolezze, la Chiesa non ha mai negato la difficoltà della vita celibataria. Infatti, i sacrifici che il celibato comporta costituiscono una sfida; anche in questo caso, però, il discepolato cristiano è esigente: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24; cf. Mc 8, 34; Lc 9, 23).

Rispondendo alle obiezioni sul celibato, dobbiamo specificare che il celibato oggi è “una voce che grida nel deserto” (Is 40, 3; Mt 3, 3; Mc 1, 3; Lc 3, 4; Gv 1, 23), una testimonianza che è vitale per il nostro mondo, una testimonianza al Signore Gesù. Il celibato ci ricorda con prepotenza che ci sono ancora molti che “seguono l’Agnello dovunque va ” (Ap 14, 4).

 

 

Come vivere e testimoniare il celibato  in un mondo secolarizzato

(Prof. Jose Vidamor B. Yu, Manila) – 28 aprile 2006

 

Il celibato è un dono  di Dio  e uno degli aspetti più significativi  della vita sacerdotale. E’ parte integrante della vocazione sacerdotale, in particolare nella Chiesa di rito  latino  che è stata tenuta in grande considerazione. Rivela  una delle ricchezze spirituali della Chiesa. Il Giovedì Santo del 1996 Giovanni Paolo II sottolineò  che l’unicità  del dono  di vocazione alla vita sacerdotale  si esprime nell’impegno verso  il celibato che è l’impegno e la totale offerta di sé a Dio,  cosa che lo rende un segno concreto  della presenza di Dio nel mondo. E’ una vocazione vissuta, un percorso di vita, parte di un impegno generale  per i numerosi e diversi compiti  che scaturiscono  dal dono del sacerdozio. E’ un impegno  e un compito intrinsecamente dinamico  perché implica  una risposta costante  alla chiamata di Dio e alla sua  testimonianza nel mondo.

 

Celibato  quale segno della presenza di Dio

 

L’esperienza ricca e profonda  della Chiesa a proposito  del ministero  dei sacerdoti  nel mondo  ha sottolineato il profondo rapporto fra sacerdozio  e celibato. Il Concilio Vaticano II ricorda ai sacerdoti e ai religiosi di  accogliere il celibato  e di considerarlo come un dono  che simboleggia direttamente l’amore indiviso di Dio  e la risposta particolare dell’uomo  a quell’amore  che Dio  nutre per tutta l’umanità. Cristo raccomandò di accettare liberamente la continenza perfetta  a quanti  desiderano seguire il Signore  con cuore indiviso. Il celibato riflette l’amore di Dio  per l’uomo  e l’espressione umana del suo desiderio di rispondere all’amore incondizionato  di Dio.

In un mondo  pragmatico, militante e antropocentrico  senza alcun ricorso a Dio, il celibato ricorda costantemente la carità divina. In un mondo pieno  di desideri individualistici  e  di motivi egoistici, la libera scelta  del sacro celibato  è sempre stata  considerata dalla Chiesa “quale segno e stimolo della carità” ( Sacerdotalis Caelibatus,  n. 24). Esso ricorda al mondo l’amore di Dio  e la sollecitudine per la salvezza  del mondo. Senza Dio l’uomo non può nulla. Ciò significa  un amore senza riserve. Esso stimola a una carità che è aperta  a tutto. Il celibato riflette  la ricchezza  della presenza di Dio e della risposta spirituale dell’uomo.

 

Celibato quale segno dell’amore di Dio  per il mondo

Quale risposta all’amore incondizionato di Dio per l’uomo, quest’ultimo desidera  accogliere liberamente il celibato. Papa Paolo VI afferma  che il celibato consacrato  dei ministri sacri  esprime veramente  l’amore verginale  di Cristo per la Chiesa. Parimenti esso riflette  la fecondità verginale e soprannaturale  di questo connubio, mediante il quale vengono generati i figli di Dio “né dalla carne né da sangue” (Cf. Sacerdotalis Caelibatus, n. 26). Come Cristo ha abbandonato se stesso per  la santificazione del mondo e la salvezza dell’uomo,  il celibato facilita  la dedizione totale dell’uomo al servizio del popolo di Dio. Il celibato è sempre  accolto in relazione  al desiderio della venuta del  Regno  di Dio.

Mentre  il mondo vive rapidi cambiamenti  che, per lo più,  conducono alla crisi  della propria fede, il celibato  diviene il segno della speranza che l’uomo sia ancora in grado di dedicarsi  a Dio. I ministri della Chiesa   si impegnano nel celibato liberamente e consapevolmente con fedeltà,  in considerazione del carattere indelebile  che hanno ricevuto  nel Sacramento  dei Sacri Ordini. Attraverso il celibato l’uomo proclama  l’amore di Dio  per il mondo. Il celibato sacerdotale  è un carisma che  ricorda  ai sacerdoti  che si tratta di un dono inestimabile  di Dio  alla Chiesa, che ha un valore profetico  per il mondo di oggi (Cf. Pastores dabo vobis, n. 29) 

 

 

Minacce per il celibato, segno della successione di Cristo

S. E. Gerhard Ludwig Müller

 

Sono stato incaricato dal vescovo S.E. Gerhard Ludwig Müller, che si trattiene nella sua diocesi per una visita pastorale, di leggere il suo intervento per la videoconferenza e di trasmettere a tutti i partecipanti i suoi più sentiti saluti.

 

Nella chiesa cattolica, la consacrazione episcopale e sacerdotale è legata al celibato, ovvero all’obbligo di vivere in completa castità. Il Concilio Vaticano II ha confermato e reiterato l’importanza di questa norma: “La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. [...] Infatti la missione sacerdotale è tutta dedicata al servizio della nuova umanità. [...] Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Dio con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un cuore non diviso si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini” (Presbyterorum ordinis, N. 16).

Se si è arrivati alla conclusione che il celibato così inteso sia minacciato dal mondo e dalla società odierni, le ragioni sono molteplici.

Da una parte si nota che il fondamento spirituale e religioso del mondo del 21° secolo – nonostante alcuni segni di cambiamento – sia affetto da un scetticismo che identifica nei concetti di servizio, astinenza e continenza sessuale una limitazione della libertà e dell’autodeterminazione dell’individuo. L’esperienza liberatrice della continenza, dell’umiltà e dell’astinenza tese al raggiungimento di un obiettivo superiore non è concepibile per chi aderisce a questa mentalità.

La presenza permanente di messaggi a connotazione sessuale nei media, nella pubblicità e nel parlato sono elementi che non facilitano la scelta personale e rendono spesso impossibile la decisione di dedicarsi alla vita celibe. L’uomo diviene vittima di un’esposizione mediatica incontrollata, mentre la vita consacrata del sacerdote corre seri rischi. Il celibato si può probabilmente considerare come una scelta che non trova appoggio nella nostra società. Purtroppo, anche la teologia, negli ultimi anni, ha contribuito più al disorientamento che alla chiarificazione.

La perniciosa tendenza a ridurre l’uomo alla somma delle sue componenti biologiche, ovvero il ragionamento dell’antropologia del materialismo più estremo, considera la sessualità come una mera serie di processi biologici. Da questa impostazione deriva la critica del celibato: sarebbe contrario alla natura umana e, ne consegue quasi direttamente, anche psicologicamente dannoso. A quest’approccio corrisponde una visione puramente funzionale e sociologica del sacerdozio della Chiesa. Il sacerdote espleterebbe, all’interno della Chiesa, una funzione dalla chiara definizione sociologica e sociopsicologica. La dimensione sacramentale è completamente messa da parte.

Le vere minacce per il celibato, pertanto, risiedono negli sviluppi sociali, in un’antropologia alienante ed in una deficitaria teologia dell’ufficio sacerdotale. Tuttavia, chi segue la propria vocazione sacerdotale e, nella preghiera e nella vera umiltà, rende servizio all’umanità, annuncia il Vangelo e vive la propria missione nella piena realizzazione di sé stesso, potrà difendersi da queste minacce con lo sguardo rivolto al regno dei cieli. 

 

 

Professor Rodney Moss, Johannesburg

“Il celibato  e la paternità  del sacerdote”

 

1.3 Il celibato  un segno di dedizione totale  a Cristo  e alla Sua Chiesa

 

L’Enciclica Sacerdotalis caelibatus di Papa Paolo VI (1967) è una bella testimonianza  del valore del celibato di  segno di dedizione totale a Cristo e alla Sua Chiesa. Papa Paolo vi afferma: “Perciò la scelta del sacro celibato è sempre stata considerata dalla Chiesa quale segno e stimolo della carità; segno di un amore senza riserve, stimolo di una carità aperta a tutti.” (n. 24).

L’Enciclica  sottolinea  l’efficacia pastorale del celibato: essa dispone  il sacerdote all’esercizio  di una perfetta carità in cui, con grande libertà e flessibilità, egli può spendersi tutto a vantaggio di tutti (n. 32). Tuttavia, il celibato ha un significato escatologico  che  lo ancora più saldamente al suo valore di segno. “Annunzia la presenza sulla terra degli ultimi tempi della salvezza con l'avvento di un mondo nuovo e anticipa in qualche modo la consumazione del regno, affermandone i valori supremi che un giorno rifulgeranno in tutti i figli di Dio.” (n. 34).

Il celibato  testimonia una forma di amore trascendentale, il modo in cui ameremo nei cieli. Nella dimensione escatologica  vivremo una comunione  (fisicamente e spiritualmente)  di tale intensità  e profondità da farci  conoscere la pienezza totale  dell’amore  in Dio.

In questo modo  la Chiesa ha proclamato  la bontà  della creazione. Quindi la materia, il corpo, l’amicizia intima e l’attività sessuale coniugale  sono cose buone, ma nella teologia cattolica  non hanno un valore definitivo. Piuttosto, sono sacramentali: riflettono Dio,  mirano a Dio,  e recano tracce  della Sua bontà. L’ingiunzione contro l’idolatria  contenuta nelle scritture  significa che  nessuna realtà terrena  si può considerare come definitiva: non dobbiamo che porre Dio al centro  della nostra vita. Tutte le creature, anche le più vicine  a noi  come i coniugi,  devono essere amate in Lui. Questi pensieri  ricordano sant’Agostino per il quale tutte le creature sono amate  in modo più autentico  quando sono amate in Dio.

Il celibato, dunque,  è un segno  della definitiva natura sacrificale ablativa  dell’amore cristiano  che è dedizione totale  a Cristo e al suo Corpo, la Chiesa. L’espressione più piena  di questo amore  si realizza soltanto nella dimensione escatologica, ma fra  le realtà terrene  il celibato  è un segno sacramentale  dell’amore per Dio.

In conclusione, Papa Paolo VI  esprime questi sentimenti come segue:

Il motivo vero e profondo del sacro celibato è la scelta di una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio della intera umanità; in questa scelta, non c'è dubbio che quei supremi valori umani abbiano modo di esprimersi in massimo grado” (n. 54)

 

LA FRATERNITÀ SACERDOTALE AIUTA A CONSERVARE IL CELIBATO

 

Prof. Silvio Cajiao, S.I.  - Bogotà, aprile 2006

 

Senza alcun dubbio, colui che opta per il celibato lo fa perché ha compreso la speciale grazia di quelli che compiono questa scelta “per il regno dei cieli" (Mt 19,12), trasformandosi così in segno anticipato della situazione di tutti gli esseri umani quando arrivano al loro incontro con Dio: "si è come angeli nel cielo" (Mt 22,30). Allo stesso modo, l'esperienza spirituale indica che la grazia suppone la natura, la perfeziona, la eleva ma non agisce mai prescindendo da essa, ed è per questo che la Rivelazione cristiana nella sua pienezza ha il volto umano di Gesù Cristo.

 

Ecco perché la Chiesa, che nella sua storia ha sollecitato ai suoi ministri l'opzione celibataria in maniera libera e cosciente, in epoca contemporanea è arrivata alla convinzione che tale opzione diventa molto difficile o impraticabile se colui che l’ha fatta sua non ottimizza i propri processi di maturazione umana ed affettiva. Nessun dubbio che la priorità in questo processo debba essere attribuita a un amore appassionato per Gesù Cristo, la cui sequela incondizionata è il fondamento di questa scelta di vita.

 

Questa formazione non si deve considerare conclusa con l'ordinazione sacerdotale ma deve continuare; se non si procedesse in questo modo si incorrerebbe in un grave errore, come ci ha ammonito Giovanni Paolo II in Pastores dabo vobis: "È di particolare importanza avvertire e rispettare l'intrinseco legame che esiste tra la formazione precedente l'ordinazione e quella successiva. Se, infatti, ci fosse una discontinuità o perfino una difformità tra queste due fasi formative, deriverebbero immediatamente gravi conseguenze sull'attività pastorale e sulla comunione fraterna tra i presbiteri, in particolare tra quelli di differente età" (n. 71).

 

A mio parere qui affonda le sue radici una delle carenze strutturali di quei fratelli nel presbiterato che ritengono che con la grazia dell'ordinazione si sia concluso il loro processo di maturazione umana ed affettiva e che pertanto possono esporsi ad ogni tipo di esperienza che il mondo contemporaneo, nella sua leggerezza, offre.

 

Certo che l'amicizia deve essere incoraggiata, nella linea evangelica di colui che ci disse: "non vi chiamo più servi (…) ma vi ho chiamati amici", il che suppone una vera intimità, ma questa intimità ha una ragione teologale di fondo che viene spiegata subito dopo: "tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15), cioè che, oltretutto, ci ha fatto figli suoi e pertanto fratelli tra di noi.

 

Affermano Michel Rondet e Yves Raguin nel loro libro Il celibato evangelico in un mondo misto: "Se la tentazione delle coppie è quella di rinchiudersi nei limiti del loro amore condiviso, la nostra è quella di dissolverci in una filantropia senza volto, incapace di riconoscere personalmente chiunque. È stato detto che la famiglia è lo spazio della dimensione sociale-privata; ebbene, la fraternità è lo spazio della dimensione universale-personalizzata. Universale, perché nessuno di noi ha scelto il fratello o sorella con cui condivide la propria vita" (ed. sp., p. 74). La fraternità è un regalo, un dono che deve essere chiesto al Signore come fonte di rinnovamento umano permanente, è la scuola in cui il contesto della comunità perfezionerà la nostra capacità di dono di sé e di maturazione del segno della consacrazione in unità gioiosa con gli altri presbíteri.

 

 

Intervento conclusivo

dell’Em.mo Cardinale

Darío Castrillón Hoyos

Prefetto della Congregazione per il Clero

 

                                               Il celibato e la paternità del Sacerdote

 Sacrificio e offerta non hai voluto, ma un corpo mi hai preparato” (Sal 40,6; Eb 10,5). In questa affermazione del Salmista, San Paolo trova espresso il dono totale che Cristo fa di sé al Padre, dono completo della sua vita che si realizza nella incarnazione e nella Croce, e guida la Chiesa a scoprire il nuovo e definitivo significato del celibato sacerdotale della Nuova Alleanza.

I Teologi,oggi, lo hanno riaffermato: il candidato al sacerdozio, nella Chiesa di rito latino, è chiamato ad offrire il suo corpo, tutto se stesso, come luogo per l’azione salvifica di Dio. Affinché ci sia un altro Cristo in questo mondo, secondo la nota espressione di Santa Caterina da Siena, ci deve essere sempre nuovamente questo sacerdotale, questo accoglimento del dono divino del celibato che fa nascere nel sacerdote  una nuova esistenza spirituale: Cristo abbraccia interamente il corpo e la vita del sacerdote che diviene in Lui “un solo essere” (Gal 3,28).

In questa luce, gli Interventi hanno reso più facile la comprensione della scelta plurisecolare che la Chiesa Latina ha fatto e mantiene: “di conferire l’ordine sacerdotale solamente agli uomini che diano prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e perpetuo”, come si afferma nella Esortazione apostolica Pastores dabo vobis (n. 29). 

Nelle relazioni si è anche potuto rispondere al quesito: “Ma la disciplina delle Chiese Orientali non contraddice la posizione della Chiesa Latina sul celibato sacerdotale?”  Si è ribadito che non c’è nessuna contraddizione, come spiega il Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri del 31 gennaio 1994: “La disciplina delle Chiese Orientali che ammettono il sacerdozio uxorato, non è contrapposta a quella della Chiesa Latina. Infatti, le stesse Chiese Orientali esigono comunque il celibato dai Vescovi. Inoltre, non consentono il matrimonio dei sacerdoti e non permettono successive nozze a quelli rimasti vedovi” (n. 60). In Oriente come in Occidente non è mai permesso ad un sacerdote di sposarsi e solamente i sacerdoti celibi possono accedere all’episcopato. E ciò è sempre scelta di libertà ed accoglimento gioioso di una specifica vocazione di amore per Dio e per gli altri, e non frutto di un spiritualismo disincarnato o di un disprezzo della sessualità umana e del matrimonio da parte dei candidati al sacerdozio.

Si è anche sottolineato che senza fede non è possibile comprendere la natura e la efficacia del celibato sacerdotale, così come senza fede non risulta comprensibile lo stesso sacerdozio ministeriale. Ecco perché in una cultura profondamente secolarizzata e, in particolare, in coloro che vivono nel relativismo morale, il celibato sacerdotale è oggetto di continue discussioni e di dibattiti. Ma per la Chiesa, no, non è così. Essa ha sempre ribadito, anche dopo il Con