ALLA CHIESA ITALIANA RADUNATA IN VERONA.
Noi, persone con un passato e/o un difficile
presente di vita religiosa – preti assieme alle loro mogli, ex-suore, donne e
preti che vivono una relazione amorosa nascosta, ma anche persone solidali con
loro – vogliamo essere partecipi a questo grande raduno con la grande speranza
di trovare elementi di dialogo con le competenti Autorità ecclesiali circa la
nostra collocazione nella comunità cristiana. Desideriamo vivere pienamente la
comunione con tutti i suoi membri, senza dover nascondere la nostra identità e
senza seppellire i carismi di cui Dio ci ha fatto dono. Apprezziamo il passato
di donazione totale della nostra vita a Dio, anche se la presa di coscienza
dell’impossibilità esistenziale di sottostare ad alcuni obblighi canonici ci
ha costretti/e ad un cambiamento dello stato di vita. Riteniamo anche di
non doverci disinteressare di quanti e quante non hanno fatto tale
cambiamento, pur vivendo una situazione complessa di disagio e spesso di
ambiguità.
* * *
Molti tra i preti sposati, formati nella convinzione dell’indelebilità del
sacramento dell’Ordine ricevuto, soffrono un’interiore lacerazione, che
perdura anche dopo decenni e decenni dalla loro uscita dal servizio
presbiterale. Eppure desiderano dichiarare la loro persistente disponibilità
al ministero attivo e contribuire ad un futuro di rinnovamento ecclesiale,
senza che continui a pesare su di loro l’allontanamento materiale e morale di
cui è fatto segno chi “ha messo mano all’aratro e si è volto indietro”. E’ in
questa frase che si compendia un’interpretazione biblica restrittiva che
stende un’ombra pesante di condanna su chi ha maturato la scelta di restare
fedele alla grande Chiamata evangelica senza costringerla all’osservanza di
una promessa di castità, che non risponde più al carisma personale che si
credeva di avere. Sarebbe giusto far chiarezza sul fatto che al venir meno ad
un obbligo canonico non consegue necessariamente la perdita della carica
spirituale e degli altri carismi in ordine al Regno di Dio e all’impegno
evangelico di diffonderne la buona Novella; la frase va letta correttamente in
riferimento alla missione dell’Andate ed Evangelizzate, propria della sequela
di Cristo a cui è chiamato ogni discepolo impegnato.
* * *
Ci pare giusto richiamare l’attenzione della comunità ecclesiale anche sui
bisogni materiali di chi è lasciato solo ad affrontare il duro impatto con la
realtà sociale ed ecclesiale, nella privazione di quelle sicurezze che
l’istituzione assicurava vivendo al suo interno. Non è facile trovare un
lavoro congeniale alla pregressa formazione ed esperienza, in un’età quasi
sempre inidonea alle richieste del mercato; ed è umiliante l’imposizione più o
meno larvata di mantenere segreto ogni riferimento visibile al passato, che
aggrava il senso di disadattamento e non favorisce la ricostruzione della
propria identità.
Più grave è la condanna al silenzio delle donne che vivono in clandestinità un
ambiguo rapporto amoroso con preti incapaci di affrontare alla luce del sole
il problema della mancanza di carisma celibatario per paura di essere privati
dei benefici istituzionali. Di loro non si interessa nessuno e non ci pare che
siano incoraggiate le persone che si prestano ad aiutarle in qualche modo.
* * *
A nostro parere, la severità dell’impostazione strutturale della vocazione
religiosa, che la fa consistere in un’elezione divina da tutelare tramite la
separazione del sacro dal profano, crei pericolosi equivoci in mezzo al Popolo
di Dio: identificare lo stato di vita dei “consacrati” con l’obbligo
dell’astinenza sessuale fa scattare meccanismi che si innescano
nell’immaginario collettivo, in cui sono depositati tabù duri a morire circa
la dissociazione tra l’uso della sessualità e la vicinanza alle cose sacre;
induce all’idealizzazione della figura di chi si “consacra” a Dio, che può
favorire la pigrizia e il disimpegno nella pratica della fede in altri stati
di vita; eccetera. Un sano ridimensionamento del concetto di Vocazione
potrebbe favorire una formazione al dono di sé basata sul concetto di
SERVIZIO, svuotato e ipocritamente esaltato dietro gli appannaggi di potere
che si insinua anche nelle pieghe di una tonaca o di ciò che essa può
evocare.
* * *
La possibilità di essere fraintesi, quasi che volessimo ridurre l’importanza
della castità nella vita delle persone “vocate”, o incoraggiare la tendenza
attuale al relativismo, insieme a tanti motivi, ci spinge a chiedere un
dialogo chiarificatore. Un dialogo che sia autentico, da fare alla luce del
sole; nutrito di ascolto e di reciprocità di parola; che porti, non ad una
pura e semplice riammissione ai ranghi ecclesiali, bensì ad un con-senso su
punti fondamentali di utilità per entrambe le parti.
* * *
Speriamo che l’essenzialità di questo appello sia funzionale alla credibilità
delle nostre intenzioni, in vista di una piena, limpida, gioiosa, utile
presenza ministeriale nel Popolo di Dio.