ALLA CHIESA ITALIANA RADUNATA IN VERONA.


 
Noi, persone con un passato e/o un difficile presente di vita religiosa – preti assieme alle loro mogli, ex-suore, donne e preti che vivono una relazione amorosa nascosta, ma anche persone solidali con loro – vogliamo essere partecipi a questo grande raduno con la grande speranza di trovare elementi di dialogo con le competenti Autorità ecclesiali circa la nostra collocazione nella comunità cristiana. Desideriamo vivere pienamente la comunione con tutti i suoi membri, senza dover nascondere la nostra identità e senza seppellire i carismi di cui Dio ci ha fatto dono. Apprezziamo il passato di donazione totale della nostra vita a Dio, anche se la presa di coscienza dell’impossibilità esistenziale di sottostare ad alcuni obblighi canonici ci ha costretti/e ad un cambiamento dello stato di vita. Riteniamo anche di  non doverci disinteressare di quanti e quante non hanno fatto tale cambiamento, pur vivendo una situazione complessa di disagio e spesso di ambiguità. 
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Molti tra i preti sposati, formati nella convinzione dell’indelebilità del sacramento dell’Ordine ricevuto, soffrono un’interiore lacerazione, che perdura anche dopo decenni e decenni dalla loro uscita dal servizio presbiterale. Eppure desiderano dichiarare la loro persistente disponibilità al ministero attivo e contribuire ad un futuro di rinnovamento ecclesiale, senza che continui a pesare su di loro l’allontanamento materiale e morale di cui è fatto segno chi “ha messo mano all’aratro e si è volto indietro”. E’ in
questa frase che si compendia un’interpretazione biblica restrittiva che stende un’ombra pesante di condanna su chi ha maturato la scelta di restare fedele alla grande Chiamata evangelica senza costringerla all’osservanza di una promessa di castità, che non risponde più al carisma personale che si credeva di avere. Sarebbe giusto far chiarezza sul fatto che al venir meno ad un obbligo canonico non consegue necessariamente la perdita della carica spirituale e degli altri carismi  in ordine al Regno di Dio e all’impegno evangelico di diffonderne la buona Novella; la frase va letta correttamente in riferimento alla missione dell’Andate ed Evangelizzate, propria della sequela di Cristo a cui è chiamato ogni discepolo impegnato.
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Ci pare giusto richiamare l’attenzione della comunità ecclesiale anche sui bisogni materiali di chi è lasciato solo ad affrontare il duro impatto con la realtà sociale ed ecclesiale, nella privazione di quelle sicurezze che l’istituzione assicurava vivendo al suo interno. Non è facile trovare un lavoro congeniale alla pregressa formazione ed esperienza, in un’età quasi sempre inidonea alle richieste del mercato; ed è umiliante l’imposizione più o meno larvata di mantenere segreto ogni riferimento visibile al passato, che aggrava il senso di disadattamento e non favorisce la ricostruzione della propria identità.
Più grave è la condanna al silenzio delle donne che vivono in clandestinità un ambiguo rapporto amoroso con preti incapaci di affrontare alla luce del sole il problema della mancanza di carisma celibatario per paura di essere privati dei benefici istituzionali. Di loro non si interessa nessuno e non ci pare che siano incoraggiate le persone che si prestano ad aiutarle in qualche modo.
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A nostro parere, la severità dell’impostazione strutturale della vocazione religiosa, che la fa consistere in un’elezione divina da tutelare tramite la separazione del sacro dal profano, crei pericolosi equivoci in mezzo al Popolo di Dio: identificare lo stato di vita dei “consacrati” con l’obbligo dell’astinenza sessuale fa scattare meccanismi che si innescano nell’immaginario collettivo, in cui sono depositati tabù duri a morire circa la dissociazione tra l’uso della sessualità e la vicinanza alle cose sacre; induce all’idealizzazione della figura di chi si “consacra” a Dio, che può favorire la pigrizia e il disimpegno nella pratica della fede in altri stati di vita; eccetera. Un sano ridimensionamento del concetto di Vocazione potrebbe favorire una formazione al dono di sé basata sul concetto di SERVIZIO, svuotato e ipocritamente esaltato dietro gli appannaggi di potere che si insinua anche nelle pieghe di una tonaca o di ciò che essa può evocare. 
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La possibilità di essere fraintesi, quasi che volessimo ridurre l’importanza della castità nella vita delle persone “vocate”, o incoraggiare la tendenza attuale al relativismo, insieme a tanti motivi, ci spinge a chiedere un dialogo chiarificatore.  Un dialogo che sia autentico, da fare alla luce del sole; nutrito di ascolto e di reciprocità di parola; che porti, non ad una pura e semplice riammissione ai ranghi ecclesiali, bensì ad un con-senso su punti fondamentali di utilità per entrambe le parti.
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Speriamo che l’essenzialità di questo appello sia funzionale alla credibilità delle nostre intenzioni, in vista di una piena, limpida, gioiosa, utile presenza ministeriale nel Popolo di Dio.

 
Le redattrici e i redattori
del sito “Donne-contro-il-silenzio”.