A proposito del Convegno di Verona :

aspettative e speranze della Chiesa

per un invocato rinnovamento del ministero presbiterale.

 

 

Il Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica, riprendendo il versetto della Prima lettera di Giovanni (Gv 4, 8), ha scritto al mondo intero che “Dio è Amore”.  Un Amore che si dona all’uomo in modo totalmente gratuito, mettendosi al suo servizio. Allora, se è vero che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gn1,26-27) ne consegue che ciò che fa di me essenzialmente un essere umano è l’amore. Un amore che come quello del Padre, va donato all’altro, prendendomi cura di lui, cioè mettendo la mia vita al  servizio del prossimo, perché solo così Dio si prenderà cura di me. “Chiunque ama è stata generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio…” (Gv 4,7-8).

Venti secoli ci separano ormai dalla venuta del Figlio di Dio sulla terra e dalla nascita della chiesa e del cristianesimo. Il ministero, nei suoi molteplici aspetti di diakonia (servizio) – come c’insegna la Sacra Scrittura - viene da Dio e si colloca all’interno della comunità, non sopra la comunità. E’ una chiamata che Egli fa all’uomo, perché ognuno, spinto dall’amore, assuma nei confronti dell’altro l’atteggiamento del “servo”. Ma, noi sappiamo come gli avvenimenti della storia  abbiano segnato positivamente o negativamente la nostra attuale comprensione della chiesa e dei ministeri che sono sorti nelle varie comunità cristiane, anche se, lungo il corso dei secoli, la Chiesa ha  sempre cercato di vivere nello stile di vita proposto dal Maestro e nella fedeltà alla sua chiamata evangelica.

Se da una parte è vero che la chiesa deve essere fedele a Gesù Cristo, dall’altra è altrettanto vero che questa sua fedeltà non può essere concepita come una semplice ripetizione della sua formulazione iniziale o delle sue istituzioni del passato. Infatti, lo Spirito Santo che agisce nel mondo e nella chiesa d’oggi come ha agito in quella d’ieri, può indirizzare la chiesa verso un aggiornamento, un rinnovamento delle formule e delle istituzioni del passato, per essere, veramente, “la luce delle nazioni”.

Oggi, grazie alla ricerca storica e teologica conosciamo più di quanto non si conoscesse in passato sull’attuale configurazione istituzionale della chiesa. Sappiamo, per esempio, come in moltissimi suoi aspetti, la Chiesa istituzionale non sia l’espressione diretta della volontà di Cristo, quanto piuttosto la conseguenza di decisioni prese da uomini, anche se a ciò legittimati, e di strutture che hanno preso piede lungo la sua storia millenaria e sono state poi codificate. Questo significa che l’immagine di chiesa fin qui tramandata, fatti salvi i suoi tratti essenziali voluti da Cristo, dovrebbe essere ripensata in alcuni suoi aspetti, riguardanti le varie colorazioni assunte lungo il corso della storia ed, eventualmente, anche modificata, per potersi incarnare nelle diverse culture dei popoli ai quali si rivolge.

Molte sono le definizioni che si possono dare della Chiesa universale ma quella che più le si addice è quella che la definisce come la comunità dei credenti in Cristo, uniti in comunione (Koinonia) tra loro, che accogliendo in sè l’amore gratuito di Dio e seguendo l’esempio del Maestro, spinti dallo Spirito Santo, hanno messo la loro vita al servizio dell’altro, mantenendo tra loro l’unità nella diversità dei doni e la diversità nell’unità. Questo aspetto della Chiesa universale dovrebbe trasparire anche in ciascuna Chiesa locale in quanto luogo in cui garantire simultaneamente la salvaguardia dell’unità, attraverso la fede comune in Cristo, espressa nella proclamazione della Parola, nella celebrazione dei Sacramenti e il prosperare di una legittima diversità, in una vita di servizio e di testimonianza.

Dio, infatti, attraverso lo Spirito Santo, ha concesso a tutti i fedeli battezzati, in vista del bene comune, dei doni diversi e complementari, da utilizzare come servizio alla comunità e al mondo (1Cor 12,7; 2Cor 9,13), affinché nessuno, in rapporto alla salvezza, si considerasse autosufficiente. Ne consegue che i discepoli del Signore sono chiamati ad essere una cosa sola, ma nella ricchezza delle loro diversità, cioè a vivere in piena unità, ma nel rispetto delle diversità sia delle persone che dei gruppi che formano la comunità.

Questa concezione della chiesa come “comunione”, sottolinea il suo aspetto di icona, cioè d’immagine e sacramento di Dio Trinità e partecipa alla comunione che esiste fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (LG,4; EV 1,287). E, dal momento che Dio può essere pensato solo come comunione e comunicazione, la comunione e il dialogo diventano “elementi essenziali” anche per la vita della chiesa. Di conseguenza, se tutti i battezzati formano il soggetto comunitario della chiesa, allora occorre che tutti i cristiani partecipino a tutti gli aspetti della vita della chiesa e ai suoi processi decisionali e siano ascoltati, dal momento che il loro diritto alla parola e la loro partecipazione alle decisioni sono giuridicamente assicurati

“Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo di Cristo” (CIC, can 208).

La dignità e l’uguaglianza di tutti i battezzati è un dato originario e basilare che viene prima di qualsiasi altra distinzione in servizi e ministeri. Nella chiesa, infatti, non esistono persone non chiamate, ma tutti sono responsabili della missione della chiesa, proprio in forza del sacerdozio comune ad ogni battezzato (LG, 32; EV 1/366). Questo significa che l’ordinazione degli uni (presbiteri) non può comportare la sotto ordinazione di tutti gli altri ( i laici). Infatti, colui che ha ricevuto il sacramento dell’Ordine (= il ministro ordinato) non è più cristiano di qualsiasi altro fedele. Il suo elemento specifico consiste nel rendere al popolo di Dio, il servizio per il quale è stato preposto, cioè “preservare e tramandare l’origine santa dell’evento Cristo”, senza per questo voler far da padrone della fede di coloro che gli sono stati affidati, quanto piuttosto per collaborare alla loro gioia” (2 Cor 1,24). Infatti, quello che oggi i battezzati desiderano è che la chiesa diventi sempre più “comunione” (Koinonia), “servizio” (diaconia), “partecipazione”; una chiesa di “fratelli e sorelle” per testimoniare la viva realtà di Dio che è comunione, dialogo in Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

L’immagine di “Chiesa” come “comunione” e “comunicazione” può suggerire sia delle nuove modalità di esercizio del ministero presbiterale nella chiesa, qualora questo sia richiesto dal “bene delle anime” e sia nuove possibilità di cooperazione tra i ministri ordinati ed i laici. La comunione che definisce il nuovo popolo di Dio anche se è una comunione sociale gerarchicamente ordinata, una realtà organica che richiede una forma giuridica, tuttavia deve essere sempre animata dalla carità, perché “Dio è Amore” e la Chiesa è una comunità di amore.

Ma, se quanto sopra affermato corrisponde, senza ombra di dubbio, alla verità, allora “i conti non tornano”…perché

 “solo in chi osserva la sua parola, l’amore di Dio è veramente perfetto… per cui , chi dice di rimanere in Lui, deve comportarsi come Lui si è comportato” ( 1Gv 2,3-6).

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Nella comunità ecclesiale italiana ci sono circa 8000 presbiteri-sposati che, ad un certo punto della loro vita, per motivi diversi e con grande sofferenza interiore, hanno lasciato l’esercizio del loro ministero, scegliendo di cambiare vita, pur consapevoli che in tal modo sarebbero stati emarginati e, probabilmente, sarebbero andati incontro ad una vita di povertà e di stenti. Eppure la maggior parte di questi presbiteri-sposati non solo non ripudia il proprio passato, al quale si sente profondamente legata, ma tanti di loro che, al momento, non hanno più  alcun riconoscimento esplicito, sarebbero disponibili a mettere a servizio della comunità ecclesiale le loro  qualità e capacità. Ma, le istituzioni ecclesiastiche, dopo averli allontanati dalla comunità ecclesiale, come fossero dei lebbrosi, li ha volutamente ignorati, rifiutando ogni forma di  dialogo. Per tutti, questo comportamento della gerarchia ecclesiastica e di buona parte del clero, rimasto fedele all’istituzione, continua ad essere motivo di profonda sofferenza, anche se, in alcuni casi, qualche presbitero-sposato riesce a riallacciare dei rapporti  di amicizia, a livello personale, con alcuni confratelli del clero, purché il tutto resti obbligatoriamente nell’ambito del privato.

Dal convegno di Verona, ormai prossimo, questi 8000 presbiteri sposati italiani, aspettano con fiducia che la gerarchia della Chiesa rompa questa solitudine e questo silenzio tombale nel quale continua a tenerli prigionieri, per dare voce, invece, ai moltissimi vescovi, presbiteri e laici, non solo in Italia, ma sparsi nel mondo intero, che pregano incessantemente lo Spirito Santo, affinché apra la mente ed il cuore di “chi ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale”, in modo da coinvolgere anche questa parte di “Chiesa del silenzio” in una rinnovata partecipazione al servizio del popolo di Dio, tenendo presente il bene delle anime. Ogni Vescovo al quale il Papa ha affidato la cura del “gregge di Dio” nelle varie Diocesi, dovrebbe mettere nel programma del suo servizio pastorale, anche la cura pastorale di questi “uomini senza collare” che, con la loro famiglia, fanno parte del suo gregge. Ma, per fare questo ci vuole molto coraggio. Quel coraggio che nasce solo da un cuore che ama, come il cuore di Dio, a prescindere dai “nostri meriti”. Tale comportamento sarebbe in perfetto accordo con quanto viene detto  nel Decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi ( Christus Dominus), n. 16 : “… Per essere in grado di meglio provvedere al bene dei fedeli, secondo il bisogno di ciascuno, si adoperino di conoscere a fondo le loro necessità e le condizioni sociali nelle quali vivono, ricorrendo a tale scopo a tutti i mezzi opportuni… Si dimostrino premurosi verso tutti: di qualsiasi età, condizione, nazionalità; siano essi del paese, o di passaggio, o stranieri. Nell’esercizio di questa attività pastorale, rispettino i compiti spettanti ai loro diocesani nelle cose di Chiesa, riconoscendo loro anche il dovere ed il diritto di collaborare attivamente all’edificazione del Corpo mistico di Cristo”.

La vita, infatti, molto spesso ci offre delle situazioni nuove o inattese che ci colgono impreparati e di fronte alle quali è necessario rivestirci dell'umiltà dell’ascolto, aprirci al confronto con le varie situazioni, nella ricerca, sempre nuova, di soluzioni alternative. Questo tipo d’ascolto, molte volte, scardina alcune certezze alle quali siamo tradizionalmente aggrappati e ci spiazza, mentre il confronto veritiero e sereno ci mette in crisi, perché ci obbliga a ripensare e rivedere alcune nostre categorie ritenute, forse, fino a quel momento, eccessivamente certe e sicure. Quando ci avventuriamo per questi sentieri, gli usuali riferimenti morali saltano. Ridefinirli ci spaventa perché ci portano ad abbandonare alcune sicurezze; ci obbligano a sfiorare elementi e giudizi morali che, fino ad oggi, erano stati dati come definitivi; ma, soprattutto perché temiamo, toccando  punti di riferimento di questo tipo, di non riuscire ad evitare un'arbitrarietà di cui abbiamo giustificato sospetto e timore. Tuttavia, ascoltare le provocazioni che provengono dalla strada non vuol dire uscire da un quadro morale o dall'etica, in quanto tale, e tanto meno diventare succubi di dinamiche immorali o, peggio ancora, a-morali. Significa, invece, accettare che alcuni nuovi problemi c’interpellino e c’interroghino, correndo, anche, il rischio di scoprire che la risposta che davamo all’uomo di "ieri", non sia più adeguata per l'uomo di "oggi".

Giuseppe P. N.