a proposito della "Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna"

* Una versione più breve del presente articolo è stata pubblicata sul mensile "Jesus" del mese di ottobre 2004, pag. 19, collo stesso titolo.

di Maria Cristina Bartolomei

Commentare in poco spazio il recente documento del Prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Ratzinger, è doppiamente azzardato e impertinente: perché richiederebbe una analisi approfondita e perché chi scrive, come tutte le altre donne, non è destinataria di quel messaggio, che è una “Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”, ma che, tuttavia, non merita davvero lo sgarbo di una mancata attenzione.

La Chiesa cattolica non è solo quella occidentale. Nella maggioranza dei paesi del mondo le donne sono ancora giuridicamente e di fatto in stato di grave subordinazione agli uomini maschi.  Di più: sono disprezzate e le loro mansioni, soprattutto quelle domestiche, sono svalutate, pur corrispondendo ad altrettante apprezzate professioni maschili. Quest’ultima considerazione vale del resto anche per il mondo occidentale. Le attività di cura familiare non ‘esistono’, perché non sono competitive e non vanno sul mercato, l’idolo cui tutto, ormai, viene immolato: si pensi in proposito che nel nostro paese, tra la diffusa acquiescenza, persino gli ospedali, un tempo fondazioni di carità, sono ora aziende, come presto saranno anche formalmente le scuole, dove già si è imposto un deformante linguaggio adatto al denaro e non al sapere e alla formazione, parlando di crediti, debiti, portfolii ecc.

Il documento vaticano è invece una voce autorevole che, senza confinare le donne in un destino puramente biologico, sottolinea la centralità dei compiti svolti usualmente dalle donne, dei valori affidati, sì, alla tradizione femminile, ma che debbono da tutti essere riscoperti come umanizzanti e la cui realizzazione e difesa è affidata anche alla presenza femminile pubblica, sociale, politica e nel mondo del lavoro. In secondo luogo, tale documento indica con decisione nella Bibbia e in particolare nella comprensione adeguata del linguaggio simbolico della creazione (e non in un astratta riferimento alla ‘natura’) il riferimento normante per la antropologia. Due aspetti, questi, di grande e positiva portata, anche in prospettiva futura e per il  dialogo con le diverse culture e religioni.

Sia lecito, però, insieme all’apprezzamento grato, esprimere con “parresia”, che l’esigenza di brevità renderà più tranciante, alcune domande e perplessità.

1. Come si può chiedere oggi alle donne d’accettare di essere oggetto di una “interpretazione autentica” (che dovrebbe indicare loro come sono e come debbono essere) da parte di uomini maschi e celibi che si scrivono tra loro su di esse? E’ vero che nella Chiesa cattolica le donne non sono ammesse ad alcun ministero ordinato e nemmeno a molte funzioni che di per sé non richiederebbero una ordinazione. Ma come mai non si sente la necessità di ascoltare le donne e la loro comprensione di sé, la loro elaborazione teologica e antropologica? Nella chiesa cattolica, infatti, le donne non possono (e viene affermato che mai potranno) dire una parola magisteriale su se stesse, (tantomeno sugli uomini) mentre gli uomini, quando si tratti di parlare dell’uomo, hanno la possibilità di integrare l’esperienza vissuta di se stessi, la loro sensibilità con la competenza magisteriale. Per questo, per parlare delle donne, sarebbe degno e giusto ascoltarle, per integrare poi la loro parola in quella del Magistero e delle sue dichiarazioni. Il documento, invece, non cita mai alcuno scritto di teologhe cattoliche né menziona l’esistenza degli studi delle donne, anche in ambito biblico e teologico.

“I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (Sapienza 9, 14-15). Come non pensare che il pensiero sia influenzato anche dal fatto che il corpo sia maschile e la situazione esistenziale sia quella di un maschio celibe, che vive e dialoga di preferenza solo con maschi celibi? Se  per la interpretazione dei testi della Scrittura si accetta universalmente di dover tener conto del genere letterario, dell’ambiente culturale ecc. (chi direbbe che in base a Giudici 11 sia lecito per la Bibbia il sacrificio umano delle donne?), ciò vale anche per i documenti vaticani.

2. Dal documento sembra che il femminismo sia non una presa di posizione pur sempre provvisoria, anche se a lungo termine, che ha l’intento di mettere in evidenza un disordine (anticreazionale) nei rapporti donna-uomo e la ricerca di ritrovare un equilibrio, bensì una forzatura allo scopo di propugnare la supremazia femminile e l’antagonismo tra i sessi, oppure estenuare il significato della differenza. Che ci siano (state) simili posizioni femministe, è vero. Ma sono una piccola minoranza di un movimento, in assenza del quale non ci sarebbero state le conquiste, incomplete, di parità, dignità, libertà femminile che il documento stesso propugna. Il documento si preoccupa molto della risposta di autodifesa delle donne (che è lotta anche per una migliore qualità della relazione uomo-donna e quindi della umanità anche degli uomini), ma ha molto poca sensibilità per la qualità e quantità d’oppressione che queste ultime da millenni hanno subito e subiscono, né riconosce di avere oggettivamente un gran debito nei confronti di temi e linguaggi che le femministe, anche cristiane e cattoliche, stanno facendo faticosamente entrare nella coscienza diffusa culturale ed ecclesiale. Come muoversi sulla linea della relazione e collaborazione senza smascherare e smantellare le strutture di oppressione? Come confondere la richiesta femminile di condividere un potere da cui sono escluse, con una strategia di potere di tipo antagonistico?

3. La giusta sottolineatura della importanza simbolica del corpo, effettivamente compromessa da letture forzate in termini esclusivi di genere, lascia però in ombra lo scambio esiziale tra funzioni femminili, legate anche alla biologia, e la rigidità di ruoli imposti per cultura alle donne. Il documento è fortemente segnato dalla tacita concezione che l’organizzazione tradizionale della società patriarcale sia naturale.

Il documento si preoccupa intenzionalmente e giustamente di affermare insieme la differenza, la rilevanza del corpo per essa e la relazione tra le differenze, come struttura della umanità di tutti e di ciascuno. Ma se l’alfabeto basilare viene individuato nella differenza dell’uomo e della donna, questi ultimi vengono interpretati nella loro peculiarità non a partire, come pur programmaticamente si propone, dalla simbolica della narrazione biblica (nella quale è la relazione tra equivalenti ad avere il primato, mentre la differenza è al suo servizio), bensì a partire dai ruoli attributi alle donne e autoattribuiti dagli uomini a se stessi dalla tradizione patriarcale e androcentrica.

4. Il richiamo alla maternità non può essere scisso, alla luce delle conoscenze psicodinamiche attuali, da quello alla paternità, al ruolo dell’uomo con i figli, nella famiglia, nella casa: non si tratta solo di “aiutare” le donne che lavorano “anche” fuori casa, ma di condividere. Ma ciò richiederebbe una radicale riorganizzazione del lavoro, oltre le pure logiche di mercato: sul che non si dice nulla.

5. Ogni volta che si sente parlare dello specifico femminile nasce la questione: qual è lo specifico maschile? Perché non se ne parla? Lo specifico maschile è forse tutta la attività umana, salvo la specifica funzione femminile materna? Senza questa parte, il discorso solo sulla donna trascina con sé, contro intenzione, proprio una prospettiva antropologica di non reciprocità, confermando l’androcentrismo che pure si vorrebbe superare. La non reciprocità si svela nel fatto che gli uomini possono fare (e, pretesamente, meglio) tutto quel che fanno le donne, tranne essere fisicamente madri, mentre non vale il contrario o, per meglio dire, non vale, appunto ‘la reciproca’. La vocazione alla verginità, alla sponsalità e alla paternità, ad esempio, non qualifica l’uomo analogamente a come qualifica la donna? E come mai l’essere umano di sesso maschile non viene interpretato in base a questi registri,  tanto meno in modo limitante?

6. L’ interpretazione della Genesi legge la “Creazione” e il “Peccato” non tenendo conto degli studi esegetici più recenti e delle conseguenti, nuove modalità di impostare teologicamente tali tematiche. Alla base, sia in tale caso, sia nel riferimento alle figure di Gesù e di Maria, sia nelle parti successive, vi è un pericoloso scivolamento immediato, un cortocircuito dal piano del simbolico a quello descrittivo e prescrittivo. Un nodo enorme, per dipanare il quale manca qui lo spazio e che andrà ripreso, anche perché riguarda, non senza aporie e contraddizioni, temi di fondo, quali: il rapporto tra la maschilità dell’uomo Gesù e il fatto che l’immagine di Dio è l’umanità nella sua relazione sessuata; la simbolica del femminile e del maschile nel rapporto tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la Chiesa; la equiparazione tra l’esemplarità di Maria per le donne e per la Chiesa e l’esemplarità di Gesù per gli uomini maschi,  che costituiscono in modo esclusivo il volto della Chiesa docente.

             Il 5 marzo 1616 la Sacra Congregazione per l’Indice dei Libri Proibiti mise al bando tutti gli scritti passati e futuri che avessero parlato “de mobilitate terrae et de immobilitate solis”, ossia in favore della teoria copernicana. “E’ meglio che si mettano il cappello, perché tira un vento forte; se non li spettinerà il vento, li spettinerà la storia”[1][1]: così diceva una canzone della lotta studentesca latinoamericana. “La storia ha spettinato” quella condanna lanciata contro il futuro e, quel che è peggio, contro la verità.

Due donne, nel momento in cui il presente testo viene scritto, sono al centro della preoccupazione non solo del nostro Paese: sono “le due Simone” di “Un ponte per…”, rapite in Iraq. Le donne non si chiamano solo con il bellissimo nome di Maria. Si chiamano con tutti gli altri nomi possibili degli esseri umani, si autocomprendono e sono protese al mondo in tutta la possibile varietà delle attività e vocazioni. E si chiamano anche “Simon-Pietro”: Simona o  Petra, appunto. Le chiese cristiane ci stanno mettendo molto a riconoscerlo. Quella cattolica, un po’ più di altre. Ma tira un vento forte: le credenti sono persuase che si tratti di quello dello Spirito.

Milano, 12 settembre 2004