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in poco spazio il recente documento del Prefetto per
Il
documento vaticano è invece una voce autorevole che, senza confinare le donne
in un destino puramente biologico, sottolinea la centralità dei compiti svolti
usualmente dalle donne, dei valori affidati, sì, alla tradizione femminile, ma
che debbono da tutti essere riscoperti come umanizzanti e la cui realizzazione
e difesa è affidata anche alla presenza femminile pubblica, sociale, politica e
nel mondo del lavoro. In secondo luogo, tale documento indica con decisione
nella Bibbia e in particolare nella comprensione adeguata del linguaggio
simbolico della creazione (e non in un astratta riferimento alla ‘natura’) il
riferimento normante per la antropologia. Due aspetti, questi, di grande e
positiva portata, anche in prospettiva futura e per il dialogo con le diverse culture e religioni.
Sia
lecito, però, insieme all’apprezzamento grato, esprimere con “parresia”, che
l’esigenza di brevità renderà più tranciante, alcune domande e perplessità.
1.
Come si può chiedere oggi alle donne d’accettare di essere oggetto di una
“interpretazione autentica” (che dovrebbe indicare loro come sono e come
debbono essere) da parte di uomini maschi e celibi che si scrivono tra loro su
di esse? E’ vero che nella Chiesa cattolica le donne non sono ammesse ad alcun
ministero ordinato e nemmeno a molte funzioni che di per sé non richiederebbero
una ordinazione. Ma come mai non si sente la necessità di ascoltare le donne e
la loro comprensione di sé, la loro elaborazione teologica e antropologica?
Nella chiesa cattolica, infatti, le donne non possono (e viene affermato che
mai potranno) dire una parola magisteriale su se stesse, (tantomeno sugli
uomini) mentre gli uomini, quando si tratti di parlare dell’uomo, hanno la
possibilità di integrare l’esperienza vissuta di se stessi, la loro sensibilità
con la competenza magisteriale. Per questo, per parlare delle donne, sarebbe
degno e giusto ascoltarle, per integrare poi la loro parola in quella del
Magistero e delle sue dichiarazioni. Il documento, invece, non cita mai alcuno
scritto di teologhe cattoliche né menziona l’esistenza degli studi delle donne,
anche in ambito biblico e teologico.
“I
ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni perché un
corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai
molti pensieri” (Sapienza 9, 14-15). Come non pensare che il pensiero sia
influenzato anche dal fatto che il corpo sia maschile e la situazione
esistenziale sia quella di un maschio celibe, che vive e dialoga di preferenza
solo con maschi celibi? Se per la
interpretazione dei testi della Scrittura si accetta universalmente di dover tener
conto del genere letterario, dell’ambiente culturale ecc. (chi direbbe che in
base a Giudici 11 sia lecito per
2.
Dal documento sembra che il femminismo sia non una presa di posizione pur
sempre provvisoria, anche se a lungo termine, che ha l’intento di mettere in
evidenza un disordine (anticreazionale) nei rapporti donna-uomo e la ricerca di
ritrovare un equilibrio, bensì una forzatura allo scopo di propugnare la
supremazia femminile e l’antagonismo tra i sessi, oppure estenuare il
significato della differenza. Che ci siano (state) simili posizioni femministe,
è vero. Ma sono una piccola minoranza di un movimento, in assenza del quale non
ci sarebbero state le conquiste, incomplete, di parità, dignità, libertà
femminile che il documento stesso propugna. Il documento si preoccupa molto
della risposta di autodifesa delle donne (che è lotta anche per una migliore
qualità della relazione uomo-donna e quindi della umanità anche degli uomini),
ma ha molto poca sensibilità per la qualità e quantità d’oppressione che queste
ultime da millenni hanno subito e subiscono, né riconosce di avere
oggettivamente un gran debito nei confronti di temi e linguaggi che le
femministe, anche cristiane e cattoliche, stanno facendo faticosamente entrare
nella coscienza diffusa culturale ed ecclesiale. Come muoversi sulla linea
della relazione e collaborazione senza smascherare e smantellare le
strutture di oppressione? Come confondere la richiesta femminile di condividere
un potere da cui sono escluse, con una strategia di potere di tipo
antagonistico?
3.
La giusta sottolineatura della importanza simbolica del corpo, effettivamente
compromessa da letture forzate in termini esclusivi di genere, lascia però in
ombra lo scambio esiziale tra funzioni femminili, legate anche alla biologia, e
la rigidità di ruoli imposti per cultura alle donne. Il documento è fortemente
segnato dalla tacita concezione che l’organizzazione tradizionale della società
patriarcale sia naturale.
Il
documento si preoccupa intenzionalmente e giustamente di affermare insieme la
differenza, la rilevanza del corpo per essa e la relazione tra le differenze,
come struttura della umanità di tutti e di ciascuno. Ma se l’alfabeto basilare
viene individuato nella differenza dell’uomo e della donna, questi ultimi
vengono interpretati nella loro peculiarità non a partire, come pur
programmaticamente si propone, dalla simbolica della narrazione biblica (nella
quale è la relazione tra equivalenti ad avere il primato, mentre la differenza
è al suo servizio), bensì a partire dai ruoli attributi alle donne e
autoattribuiti dagli uomini a se stessi dalla tradizione patriarcale e
androcentrica.
4.
Il richiamo alla maternità non può essere scisso, alla luce delle conoscenze
psicodinamiche attuali, da quello alla paternità, al ruolo dell’uomo con i
figli, nella famiglia, nella casa: non si tratta solo di “aiutare” le donne che
lavorano “anche” fuori casa, ma di condividere. Ma ciò richiederebbe una
radicale riorganizzazione del lavoro, oltre le pure logiche di mercato: sul che
non si dice nulla.
5.
Ogni volta che si sente parlare dello specifico femminile nasce la questione:
qual è lo specifico maschile? Perché non se ne parla? Lo specifico maschile è
forse tutta la attività umana, salvo la specifica funzione femminile materna?
Senza questa parte, il discorso solo sulla donna trascina con sé, contro
intenzione, proprio una prospettiva antropologica di non reciprocità,
confermando l’androcentrismo che pure si vorrebbe superare. La non reciprocità
si svela nel fatto che gli uomini possono fare (e, pretesamente, meglio) tutto
quel che fanno le donne, tranne essere fisicamente madri, mentre non vale il
contrario o, per meglio dire, non vale, appunto ‘la reciproca’. La vocazione
alla verginità, alla sponsalità e alla paternità, ad esempio, non qualifica
l’uomo analogamente a come qualifica la donna? E come mai l’essere umano di
sesso maschile non viene interpretato in base a questi registri, tanto meno in modo limitante?
6.
L’ interpretazione della Genesi legge la “Creazione” e il “Peccato” non tenendo
conto degli studi esegetici più recenti e delle conseguenti, nuove modalità di
impostare teologicamente tali tematiche. Alla base, sia in tale caso, sia nel
riferimento alle figure di Gesù e di Maria, sia nelle parti successive, vi è un
pericoloso scivolamento immediato, un cortocircuito dal piano del simbolico a
quello descrittivo e prescrittivo. Un nodo enorme, per dipanare il quale manca
qui lo spazio e che andrà ripreso, anche perché riguarda, non senza aporie e
contraddizioni, temi di fondo, quali: il rapporto tra la maschilità dell’uomo
Gesù e il fatto che l’immagine di Dio è l’umanità nella sua relazione sessuata;
la simbolica del femminile e del maschile nel rapporto tra Dio e il suo popolo,
tra Cristo e
Il 5 marzo 1616
Due
donne, nel momento in cui il presente testo viene scritto, sono al centro della
preoccupazione non solo del nostro Paese: sono “le due Simone” di “Un ponte
per…”, rapite in Iraq. Le donne non si chiamano solo con il bellissimo nome di
Maria. Si chiamano con tutti gli altri nomi possibili degli esseri umani, si
autocomprendono e sono protese al mondo in tutta la possibile varietà delle
attività e vocazioni. E si chiamano anche “Simon-Pietro”: Simona o Petra, appunto. Le chiese cristiane ci stanno
mettendo molto a riconoscerlo. Quella cattolica, un po’ più di altre. Ma tira
un vento forte: le credenti sono persuase che si tratti di quello dello
Spirito.
Milano, 12 settembre 2004