LA COLLABORAZIONE TRA I SESSI NON SPETTA SOLO ALLE DONNE.

IL C.I.F. DI PARMA RISPONDE A RATZINGER

 Sulla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo del card. Joseph Ratzinger, resa nota il 31 luglio scorso, si sono scritti i commenti più vari, in tutto l’arco che va dalla lode entusiastica alla critica mordace (per il testo integrale della Lettera e la relativa rassegna stampa, v. Adista n. 60/04). Con alcune sorprese: che cioè, tra i commenti positivi, si trovassero, pur se con alcuni distinguo, quelli di giornaliste laiche e di studiose del femminismo, come Ida Dominijanni e Luisa Muraro. Una certa meraviglia, al contrario, viene dal trovare ora, tra i commenti critici, la lettera aperta scritta a Ratzinger, in risposta al documento, dal Gruppo Donna del Centro Italiano Femminile (Cif) di Parma, essendo il Cif, come noto, un’associazione di tradizione moderata. Critiche serene e garbate, quelle del “piccolo gruppo di donne” di Parma, ma pur sempre critiche, e su più di un punto, come emerge chiaramente dalla lettura del documento, che qui di seguito riportiamo.

 

Ill.mo Cardinale Ratzinger, siamo un piccolo gruppo di donne che nel corso degli anni hanno cercato di vivere con consapevolezza l’esperienza di fede e l’impegno nella società. Abbiamo letto con attenzione la lettera Sulla collaborazione vescovi cattolici dalla Congregazione che Lei presiede, e desideriamo condividere le riflessioni e gli dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, inviata ai interrogativi che quel testo ha suscitato in noi. Il tema della collaborazione fra uomini e donne nella Chiesa e nella società, ne siamo convinte, ha un’importanza centrale, purtroppo spesso misconosciuta. Riportarlo all’attenzione della Chiesa ci pare quindi molto opportuno, anche se avremmo letto volentieri nella Sua Lettera un riferimento alla lunga tradizione di dialogo – non sempre facile – tra il magistero della Chiesa e il contributo di idee e esperienze del femminismo cristiano e cattolico. Se di “punto di partenza” si può parlare, infatti, è solo nel senso di ripresa ufficiale di una realtà viva da tempo, e autorevolmente riconosciuta già da Giovanni XXIII nella Pacem in terris (n. 22). Non ci è parsa andare in questa linea l’analisi delle “nuove tendenze nell’affrontare la questione femminile” proposta dalla sua Lettera (nn. 2 e 3). Ci colpisce innanzitutto la scelta di non riconoscere che storicamente le donne hanno contrastato situazioni di discriminazione e subordinazione nella faticosa ricerca di giustizia all’interno della società e di parità nella coppia. Ridurre questo importante percorso di emancipazione a un pregiudiziale atteggiamento di contestazione (n. 2) impedisce di affrontare in modo corretto il tema della collaborazione, e pone una grave ipoteca sui percorsi di liberazione di donne, ragazze e bambine di molte parti del mondo sottoposte a discriminazioni e schiavitù, tanto nell’ambito privato quanto in quello sociale, culturale e giuridico. E, d’altra parte, nelle nostre vite sperimentiamo l’inevitabilità e la positività del conflitto tra donne e uomini, quando questo è finalizzato alla comunicazione di sé e alla realizzazione della giustizia. La nostra concreta esperienza di vita ci ha insegnato che denunciare le ingiustizie non provoca necessariamente “confusioni di ruoli” né, tanto meno, “distruzione delle famiglie”. Il Papa stesso, nella Lettera alle donne in occasione della Conferenza di Pechino (1995), esprime riconoscenza e ammirazione per le donne che “si sono dedicate a difendere la dignità della condizione femminile, attraverso la conquista dei fondamentali diritti sociali, economici e politici e hanno preso coraggiosa iniziativa in tempi in cui questo veniva considerato un atto di trasgressione”. E aggiunge: “…occorre proseguire in questo cammino […] La strada del pieno rispetto dell’identità femminile non passa solo per la denuncia, pur necessaria, delle discriminazioni e delle ingiustizie, ma soprattutto per un fattivo progetto di promozione” (A voi, donne, n. 6). Apprezziamo, nella Lettera, il forte riferimento alla differenza sessuale e il richiamo al corpo come componente fondamentale della persona. Non crediamo, però, che la differenza si possa definire in modo statico. Siamo convinte che essa non sia né un dato puramente biologico né una costruzione esclusivamente culturale, e che quindi risulti inadeguata – oltreché totalmente astorica ogni visione deterministica. Uno dei modi per sfuggire a questa visione è richiamarsi a quell’antropologia simbolica, già da tempo elaborata, che – invece di definire identità e di porre direttamente l’antinomia natura cultura – vede in certe caratteristiche di donne e uomini dei “segni” che riguardano e interpellano l’essere umano nel suo complesso, maschi e femmine. La Lettera compie un’incursione in questo terreno (particolarmente al n. 14), ma – ci pare – non ne trae le dovute conseguenze. Pur dichiarando fondamentale la collaborazione tra i sessi, infatti, nel suo svolgimento il testo si rivolge solo a noi donne e si limita a parlare delle donne, lasciando intendere che la realizzazione della collaborazione dipenda solo da loro. Ma sappiamo che non esiste collaborazione a senso unico. Al contrario, proprio dall’antropologia dialogica del segno sarebbe potuto discendere un invito anche per gli uomini: a riflettere su di sé e sul loro modo di intendere se stessi in rapporto con le donne nella società, nel lavoro, nella famiglia, nella Chiesa. Anche volendo rimanere nell’ambito del “privato”, ci stupisce ad esempio il silenzio sul ruolo e la presenza indispensabile degli uomini nella famiglia già sottolineati da importanti documenti della Chiesa (cfr. Familiaris Consortio, n.25) e oggi sostenuti politicamente dalla legislazione di molti Paesi occidentali. Come conseguenza diretta di questo grave silenzio la Lettera, pur ribadendo in linea di principio l’importanza della presenza delle donne in ogni settore della società, giunge a considerare la famiglia come ambito privilegiato nel quale “liberamente” le donne scelgono di esprimere e realizzare se stesse “nella totale dedizione al lavoro domestico” (n.20) . Il rapporto tra lavoro e famiglia avrebbe, quindi, caratteristiche diverse per le donne e per gli uomini, e così il problema della conciliazione tra le dimensioni della vita torna ad essere un problema esclusivamente femminile. Riteniamo, invece, che un’organizzazione del lavoro più flessibile e conciliabile con i tempi della vita sia un’esigenza di tutti, uomini e donne, e in questa direzione vanno le recenti norme in materia di congedi parentali e azioni positive. Si continua a sottovalutare il grande bisogno che la società ha delle donne a tutti i livelli; si dimentica che le giovani donne investono più dei maschi nella formazione, ottenendo risultati qualitativamente e quantitativamente superiori, anche in settori in precedenza tipicamente maschili, e che non ci sono ragioni per cui dovrebbero rinunciare a portare il proprio contributo anche in campo sociale e culturale. Per queste ragioni non ci sembra impostata in modo corretto la complessa tematica dell’essere “per l’altro”, a cui ogni persona umana, secondo le Scritture ebraico cristiane, è chiamata. Una vocazione che nella Lettera si traduce in un monito verso “un certo femminismo” responsabile di indurre le donne a “rivendicare le esigenze per se stesse”, mentre non interpella in alcun modo gli uomini. Questa interpretazione riduttiva del femminismo condiziona anche la lettura del rapporto donne/ potere. Mentre condividiamo l’auspicio che “le donne siano presenti nel mondo del lavoro e dell’organizzazione sociale e abbiano accesso a posti di responsabilità […] per ispirare la politica delle nazioni e promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali”(n. 20), non ci spieghiamo perché si tenda a demonizzare la ricerca in sé del potere (“agli abusi di potere essa risponde con una strategia di ricerca del potere”). Non è infatti da condannare la ricerca del potere – che correttamente interpretato non è che una forma di assunzione di responsabilità – quanto il suo esercizio a servizio di interessi particolari e illegittimi, atteggiamento in cui nella nostra storia si sono distinti soprattutto gli uomini. Abbiamo scelto di dare evidenza a questi temi perché ne avvertiamo in modo forte la contraddittorietà rispetto al fine stesso della Lettera. Altre questioni rimarrebbero da affrontare, dalla messa in discussione del percorso di emancipazione delle donne nel timore delle possibili conseguenze per la stabilità delle famiglie, al modo in cui la Lettera fonda biblicamente il suo discorso sulle donne. Ci auguriamo che il dialogo possa proseguire.

 

Gruppo Donna - Centro Italiano Femminile Parma, 15 Novembre 2004

DOC-1585. PARMA-ADISTA