Un modo (solo uno dei modi possibili) di rispondere a lettere come la seguente, attraverso un mio articolo (scritto in una rivista) sul difficilissimo rapporto tra Abelardo ed Eloisa. A. R.
Cara Ausilia,
grazie della tua vicinanza e del tuo affetto. Per rispondere alle tue domande ti
confido con cuore sincero che é proprio la Fede che mi
dà quel po' di forza e di coraggio che ho; ti ho già accennato che ho un
impegno molto responsabile all'interno della Chiesa in emigrazione, sono infatti
una collaboratrice pastorale e segretaria a servizio della Comunità Italiana
all'estero. Di conseguenza cerco di riempire la mia vita con opere buone (sono
responsabile per un progetto di adozioni a
distanza) ecc. ecc. E' tutto questo a fianco del mio sacerdote...
Un abbraccio... R.
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Dare senso ad ogni prova1
1. Elementi biografici
Abelardo (1079-1142) nasce a Pallet (Nantes). A Parigi nel giro di pochi anni diviene magister, titolo allora usato per indicare i grandi maestri della cultura teologica e filosofica del tempo.
Al culmine del suo successo, incontra Eloisa. La loro storia di amore, da cui nasce anche un figlio, Astrolabio, si trasforma presto in tragedia. Abelardo sposa segretamente Eloisa, ma sa che perderebbe la fama di cui gode se ufficializzasse il rapporto con lei, data la concezione di allora che i maestri più celebri, normalmente “clerici”, dovessero essere liberi da impegni familiari. Lo zio di Eloisa si vendica facendolo evirare. Eloisa si ritira in monastero ed altrettanto farà Abelardo.
2. Il carteggio tra Abelardo ed Eloisa
Il carteggio che si scambiano Abelardo ed Eloisa è ricco di implicazioni culturali, religiose ed etiche. Come dice M. T. Fumagalli nell’introduzione, vi emerge la personalità appassionata e sensuale di Eloisa, che infrange l’immagine di un Medio Evo ascetico e repressivo. Abelardo, il quale quando scrive è un ultracinquantenne malato e appesantito da mille disillusioni, resta una figura maggiormente inquadrata nell’istituzione per piena adesione alla lettera e allo spirito del nuovo stato di vita: fa tesoro senza mezzi termini della sua dolorosa esperienza come opportunità della Grazia per compiere la missione a cui è chiamato: donarsi a Dio e a tutti. Nessuno dei due rinnega la storia d’amore, soffocata dai pregiudizi del tempo, dalla scarsa stima di cui godeva il matrimonio, dalla tremenda reprimenda circa l’uso “vergognoso” della sessualità. Il passaggio obbligato dal piano terreno a quello soprannaturale produce la rassegnazione, diversamente configurata in ciascuno dei due. Ma c’è ben altro a determinare l’ascesa, di tappa in tappa, verso la liberazione. C’è l’eroica costruzione della propria statura spirituale di “chiamati”, che trionfa dell’assurdo determinismo dei fatti. Si può perfin dire che il monachesimo celebri in loro la possibilità di dar senso ad ogni prova:
Quanto sarebbe stato vergognoso, quanto triste che io, Abelardo, creato dalla natura per il bene di tutti, mi dedicassi ad un’unica donna e dovessi sottostare alle molte bassezze della vita matrimoniale (p. 56) … sei diventata superiore a me nel momento in cui ha sposato il mio Signore, e sei quindi diventata la mia signora (p. 137). Non saresti altro che una semplice donna, tu che ora invece superi persino gli uomini e hai trasformato la maledizione di Eva nella benedizione di Maria (p. 153). Egli, non io, ti amò davvero (p. 157).
Con la frase “Non saresti altro che una semplice donna”, Abelardo incalza Eloisa per le sue rimostranze intorno alle ingiuste pene d’amore subite; frase che oggi, in certi ambienti ecclesiali, sarebbe oggetto di contestazione perché esalta la superiorità della scelta monacale rispetto a quella del matrimonio benedetto sacramentalmente. Ma come negare che “vero amore” è soltanto quello di Dio per gli uomini e, sempre quello di Dio attraverso di loro?
Eloisa esprime idee semplici chiare. La superiorità va esclusa in quanto scelta evangelica che non può totalizzare le altre ugualmente ispirate al Vangelo; semmai sono i comuni cristiani che debbono elevarsi alla comprensione del valore indiscutibile dell’interiorità, che nel monastero ha priorità rispetto alla tentazione dell’esteriorità, che si fa insidiosa nel mondo. Sia chiaro, per lei conta la pura intenzionalità che accompagni la fedeltà ai precetti evangelici, raggiungibile sia dentro sia fuori dei conventi; e la vuole proporre ad ogni persona che si dice cristiana:
Volesse il cielo che la nostra devozione potesse giungere a questo, cioè ad adempiere i precetti del Vangelo, non a superarli, poiché non vogliamo essere niente più che cristiane (p. 170);… tutti coloro che sono davvero cristiani devono preoccuparsi solo dell’interiorità dell’uomo, per ornarla di virtù e di mondarla dai vizi. Bisogna invece preoccuparsi poco, anzi, per nulla, delle cose esteriori (p. 183).
3. La radicalità evangelica
Il Vangelo pone condizioni ineludibili per appartenere a Cristo; è buona Novella che richiede ascolto di una generosità senza limiti. Abelardo, da fine teologo qual è, indica a colei che ormai chiama sorella, signora, sposa di Cristo, il segreto della sequela del Crocifisso: non accettare passivamente, ma prediligere la porzione di dolore che fa capolino lungo la strada attraversata giorno per giorno:
Rinnegare se stessi significa… non ricevere la propria croce da un altro, ma prenderla con le proprie mani, quella croce attraverso la quale “il mondo è crocifisso per noi e noi lo siamo per il mondo” Lc 9, 23 (p. 266).
E’ certo che lei, indotta dai paradigmi del tempo a proclamare la sua debolezza femminile, non si accontenta di “fare la monaca”; ne diventa prezioso esemplare:
Il Signore donò a lei, mia sorella, signora delle altre monache, così tanta grazia agli occhi di tutti, che i vescovi l’amavano come fosse una figlia, gli abati come una sorella, e i laici come una madre (p. 89-90).
La convinzione che la radicalità evangelica richieda una specifica vocazione, non fa attardare i due a cercare una reciproca integrazione affettiva, così cara alle “coppie celebri”. Essi sanno di dovere inter-scambiare doti e limiti reciproci, ma nello scenario ampio che coinvolga tutti i membri dei due monasteri, in cui vivono rigorosamente separati. La collaborazione che Eloisa ottiene da Abelardo a favore della sua comunità, è a vantaggio del rinnovamento monacale, di cui lui è teorico e maestro, mentre lei ne è instancabile promotrice.
Secondo Abelardo, i rigori della disciplina monastica renderebbero visibile, nei più osservanti, il grado di perfezione raggiunta. Egli la configura nel contrasto più drastico, come tra bianco e nero, tra chi cammina deciso nella via della perfezione e chi no. A convalida di tale tesi egli usa, come sempre, le citazioni:
Agostino, esortandoci con forza a seguire la disciplina monastica, aggiunge: “Confesso davanti a Dio che da quando ho iniziato a servirLo non ho conosciuto persone migliori di quelle che hanno migliorato se stesse in un monastero. Allo stesso tempo non ho conosciuto uomini peggiori di quelli che, sempre in monastero, sono caduti” S. Agostino, Ep. 78, 9 (p. 315).
A conferma della necessità di una radicalità che non conosce le mezze misure, Abelardo vede profilarsi, nella mistica monacale, assieme alla minaccia delle tristi conseguenze della caduta, l’orizzonte di una beatitudine, in confronto alla quale ogni durezza si dissolve:
Non è privo di un significato misterioso il fatto che si dica [nell’A. T.] che le donne uscirono cantando. Infatti in questo modo si raffigura la gioia dell’anima contemplativa, la quale mentre si innalza alle cose celesti, quasi abbandona le mura delle abitazioni terrene e scioglie al Signore, con somma esultanza un inno spirituale all’intima dolcezza della contemplazione. Nell’Antico Testamento troviamo anche i canti di Debora, di Anna, e della vedova Iudith; nel Vangelo troviamo quello di Maria, madre di Dio… (p. 220)
4. La Regola
Abelardo non traccia alcuna precettistica che non sia funzionale all’essenza della spiritualità, in cui consiste l’essere monaco/a. Consiglia:
a) Silenzio, il cui carattere ascetico rappresenta il nuovo estremo linguaggio teologico per dire Dio e per rapportarsi a lui, secondo il profilo della meditazione agostiniana:
“L’uomo che non sa controllarsi nel parlare è come una città aperta e priva di mura” (Prov. 25, 28).
b) Intenzionalità:
Per noi è meglio fare bene che fare il bene. E non bisogna pensare tanto a ciò che si fa ma al modo con cui lo si fa (p. 317).
c) Nutrimento spirituale:
Anche le monache e quindi anche le donne, sono vincolate al dovere di esercitare un magistero intellettuale… Per Abelardo, essere devoti significa attingere pienamente alla parola divina (p. 198):
La comprensione della Scrittura è il cibo dell’anima e il nutrimento spirituale. Per questo il Signore, affidando al profeta Ezechiele il compito di predicare, per prima cosa lo cibò con un libro che, subito “si trasformò in dolce miele nella sua bocca” Ezech., III, 3 (pp. 367-368). “Noi non dobbiamo mai smettere di scavare i pozzi dell’acqua di vita e, discutendo ora di storie antiche, ora di storie nuove, dobbiamo cercare di diventare simili allo scriba del quale il Signore, dice la Verità, osserverà i miei precetti Gv 14, 23. Ma chi potrà osservare e ubbidire i precetti del suo Signore se non li avrà prima compresi? (p. 380).
d) Moderazione:
… come afferma Gerolamo, è giusto annoverare tra vizi quelle virtù che si mostrano eccessive per modo e misura… così che lo sforzo richiesto sia adeguato alla costituzione della natura umana (p. 166). Coloro che scrissero per i monaci non solo non dissero nulla sulle donne ma stabilirono norme che sapevano non essere per nulla adatte a loro. Non potevano non intuire che il collo del toro e quello della giumenta non devono essere mai e in nessun modo assoggettati al giogo di una stessa regola (Eloisa, p. 167).… basterebbe proibire ciò che è peccato. Sarebbe allora sufficiente che la Regola, per quello che riguarda il cibo o gli abiti, ordini di servirsi di ciò che può essere acquistato al prezzo più basso, e che, in ogni cosa, ci si preoccupi di quello che è necessario e non del superfluo (Eloisa, p. 178).
e) Castità:
non è una virtù del corpo, ma dell’anima (p. 181). Solo ciò che è spirituale, può inquinare un’anima. Null’altro (p. 197). Né all’abate né a un suo incaricato, ma solo all’abbadessa è permesso parlare alle vergini di Cristo di qualsiasi argomento che riguardi la moralità della comunità (p. 302).
f) Diaconato al femminile:
Abelardo vede nei compiti della badessa l’esercizio di una forma di diaconato, e a tal fine fa delle importanti citazioni:
“Abitavano con loro alcune donne, vergini non più giovani, che a causa dell’amore per la filosofia avevano scelto di non sposarsi” - Cassiodoro in “Historia Tripartita”, libro I, cap. 11 (p. 218) …. Poiché noi chiamiamo le donne diaconesse e gli uomini diaconi, è come se riconoscessimo sia negli uni che nelle altre la tribù di Levi e il privilegio concessole di vivere delle offerte fatte al santuario (p. 221). “Vi raccomando la nostra sorella Febe, che è al servizio della Chiesa di Cencre affinché l’accogliate nel Signore nel modo degno dei santi e l’assistiate ogni volta che avrà bisogno di voi. Infatti ella ha aiutato molte persone e, tra esse, anche me” - Rom XVI, 2 (p. 228). Se qualcuno non ha cura dei suoi e soprattutto dei familiari, costui ha negato la fede ed è peggiore degli infedeli (p. 232);... “per tutto questo, mia signora Eustochio; mia signora devo chiamare la sposa del mio Signore” - Gerolamo, Ep. 22, 2 (p. 234). Se, dopo Eva, ci soffermiamo sulle virtù di Debora, di Judith e di Ester, la forza del sesso maschile difficilmente potrà evitare la vergogna (p. 238). Parliamo prima di colei che all’inizio abbiamo eletto capo di questa istituzione, cioè di colei che chiamiamo diaconessa e alla quale spetta ogni decisione (p. 284)