Giacomo ed Ausilia, invitati pochi anni or sono dal Vescovo

al suo ingresso nella sede torinese

gli hanno lasciato “brevi manu” i seguenti appunti

con la speranza di aprire un dialogo su aspetti

di possibile immediata attuazione (e forse qualcosa, in verità, si comincia a fare…)

 

 

     

 

APPUNTI PER P.POLETTO, vescovo di Torino

P r e m e s s a

Pur senza pretendere autonome, tempestive iniziative da parte del Vescovo per la modifica della legge celibataria, utilizziamo il dialogo che egli vuole aprire con noi, sottoponendo alla sua attenzione che

ci sono dei fattori di possibile immediata attuazione

i quali potrebbero aiutare le persone-in-causa a continuare un rapporto filiale verso la Chiesa.

Non vogliamo che venga santificato il prete che si sposa, ma che non si usi verso di lui

ingiustizia

Perché aggiungere alla severissima punizione al non-esercizio del ministero

atteggiamenti anti-cristiani che ne fanno un peccatore non perdonato?

 

* Errori di definizione creano standard negativi di giudizio sociale, incoraggiati tra la gente anche colta, anziché corretti come sarebbe doveroso fare. Ecco alcuni: 1) Un ex? O piuttosto un prete che resta tale, anche se non può esercitare il ministero per via di una legge? 2) Un peccatore che dà scandalo? o un uomo che ha fatto una scelta esistenziale, sulle cui cause nessuno, proprio nessuno, ha il diritto di  esprimere un giudizio di carattere morale psicologico spirituale? E’ peccato chiedere di essere dispensato da una legge canonica? E poi quanto è iniqua (nonché ritardata oltre misura) la procedura della dispensa... E’ a causa dell’umiliante iter che comincia per lui la prima esasperante condizione di emarginato nella Chiesa. 3) Un traditore della sua vocazione? Come mai non si spiega alla gente la diversità tra l’essenza presbiterale e la legge celibataria? 4) Perché manca l’attenzione alla sofferenza causata proprio dalla punizione che blocca l’esercizio del ministero e misconosce l’utilità che scaturirebbe dalla possibilità di esprimere ancora  i carismi?

 

* Mancanza di umanità; tutt’al più paternalismo con presa di distanza, materiale e morale

1) I preti in ministero si arroccano nella loro diversità, con gesti esteriori che isolano di fatto un confratello sposato (quando si officia, questi resta fuori; e passi; ma perché non ci si affianca a lui  nella convivialità e per altri aspetti della vita comunitaria, civile, ecc.?). Di fatto egli - fatta eccezione per singoli privati nascosti contatti personali - è trattato da appestato. 2) La cancellazione dal presbiterio, la mancanza di possibilità di presenza pubblica “per quello che è”, il silenzio della stampa ecclesiale ufficiale, la vera emarginazione...

 

* L’organizzazione-Chiesa non si preoccupa dei bisogni umani del prete che si sposa

Non si ha considerazione alcuna per i problemi di lavoro, di casa, di pensione (...), di impreparazione a ruoli per cui il prete-fuori-ministero non è preparato, ecc. ecc. La mentalità è del tipo: “hai fatto questa scelta; ora sbrigatela tu”. Davvero è grave che si predichi la carità e si violi la giustizia. L’otto per mille esigerebbe che l’uomo-prete fosse remunerato equamente per tutta l’attività di servizio resa alla comunità. Che c’entra il diritto al pane con la mancata fedeltà celibataria? Anche se egli non ha avuto un contratto di lavoro e perciò non può vantare diritti civili, è grave che la Chiesa si senta esonerata dal dovere di trattarlo come persona con diritti umani elementari. Egli è, di fatto, un ex-dipendente che non può essere ignorato, lasciato a se stesso, e in un’età in cui è difficilissimo l’inserimento nel mondo del lavoro, tanto meno adeguato alle sue capacità e preparazione. Per giunta guai a reclamare un diritto, “altrimenti è peggio”...E’ buono e da prendere in considerazione chi umilmente accetta di essere schiacciato; chi protesta merita l’irrigidimento del Potere.... E, così facendo, la Chiesa allontana da sé questo suoi figli, li rende, quanto meno, indifferenti, talvolta nemici.

 

* Il rapporto con la Chiesa, a partire da quella locale, fa del prete sposato un “men-che-laico”

Tra un prete in ministero che ha una relazione sessuale-affettiva con una donna e un prete sposato regolarmente, il primo conserva tutti i privilegi di casta, l’altro è come se non esistesse. Se questa non è ipocrisia.... E la gente lo sa.

Inoltre quanto bene deriverebbe alla Chiesa da chi, dopo l’esperienza presbiterale, potrebbe offrirle occasione di revisione (non di critica amara come è spinto a fare) in tanti campi. Davvero questo arroccamento clericale è rovinoso per una Chiesa che diviene cittadella da difendere.

 

* La donna si vede addossate colpe che non ha

Su di lei pesano gravi discriminazioni. Solo se tace e non esiste come moglie di un prete è tollerata. Ma la situazione più grave resta quella delle donne che sono rovinate dal rapporto clandestino con un prete...

 

Domanda:

Si ritiene di custodire con questi metodi preventivi terroristici la vocazione dei preti in ministero e degli aspiranti-preti? Si evitano o si creano gli scandali?

Torino 1.1.2000