Quanti intellettuali italiani laici possono parlare con competenza del femminismo e delle sue tendenze interne? Quanti le conoscono e riescono a dialogare e criticare? Il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, prelato intransigente e amato dal cattolicesimo ortodosso, dà i punti a tutti. Nella sua Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell'uomo e della donna dimostra di aver molto studiato e molto compreso del portato storico dell'ultima rivoluzione del '900. Si ha addirittura l'impressione, leggendolo, che proprio lui - definito poliziotto della Chiesa - non sarebbe a disagio in quel «tempio del pensiero della differenza» che è la Libreria delle donne di Milano.
Ratzinger. rovescia
la vulgata misogina delle Scritture
che vede nella donna la causa del peccato originale. E il dominio maschile - dice - la conseguenza di quel peccato, di quel tradimento dell'amore di Dio. Da lì nasce la violenza degli uomini e
la guerra vendicativa delle donne, che
mortifica la differenza, annulla
la «capacità dell'altro» che è specifica
dell'umano femminile e che fonda la differenza. La sessualità - spiega Ratzinger - è non solo fisica, ma psicologica e spirituale. E la
«capacità dell'altro» non
necessariamente si incanala nel ruolo materno, ma allude a quel sistema relazionale che è il fondamento originale dell'essere umano
femminile.
Ce n'è abbastanza
per gridare alla svolta. E molte
femministe lo hanno fatto. Luisa Muraro, esponente del pensiero della differenza e docente di Filosofia teoretica, ha parlato di «novità
interessantissima ». «Ratzinger»,
ha detto, «assume e fa proprio il
pensiero della differenza». Nella lettera del cardinale, Ida Dominjanni sul manifesto ha trovato «un ascolto del divenire storico, del mutamento
innescato dalla rivoluzione femminile che
va riconosciuto e incassato».
«Nessun pensiero politico maschile
oggi dialoga con il femminismo della differenza, come la Chiesa mostra di voler
fare», ha scritto sul Foglio Marina
Terragni. La soddisfazione, il
riconoscimento alla Chiesa per
voler cancellare l'idea del «neutro maschile» e della «complementarietà» della donna si incrociano nel dibattito femminista sul cardinale a un
malcelato senso di rivincita
contro quella intellettualità e
politica maschile che in questi anni ha cercato di ridurre il femminismo a residuo e il dibattito
sulla differenza a una noiosa
questione di quote, di diritti, di
rassicurazioni.
Ma non a tutti la
lettera di Ratzinger ha mandato lo
stesso messaggio. Francesco Merlo,
in un brillante editoriale su Repubblica, accusa l'alto prelato di non conoscere le donne.
Forse non conoscerà le donne ma il femminismo sì. Per
Emma Bonino, leader radicale, la lettera
«avrebbe potuto benissimo essere
scritta dall'imam della moschea di
Al Azar». Lidia Menapace, intellettuale, femminista e pacifista cattolica che di gerarchia della Chiesa se ne intende, ha messo in guardia
contro un Vaticano che usa la differenza
per riportare le donne a vecchi
ruoli e «togliere dal mercato del
lavoro quell'ingombro che oggi è costituito dalla donna». Altre e altri sono d'accordo con lei.
Diffidenze antiche si confermano.
E si ricorda l'opposizione alle
famiglie di fatto, alla omosessualità, alla legge sulla procreazione assistita. I peccati della Chiesa per molti sono ancora tutti là e non
sono peccati veniali. Tutto vero,
ma basta per non vedere «la
differenza» della lettera del cardinale?
(Inserto Magazine del Cor-sera del 12 agosto 2004
p.40)