G. Vattimo, La fine della cristianità, Garzanti, Cernusco s/N (MI) 2002

Recensione di Ausilia Riggi

 

1. Quale fine della cristianità

Ogni epoca storica chiude una parabola che ha compiuto il suo corso e ne apre una nuova. Ma certamente l’epoca nella quale viviamo è gravida di trasformazioni profonde come mai era capitato finora.

Il testo offre una panoramica di mutamenti che attraversano la bimillenaria storia dell’occidente cristiano e illuminano di un significato unitario i fenomeni complessi dell’oggi: il concetto della verità come sinonimo di carità; carità che rivela la vera essenza di Dio e che si può cogliere soltanto come suo dono, a cui rispondere donando a Lui lo stesso amore.

La cristianità si è formata attraverso l’autorità che ha definito in contorni precisi la verità, attribuendo a Dio i caratteri dell’essere metafisico, così come la filosofia greca l’aveva elaborato. La sua fine può sfociare in perdita di senso, causa di tante altre cadute, ma può segnare anche il ritrovamento del nucleo dell’autentico messaggio di Cristo.

Ripercorrendo l’iter che sfocia nella messa in dubbio della metafisica e quindi di tutto ciò che concerne la realtà oggettiva, Vattimo vuol dimostrare come la società cristianizzata sia stata contenuta dentro l’orizzonte immobile che ha nell’Essere il suo principio primo, e come l’esplosiva fuoriuscita dai parametri stabili di verità assolute segni la fine della cristianità; con tutte le implicazioni di una rottura vasta e profonda portata.

Senza dare lezioni alla storia, l’Autore ci induce a riflettere sull’urgenza di un nuovo rapportarsi alla verità, da cogliere nell’evento, nell’annuncio, in una sorta di rivelazione. Secondo lui la via maestra per andare oltre le certezze precedenti sarebbe la formazione di comunità di fede che si alimentino, nel piccolo, di scambio amicale; e l’animazione di una cultura divenuta luogo di ricerca e di confronto. Una lettura, questa, che non pretende di dire l’ultima parola, ma che può aiutarci ad individuare delle piste percorribili nell’oggi che ci interpella.                   

 

1. La perdita del fondamento e la storicità dell’Essere

Seguiamo più da vicino il quadro che l’Autore ci offre di tale trapasso epocale.

Il pensiero contemporaneo si caratterizza per la perdita del fondamento, e cioè per la fine della credenza che il mondo trovi il suo senso in un Essere sommo in grado di giustificarlo.

La modernità aveva trasferito la metafisica dall’oggetto al soggetto; con la post-modernità si va oltre, tanto che si può parlare di fine della metafisica quale scienza dell’essere. Contro la sua banalizzazione si afferma con forza la pura storicità dell'esistenza e di quei paradigmi che la riconducevano alla Causa Prima. Le espressioni storia dell’Essere e storia del suo destino (cf. Heidegger) indicano  che la storia e il destino umano ormai sono gli stessi sia per l’uomo sia per Dio. Ma non è un cammino facile da intraprendere.

Resta da riconsiderare l’uso del linguaggio nel quale si è depositato storicamente il sapere, per chiedersi se sia possibile reinterpretare le Scritture e le tradizioni, sì da trovare una risposta alle attuali esigenze; perché ormai non c’è chi non possa dar ragione a Nietzsche quando afferma che non abbiamo fatti, ma interpretazioni.

 

2. Sintomi di spaesamento

Senonché, nella mancanza di verità universali e apodittiche, e nella conseguente caduta di ogni punto di riferimento, il panorama  sociale attuale appare costellato di una variegata gamma di tracciati culturali impropri, senza sbocco positivo. Si tratta di sintomi di uno spaesamento che rischia di non portare da nessuna parte:

a) Alla morale, non sostenuta da criteri di validità universale, può subentrare un moralismo edificante o puramente pragmatico.

b) Nello sbandamento dovuto a criteri soggettivi di valutazione è facile ricadere in maniera ancor più marcata nei fondamentalismi.

c) La sfida della liberazione può inceppare ancora nella logica vittimaria, con la sua concezione pessimistica della natura umana e il senso di inadeguatezza proprio di chi invoca riscatto dall’esterno.

d) Si tenta, da  qualche parte (vedi soprattutto Lévinas), di basare l’essenza della vita cristiana nell’accettazione dell’altro: il quale, “imprevisto” ed invasivo, scuote dal narcisismo e da ogni ripiegamento esistenziale. Ma questa mpostazione di pensiero rimanderebbe ancora una volta, secondo Vattimo, al Dio della metafisica.

e) Si registra una proliferazione del comunitarismo (vedi, ad esempio, MacIntre), il quale, assicurando l’appartenenza compromessa dallo smarrimento di ogni centro, rischia l’assunzione di un’identità costruita all’interno di una comunità di riferimento, e però meno disponibile a relazioni più ampie.

f) Il soggettivismo è anche causa dell’abbandono all’arbitrio individuale e quindi al relativismo (ad esempio con Rorthy); fattori che, fra l’altro, rendono impossibile una convivenza umana rispettosa e dialogante.

g) La concezione dell’assoluta trascendenza di Dio (Barth), che trova ampio consenso, non sempre provoca il rapporto diretto con Lui; tanto che la si coniuga con un atteggiamento di ripulsa del sacro e con la conseguente fiducia nell’autonomia delle realtà terrene. Ma il Dio totalmente Altro non somiglia ancora al Dio metafisico?

h) Gli esiti della scienza-tecnica, incapace di accogliere le attese di ulteriorità, non promuovono la crescita umana nella sua pienezza.

i) Altro: tutto ciò che indica scollamento dall’Oggettivismo.

 

3. Dinamiche di cambiamento

Proprio in seno a quest’universo concettuale tutt’altro che omogeneo, si fa strada, insieme all’oblio dell’essere e al conseguente declino della storia (imperialistica) dell’Occidente, una nuova cultura condivisa, aperta all’evento, all’annuncio, alla rivelazione, come accennato sopra. Allora l'accadimento della creazione e della rivelazione si può accettare come dono, quindi come carità; e il pensiero non ha da registrarlo "oggettivamente", ma da rispondergli.    

Verità come carità, ed essere come Ereiginis, evento, sono due aspetti che si richiamano in maniera stretta. Dio che ama la sua creatura fino ad incarnarsi, dissolve la sua trascendenza e sollecita l’uomo a caricarsi di responsabilità. Perciò, cessata l’era dei metaracconti (Lyotard), cessate anche le ridescrizioni (di cui parla Richard Rorty), si moltiplicano i racconti senza centro e senza gerarchia: pronti ad essere usati come metafore volta per volta significative (anziché come paralizzanti costruzioni simboliche e mitiche).

 

4. L’Occidente e il significato cristiano della modernità

Oggi l’Occidente è sinonimo di consumismo, edonismo, pluralismo babelico delle culture, perdita del centro ed oblio di ogni richiamo alla legge di "natura" (qui Vattimo insiste sul concetto di natura, usato ed abusato dalla chiesa cattolica in difesa di principi che considera immutabili); indipendenza da qualunque autorità. E’ cristianesimo secolarizzato, eredità certo trasformata e in deriva, e tuttavia tale da costituire il suo elemento identificante (p. 79). E’ applicazione interpretativa del messaggio biblico, dislocato da un piano strettamente sacramentale, sacrale ecclesiastico.

Ne consegue che l’Occidente sia approdato ad un concetto di salvezza che comincia nell'al di qua; altrimenti tutta la storia della sua preparazione perderebbe di senso e il gioco sarebbe affidato ad una divinità trascendente, che condizionerebbe la capacità autonoma di rapporto (p. 58). Caricarsi del suo destino significa riconoscere il significato profondamente cristiano della secolarizzazione, che riscopre finalmente il senso pieno dell’incarnazione: il divino intrinseco alle realtà terrene (p. 103).

 

5. Verso la spiritualizzazione del cristianesimo

L’elemento davvero rivoluzionario, nella dissoluzione dell’antica metafisica, è l’emergere delle qualità secondarie, dello spirituale, dell'ornamentale (p. 56). La poesia, scrive Schelling, raggiungerà una dignità superiore, diverrà alla fine ciò che era all'inizio, maestra di umanità.

Non è fuor di luogo il richiamo di Vattimo all'idea-base di Gioacchino da Fiore di una storia della salvezza ancora in corso. Il suo (di Gioacchino) collocare la nuova era, dopo quella del Padre e dopo quella del Figlio, nell’avvento dello Spirito, può dar credito ad una interpretazione della nostra cultura attuale indebolita e nello stesso tempo ricca di fermenti spirituali. Anche la rinuncia a considerare la Bibbia come l'autentica rivelazione può servire a dare risalto alla vivente tradizione e alla fede della comunità.

La  chiesa, certamente importante come veicolo della rivelazione, potrebbe raccogliere e far maturare i germi di rinnovamento attraverso comunità di credenti che, nella carità, ascoltino e interpretino liberamente il senso del messaggio cristiano, aiutandosi e quindi anche correggendosi reciprocamente. Sarebbe la volta buona che gli uomini si riconoscessero, non più servi, ma neanche figli, bensì amici (p. 43).

 

6. Breve nota conclusiva

Il carattere di lavoro non sistematico che ha questo testo giustifica la parzialità del discorso sulla fine della cristianità. Altrimenti ci sarebbe da chiedersi se a tale fine non concorrano altri fattori, come ad esempio il confronto con altre religioni, l’irrompere nella cultura del femminismo e di altri orientamenti di pensiero nonché di sistemi di vita non-occidentali, che tanta influenza esercitano in ogni campo. L’auspicio dell’Autore perché si inauguri l’epoca dell’amore richiederebbe una maggiore messa a punto delle condizioni reali di trasformazione dei paradigmi in cui ancor oggi la cristianità continua ad attardarsi.