Uno studio accurato su Donna e Chiesa

 

LA DONNA E L’UOMO NELLO “SPAZIO” CHIESA.

di Nadir Giuseppe Perin[1][1]

 

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1- Nell’Antico Testamento si trovano  delle frasi che mettono la donna in posizione subalterna rispetto all’uomo e che possono creare imbarazzo nel lettore. Nel Siracide (190 a.C.), per esempio, si legge “ meglio la cattiveria di un uomo della bontà di una donna” (42,14). Qohelet, il celebre sapiente pessimista, rincara la dose. Nella sua ricerca della sapienza afferma che “un uomo su mille l’ho trovato, ma una donna su tutte non l’ho trovata” (7,20). Nella tradizione ebraica, poi, la donna non aveva alcun ruolo ufficiale sia nella liturgia sinagogale che nella vita politica.

Nel Nuovo Testamento, invece, diverse donne hanno avuto un certo ruolo nel ministero di Gesù (Lc 8,2-3), il quale, con grande meraviglia dei suoi discepoli, non aveva esitato a dialogare con una donna samaritana (Gv. 4,27).Inoltre, con riferimento agli Atti  degli Apostoli, alcune donne hanno avuto un ruolo importante in certe comunità cristiane, specialmente in quelle degli ellenisti e nelle altre comunità di estrazione pagana. Basta ricordare le quattro figlie dell’evangelista Filippo che profetizzavano a Cesarea (At 21, 9), Lidia molto attiva a Filippi, Priscilla ed Aquila che, forse, avevano la direzione della comunità di Efeso, prima dell’arrivo di Paolo (cfr. At 18, 26-27).

Le lettere paoline ci forniscono delle notizie dirette sul ruolo della donna nella chiesa primitiva, che sembrano a prima vista contraddittorie. Nella prima lettera di S. Paolo ai Corinti, al c. 7, il rapporto di amore tra l’uomo e la donna rispecchia una mentalità ormai del tutto sorpassata.

“Riguardo a ciò che mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna, ma a motivo dei casi di immoralità, ciascuno abbia la propria moglie ed ogni donna il proprio marito. Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto; ugualmente anche la moglie al marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera. Poi tornate insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo ve lo dico per condiscendenza, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro”. Ai non sposati ed alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io: ma se non sanno dominarsi, si sposino; è meglio sposarsi che bruciare” (1Cor 7, 1-8)

Nel c. 11 s’inciampa con l’ormai famosa questione del velo: “sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo (cioè a Cristo). Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo[2][2], manca di riguardo al proprio capo ( cioè all’uomo), poiché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si metta il velo” ( 1Cor. 11,1-6).

In  1Cor 14, 34-35 ci sono delle affermazioni in contrasto con la mentalità del nostro tempo: “ Come in tutte le comunità di fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano, invece, sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualcosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea”. La critica letteraria riconosce in questo brano un riferimento a 1Tm 2,11-14 : “ La donna ascolti l’istruzione in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva,e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna che si lasciò sedurre. Ora essa sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza”.

Sembra, invece, che Paolo ammetta, come cosa normale, il ministero delle donne. Con molta chiarezza riconosce esplicitamente che le donne possono“ pregare” e “profetizzare[3][3] ( 1Cor 11,5 : “…Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è come se fosse rasata…”. Le donne possono assumere il più importante ministero di una chiesa locale a quell’epoca, cioè quello dei “profeti”.

I profeti si riconoscevano dal loro parlare “in Spirito” (Didachè XI, 7,8; 1Cor 14, 29-32). Il loro annuncio come avveniva per i profeti dell’Antico Testamento, poteva prendere la forma di oracolo. Negli Atti degli Apostoli ci sono due esempi: il primo oracolo è stato proclamato nell’assemblea liturgica della comunità cristiana di Antiochia :”riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (At 13,2).

Il secondo fu proclamato a Cesarea da un profeta di nome Agabo, il quale ricorrendo ad un gesto simbolico, annunciò l’imprigionamento di Paolo: “Questo dice lo Spirito santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così, dai giudei a Gerusalemme e verrà, quindi, consegnato nelle mani dei pagani” ( At 21, 11).

Normalmente i profeti svolgevano un ruolo di primaria importanza nelle assemblee di preghiera. Come incaricati dell’annuncio della parola di Dio, dopo la lettura delle scritture, pronunciavano ciò che noi oggi chiamiamo “predica”, “omelia” e proclamavano l’azione di grazie, corrispondente alla nostra preghiera eucaristica ( Didachè X,7; cfr. 1 Cor 14, 15-17)

Quindi, i dati della prima lettera ai Corinti e della Didachè riguardanti l’attività dei profeti  confermano l’importanza di questo ruolo nell’assemblea liturgica. Il “profeta” non solo svolgeva la predicazione o l’esortazione rivolta alla comunità, ma proclamava anche la preghiera eucaristica.

Queste affermazioni ricevono conferma da diversi riferimenti concreti, come in Rm 16, 1-2, dove Paolo raccomanda con insistenza Febe in quanto “diaconessa”[4][4] della chiesa di Cencre…”. Inoltre, i saluti personali di Rm 16 : “ Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencre: accoglietela nel Signore, come si addice ai credenti ed assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anche’essa, infatti, ha protetto molti ed anche me stesso” ; di Col 4,15 “ Salutate i fratelli di Laodicea, Ninfa e la comunità che si raduna nella sua casa…” e Filem , 1, 2 : “ Paolo, prigioniero di Cristo e il fratello Timoteo al carissimo Filemone, nostro collaboratore, alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno nella lotta per la fede ed alla comunità che si raduna nella sua casa…” attestano il posto importante che le donne, spesso assieme ai loro mariti, occupavano nelle chiese paoline. D’altra parte l’ammissione delle donne al ministero “profetico” è del tutto conforme alla concezione ecclesiale dell’apostolo: “ Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo, né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

 

Tuttavia il ministero delle donne non fu accettato da tutte le chiese. Nelle lettere pastorali, l’autore fortemente segnato dalla tradizione ebraica, proibisce alle donne, senza esitazioni, l’insegnamento e, conseguentemente, l’esercizio del ministero presbiterale.“ La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare” ( 1Tm 2, 11-12).

Sembra, però, che il ministero delle donne fosse limitato a quello diaconale ( 1Tm 3,11) dal momento che questo non comportava probabilmente un compito d’insegnamento ufficiale. Per questo, nella Chiesa primitiva, l’esercizio del ministero ecclesiale, da parte delle donne, non ha sollevato dei problemi dottrinali, dal momento che S. Paolo nella sua riflessione sulla chiesa, ammette chiaramente tale possibilità, quanto piuttosto dei problemi di adattamento pastorale al contesto culturale delle diverse comunità.

 

Nell’arco letterario della Bibbia, s’incontra anche un mosaico affascinante di testi che esaltano lo stupore dell’amore, la sorpresa di essere “carne della stessa carne, ossa delle stesse ossa” (Gen 2,23). Il Cantico dei Cantici, capolavoro primaverile dell’amore che illumina e dà senso all’esistere, ruota intorno ad una sigla musicale e teologica che parla di comunione perfetta: “ il mio amato  è mio ed io sono sua” (2,16). Il profeta Osea nella travagliata vicenda della sua esperienza matrimoniale vede in questa il paradigma più alto per parlare di Dio e della sua passione per le sue creature.

E, se Gesù si mostra spesso circondato da donne ( persino “da cattiva compagnia”) lo stesso Paolo nella lettera ai Galati dichiara che “ in Cristo non c’è più né uomo né donna poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” ( 3,28).

Bisogna, allora, leggere la Bibbia non come fosse un insieme di teoremi astratti sull’uomo e la donna, sulla coppia e sulla morale matrimoniale e sessuale, ma come una “Parola che si è fatta carne” adattandosi a coordinate culturali e sociali ben definite. Essa diventa “povera” – come diceva Pascal – per far comprendere ai poveri la ricchezza del suo mistero. Per questo il lettore che  vuole confrontarsi seriamente ed umilmente con la Bibbia, non deve fermarsi alla superficie del testo biblico, ma cercare di scoprirne la logica profonda che in esso si dipana. Ovviamente il dialogo-confronto suppone due termini: la Bibbia e noi.  Solo così, la parola di Dio è ricondotta all’oggi, alla nostra sensibilità, agli interrogativi che emergono dalla trama di una società tecnologica, a tensione paritaria, percorsa da drammi e da fermenti nuovi. Gli innumerevoli interrogativi e problemi che ci tormentano, come : i cicli della vita, i ruoli ed i rapporti tra i sessi, i nessi tra religione e sessualità, tracciati nell’Antico Testamento, vengono purificati dai loro condizionamenti storici concreti e tornano ad essere “lampada per i passi” dell’uomo e della donna  di oggi. In tal modo, i contenuti del messaggio neotestamentario, come : la donna e l’uomo creature di Dio; “creature nuove” in Cristo; collaboratori del Regno; una “sola carne”, attraverso l’esperienza del matrimonio cristiano, diventano temi di grande valore per la vita familiare e matrimoniale cristiana attuale.

Certamente in questa operazione di confronto non tutto può essere perfetto, ma come scriveva G. Bernanos nel suo Diario di un curato di campagna “Cristo ci ha chiamati ad essere non il miele, ma il sale della terra”[5][5].

 

2- Il papa Giovanni XXIII, nella sua Enciclica “Pacem in terris” ( 11 aprile 1963), sottolineava come tra i fenomeni che caratterizzano la nostra epoca, “ l’ingresso della donna nella vita pubblica avvenisse in maniera più accentuata, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà[6][6].

Lo stesso Concilio Vaticano II, nella Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”, enumerando le  varie forme di discriminazione relative ai diritti fondamentali della persona e che dovevano essere superate ed eliminate come contrarie al disegno di Dio, indicava, in primo luogo, la discriminzione fondata sul sesso[7][7].

 Lo stesso Paolo VI precisò che l’eguaglianza tra uomo e donna, apportando le ricchezze ed i dinamismi loro propri, deve condurre alla costruzione di un mondo non livellato ed uniforme, ma armonioso ed unificato [8][8].

Nel nostro tempo poi le donne prendono parte sempre più attiva in tutta la vita sociale ed è di grande importanza una loro più larga partecipazione anche nei vari campi dell’apostolato della chiesa[9][9]. Alcune di queste donne sono chiamate a prender parte alle istanze di riflessione pastorale, sia a livello di diocesi che di parrocchie.

Alcuni teologi hanno posto pubblicamente questo problema ed hanno provocato ricerche non solo nell’ambito dell’esegesi, della patristica, della storia della Chiesa, ma anche nel campo della storia delle istituzioni e dei costumi, della sociologia, della psicologia e i diversi argomenti, capaci di portare un chiarimento in questo importante problema, sono stati sottoposti ad un esame critico.

 

3- Nella storia della Chiesa ci sono state diverse comunità cristiane, sorte dalla Riforma del XVI sec. o in epoca successiva, che hanno ammesso le donne all’ufficio di pastore, allo stesso titolo degli uomini. Questa loro iniziativa ha provocato, da parte dei membri di tali comunità o di gruppi simili, richieste e scritti tendenti a generalizzare questa ammissione, come, del resto, anche reazioni in senso contrario, costituendo un problema ecumenico, sul quale la chiesa cattolica ha sentito il dovere di far conoscere il proprio pensiero, tanto più che in diversi settori dell’opinione pubblica ci si è domandato se, a sua volta, essa non dovesse modificare la propria disciplina ed ammettere le donne all’ordinazione presbiterale, come ha fatto la chiesa anglicana.

 

Se l’ordinazione presbiterale della donna è uno dei problemi spinosi della teologia cattolica e la posizione della gerarchia della chiesa cattolica è nota, nella chiesa anglicana invece, già nel 1973 tre vescovi episcopaliani, a Filadelfia ordinarono al presbiterato ben 11 donne, in contrasto con i canoni vigenti. L’anno successivo, l’esecutivo episcopale, che doveva esaminare la cosa, diede responso positivo, demandando però alla “General Convention” la decisione sul piano  effettivo.

L’arcivescovo di Canterbury di quel tempo, dr. Donald Coggan, si mise in contatto epistolare con il Papa Paolo VI. E’ nato così un carteggio molto interessante pubblicato dall’OR ( 21 agosto del 1976) dopo che fu reso noto da parte anglicana.

Mentre da parte cattolica in sostanza veniva riaffermato che “non era ammissibile ordinare donne al presbiterato per ragioni veramente fondamentali”, da parte anglicana, davanti alla impossibilità di fermare una evoluzione ormai affermata, c’era invece la speranza che questo non fosse un ostacolo insormontabile per l’ecumenismo.

“ A volte, si legge nella seconda lettera, ciò che ad una delle tradizioni sembra la genuina espressione di una tale diversità nella unità, apparirà all’altra tradizione come qualcosa che si spinge al di là dei limiti della legittimità”.

La chiesa  anglicana d’Inghilterra iniziò ad ordinare le donne prete nel 1994 e circa 400 preti anglicani si convertirono al cattolicesimo per protesta. Oggi le donne-prete sono circa 400 e molti fedeli non obiettano a questo stato di cose, affermando che le donne devono avere pari diritti nella chiesa. Inoltre, in un documento riservato, pubblicato dal quotidiano Times e dibattuto dal Sinodo generale della chiesa anglicana, si parlava di far accedere le donne alla nomina di vescovo entro il 2012.

Tale progetto suscitò polemiche ed scatenò forti opposizioni rischiando di dividere ulteriormente una confessione già alquanto lacerata al suo interno. Non più soltanto donne prete, ma dal 2012 anche vescovi al femminile, una figura dal ruolo ben più centrale all’interno dell’istituzione anglicana.

Tuttavia il documento prevede che le singole parrocchie possano chiamarsi fuori dalla giurisdizione di una donna vescovo e mettersi sotto l’autorità di un vescovo regionale uomo. Tutto dipende da come intende regolarsi il singolo parroco.

Si tratta di un dibattito che in Inghilterra va avanti da parecchio tempo e molte persone all’interno della Chiesa hanno già preso delle posizioni nette: c’è chi è favorevole e chi è, invece, contro.

 

Si sa che la chiesa anglicana mondiale che negli USA si chiama “Episcopale” è stata dilaniata negli ultimi anni dallo scontro sui preti gay che l’ha portata quasi ad uno scisma. L’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, invitò a non fomentare tensioni interne sui preti gay e sulla nomina delle donne-vescovo. “Non avvelenate i pozzi” – disse al Sinodo – chiedendo un dibattito meno ostile.

Nonostante i contrasti già 14 delle 18 chiese anglicane nel mondo hanno deciso di far accedere le donne alla nomina di vescovo.

 

4-Trattandosi di una discussione sulla quale la teologia classica non ha dedicato tanto tempo alla riflessione, la Congregazione per la Dottrina della Fede, il 15 ottobre 1976, tramite il card. Franjo Seper, affermò che la chiesa, per fedeltà all’esempio del suo Signore, non si considerava autorizzata ad ammettere le donne all’ordinazione presbiterale e riteneva opportuno spiegare  questa sua posizione.

Nel corso della sua storia, la chiesa cattolica non ha mai ritenuto che le donne potessero ricevere validamente l’ordinazione presbiterale o episcopale. Alcune sette eretiche dei primi secoli, soprattutto gnostiche, vollero affidare l’esercizio del ministero presbiterale a delle donne: tale decisione fu subito biasimata dai padri della chiesa che la giudicarono come inaccettabile [10][10]. Tuttavia, non bisogna trascurare il fatto che negli scritti  dei padri della chiesa si può rintracciare l’innegabile influsso dei pregiudizi sfavorevoli alla donna.

Al di là di queste considerazioni, suggerite dallo spirito dei tempi, si trova spesso nei documenti canonici della tradizione antiochena ed egiziana questo motivo essenziale che la chiesa, chiamando unicamente gli uomini all’ordine sacro e al ministero propriamente presbiterale, intende restare fedele al tipo di ministero ordinato, voluto dal Signore Gesù Cristo e scrupolosamente conservato dagli apostoli[11][11].

La medesima convinzione animò la teologia medioevale[12][12], anche se i maestri della Scolastica, nel tentativo di chiarire con la ragione i dati della fede, su questo punto addussero, spesso, delle argomentazioni che il pensiero moderno difficilmente potrebbe ammettere o che rifiuterebbe, a buon diritto. Da allora, fino alla nostra epoca si può dire che la questione del ministero prebisterale delle donne non fu più sollevata, dal momento che la prassi beneficiò di un possesso pacifico ed universale.

La tradizione della chiesa, in materia, fu talmente stabile nel corso dei secoli, che il magistero non avvertì il bisogno di intervenire per affermare un principio che non incontrava opposizione o per difendere una legge che non era contestata e, ogni volta che questa tradizione aveva occasione di manifestarsi, essa attestava la volontà della chiesa di conformarsi al modello che il Signore le aveva lasciato.

La stessa tradizione è stata fedelmente salvaguardata dalle chiese d’Oriente. La loro unanimità su questo punto appare tanto maggiormente degna di nota, se si tiene conto che in molte altre questioni, la loro disciplina ammise una grande diversità.

Anche ai nostri giorni queste stesse chiese rifiutano di associarsi alle richieste, miranti ad ottenere l’accesso delle donne all’ordinazione presbiterale.

Ma, quali sono le argomentazioni portate a sostegno di questa tesi ?

Gesù, quando scelse i 12 Apostoli, non chiamò nessuna donna a far parte del collegio apostolico. Il suo comportamento non fu dettato dall’esigenza di conformarsi alle usanze del suo tempo, poiché l’atteggiamento da lui assunto nei confronti delle donne, contrastava con quello del suo ambiente e segnava una rottura voluta e coraggiosa. Gesù conversò pubblicamente con la Samaritana ( cfr. Gv 4,27); non tenne in alcun conto lo stato d’impurità legale della emorroissa (cfr. Mt 9,20-22); lasciò che una peccatrice lo avvicinasse nella casa di Simone, il fariseo ( cfr. Lc 7,37) e perdonando la donna adultera, si preoccupò di mostrare che non si doveva essere più severi verso la colpa di una donna, che verso quella degli uomini (cfr. Gv 8,11). Egli non esitò a prendere le distanze rispetto alla legge di Mosè, per affermare l’uguaglianza dei diritti e dei doveri dell’uomo e della donna di fronte al vincolo del matrimonio ( cfr. Mc 10,2-11; Mt 19,3-9)…

Nel suo ministero itinerante Gesù non si fece accompagnare soltanto dai dodici, ma anche da un gruppo di donne: Maria di Magdala dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che assistevano con i loro beni, sia Gesù che gli Apostoli (cfr. Lc. 8,2-3).

In contrasto con la mentalità giudicaica che non accordava grande valore alla testimonianza delle donne, come dimostra il diritto ebraico, il Vangelo, invece, mostra come siano state delle donne che hanno avuto, per prime, il privilegio di vedere il Cristo risorto; ed fu ancora ad esse che Gesù affidò l’incarico di recare il primo messaggio pasquale agli stessi undici (cfr. Mt 28,7-10; Lc 24, 9-10; Gv 20, 11-18) per prepararli a divenire testimoni ufficiali della risurrezione.

Per cogliere il senso della missione di Gesù, come quello della Scrittura, non basta l’esegesi puramente storica dei testi. Ci sono un’insieme di indizi convergenti i quali sottolineano il fatto importante che Gesù non ha affidato alle donne l’incarico dei Dodici[13][13] .

La stessa madre di Gesù, così strettamente associata al mistero del suo Figlio divino ed il cui incomparabile ruolo è sottolineato nel Vangeli di Luca e Giovanni, non è stata investita del ministero apostolico. Il che indurrà i padri a presentarla come esempio della volontà di Cristo in questo campo: “ Benchè la beata Vergine Maria superasse in dignità ed eccellenza tutti gli apostoli – ripeterà ancora agli inizi del sec. XIII il papa Innocenzo III – tuttavia non è a lei, ma a costoro che il Signore affidò le chiavi del regno dei cieli[14][14].

 

La comunità apostolica rimase fedele all’insegnamento di Gesù. Nella piccola cerchia di coloro che si riunirono nel Cenacolo dopo l’Ascensione del Signore, Maria occupò un posto privilegiato (cfr. At 1,14).

“ Entrati in città, salirono al piano superiore del luogo ove si riunivano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, assieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui (cfr. At 1,13-14).

Eppure, al momento di eleggere chi doveva sostituire Giuda Iscariote, non fu lei ad essere designata per entrare nel collegio dei Dodici, ma Mattia.

“Bisogna, dunque, che tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione. Ne proposero due: Giuseppe, detto Barnaba, soprannominato Giusto, e Mattia.  Poi pregarono dicendo : “Tu, Signore che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero ed apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava”. Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici Apostoli ( Cfr. At 1,21-26).

 

Nel giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo discese su tutti coloro che “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, uomini e donne (cfr. At 1, 13-14).

“Mentre stava per compiersi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un suono, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro e tutti furono ripieni di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (cfr. At 2,1-3).

Tuttavia l’annuncio dell’adempimento delle profezie in Gesù fu proclamato da Pietro e dagli undici :                    Allora, Pietro, alzatosi in piedi con gli Undici, a voce alta parlò ad essi così…” ( cfr. At 2,14).

Quando costoro e Paolo uscirono dai confini del mondo giudaico, la predicazione del Vangelo e la vita cristiana nella civiltà greco-romana li indussero a rompere, talvolta dolorosamente, con le pratiche mosaiche. Quindi avrebbe potuto pensare di conferire l’ordinazione alle donne, se su questo punto non fossero stati persuasi dal loro dovere di fedeltà al Signore. Nel mondo ellenico, infatti, parecchi culti di divinità pagane erano affidati a sacerdotesse. I greci non condividevano  le concezioni dei giudei. Benché alcuni filosofi avessero professato l’inferiorità della donna, gli storici sottolineano, tuttavia, l’esistenza di un certo movimento per la promozione femminile durante il periodo imperiale.

Di fatto, dal libro degli Atti degli Apostoli e dalle Lettere di S. Paolo, si può constatare, che alcune donne collaborarono con l’apostolo per il vangelo ( Cfr. Rm 16,3-12; Fil 4,3). Egli ne enumera i nomi con compiacimento nelle formule finali di saluto delle sue lettere. Talune spesso esercitano un’influenza di non lieve importanza sulle conversioni: Priscilla, Lidia ed altre. Piscilla, soprattutto, la quale si assunse l’impegno di completare la formazione di Apollo ( Cfr. At 18,26); Fede che è a servizio della Chiesa di Cencre ( Cfr. Rm 16,1). Tutti questi fatti manifestano che nella chiesa apostolica c’è stata una notevole evoluzione nei confronti dei costumi del giudaismo. Ciononostante non si è mai posta la questione di conferire l’ordinazione a queste donne.

Nelle lettere paoline gli esegeti hanno notato una differenza tra due formule, usate dall’Apostolo. Egli scrive indistintamente “miei collaboratori” ( Rm 16,3; Fil 4,2-3) a proposito degli uomini e delle donne che, in un modo o nell’altro, l’aiutano nel suo apostolato; ma riserva il titolo di “cooperatori di Dio” ( 1Cor 3,9; cfr. 1Ts 3,2) ad Apollo, a Timoteo ed a se stesso, Paolo, perché sono direttamente consacrati al ministero apostolico, alla predicazione della parola di Dio. Anche al momento della risurrezione, nonostante il loro ruolo così importante, la collaborazione delle donne non giunge, per S. Paolo, fino all’esercizio dell’annuncio ufficiale e pubblico del messaggio che resta nella linea esclusiva della missione apostolica.

 

5- Da tale atteggiamento di Gesù e degli Apostoli, considerato come normativo da tutta la tradizione fino ai nostri giorni, potrebbe oggi la Chiesa allontanarsi ?

In favore di una risposta affermativa sono stati portati diversi argomenti.

a) La presa di posizione di Gesù e degli Apostoli si spiegherebbe mediante l’influsso del loro ambiente e del loro tempo. Se Gesù – dicono – non ha conferito neppure a sua Madre ed alle donne, un ministero che le assimilasse ai Dodici è stato perché le circostanze storiche non glielo permettevano.

Risposta: nessuno tuttavia è mai riuscito a provare che questo atteggiamento fosse legato solamente a motivi socio- culturali. L’esame dei Vangeli indica che Gesù ha rotto con i pregiudizi del suo tempo, contravvenendo largamente alle discriminazioni praticate nei confronti delle donne. Non si può, quindi, sostenere che Gesù non chiamando le donne ad entrare nel gruppo de Dodici si sia lasciato guidare da ragioni di opportunità. A maggior  ragione, questo condizionamento socio-culturale non avrebbe trattenuto gli apostoli nell’ambiente greco, dove queste discriminazioni non esistevano.

 

b) Altra obiezione  è legata al carattere caduco di alcune prescrizioni di S. Paolo riguardanti le donne e dalle difficoltà che, a questo proposito, sollevano, certi aspetti della sua dottrina.

Risposta: Queste disposizioni, ispirate agli usi del tempo, riguardavano pratiche disciplinari di scarsa importanza, come l’obbligo fatto alle donne di portare il velo sul capo (cfr. 1 Cor 11,2-16). Tali esigenze non hanno più valore normativo.

Nondimeno il divieto fatto da S. Paolo alle donne di “ parlare” nell’assemblea ( cfr. 1Cor 14,34-35; 1Tm 2,12) è di natura differente. Gli esegeti ne precisano il senso. L’Apostolo non si oppose al diritto che riconosceva alle donne di profetizzare nell’assemblea ( cfr. 1Cor 11,5). La proibizione riguardava unicamente la funzione ufficiale di insegnare nell’assemblea cristiana. Una tale prescrizione, per S. Paolo, era legata al piano divino della creazione ( cfr. 1 Cor 11,7; Gn 2,18-24); difficilmente vi si potrebbe vedere l’espressione di un dato culturale. D’altra parte noi dobbiamo a S. Paolo uno dei testi più vigorosi del Nuovo Testamento sull’uguaglianza fondamentale dell’uomo e della donna, come figli di Dio nel Cristo ( cfr. Gal 3,28).

 

c) Oltre a queste obbiezioni tratte dalla storia dei tempi apostolici, coloro che sostengono la legittimità di una evoluzione in materia, traggono argomento dalla pratica della chiesa nella disciplina dei sacramenti. Si è potuto rilevare, soprattutto nella nostra epoca come la chiesa abbia coscienza di possedere sui sacramenti, anche se istituiti da Cristo, un certo potere. Essa usò di questo potere per precisarne, lungo il corso dei secoli, il segno e le condizioni per amministrarli. Le decisioni dei Pontefici Pio XII e Paolo VI ne sono la prova [15][15].

Risposta: Questo potere resta limitato. Come ricordava Pio XII , “la chiesa non ha alcun potere sulla sostanza dei Sacramenti, vale a dire su tutto ciò che il Signore, secondo la testimonianza delle fonti della rivelazione, ha valuto che si mantenga nel segno sacramentale”.

Questo era stato anche l’insegnamento del Concilio di Trento che aveva dichiarato : “ Nella chiesa è sempre esistito questo potere, che cioè nella amministrazione dei sacramenti, mantenendo inalterata la loro sostanza, essa possa stabilire o modificare tutto ciò che riguarda in maniera più conveniente l’utilità di quelli che li ricevono o il rispetto verso gli stessi sacramenti, secondo il variare delle circostanze, dei tempi e dei luoghi[16][16].

D’altra parte i segni sacramentali non sono convenzionali, anche se è vero che sotto certi aspetti sono dei segni naturali perché rispondono al simbolismo profondo dei gesti e delle cose, essi sono più di questo. Sono destinati principalmente a coinvolgere l’uomo di ciascuna epoca con l’evento supremo della storia della salvezza, a fargli comprendere, mediante tutta la ricchezza della pedagogia e del simbolismo della Bibbia, quale grazia essi significhino e producano.  Così il sacramento dell’Eucaristia non è soltanto un convito fraterno, ma è ad un tempo, il memoriale che rende presente ed attualizza, mediante la Chiesa, il sacrificio di Cristo e la sua offerta.

Il  ministero presbiterale non è un semplice servizio di carattere pastorale, ma garantisce la continuità delle funzioni affidate dal Cristo ai Dodici e dei poteri relativi ad esse. L’adattamento alla civiltà ed alle epoche, dunque, non può abolire, nei punti essenziali, il riferimento sacramentale agli avvenimenti costitutivi del cristianesimo ed al Cristo medesimo.

In ultima analisi è la Chiesa che per la voce del suo magistero assicura il discernimento tra ciò che si può cambiare e ciò che deve restare immutabile. Quando essa ritiene di non poter accettare certi cambiamenti, è perché sa di essere legata al modo d’agire di Cristo; il suo atteggiamento nonostante le apparenze, non è quello dell’arcaismo, bensì quello della fedeltà. La chiesa si pronuncia in virtù della promessa del Signore e della presenza dello Spirito Santo, al fine di proclamare meglio il mistero di Cristo, di salvaguardarne e di manifestarne la ricchezza nella sua integrità.

Questa pratica della chiesa riveste un carattere normativo: nel fatto di non conferire l’ordinazione presbiterale se non ad uomini è implicita una tradizione continua nel tempo, universale in Oriente e in Occidente, ben attenta nel reprimere tempestivamente gli abusi. Una tale norma che si appoggia sull’esempio di Cristo, è seguita perché viene considerata conforme al disegno di Dio per la sua chiesa.

Inoltre, la riflessione teologica scopre, tra la natura propria del sacramento dell’ordine, nel suo riferimento specifico al mistero di Cristo, ed il fatto che soltanto gli uomini siano stati chiamati a ricevere l’ordinazione presbiterale, una profonda convenienza. Non si tratta di dimostrare, quanto di chiarire questa dottrina mediante l’analogia della fede.

L’insegnamento costante della chiesa, rinnovato e precisato dal Concilio vaticano II, richiamato ancora dal Sinodo dei vescovi del 1971 e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nella sua dichiarazione del 24 giugno 1973, proclama che il vescovo o il presbitero, nell’esercizio del rispettivo ministero, non agisce a suo proprio nome, in persona propria, ma “in persona Christi”, cioè egli rappresenta il Cristo, il quale agisce per mezzo di lui. “Il presbitero compie realmente le veci di Cristo” , come scriveva nel III sec. Cipriano[17][17]. E’ proprio questo valore di rappresentatività del Cristo che san Paolo considerava come caratteristico della sua funzione apostolica ( cfr. 2 Cor 5,20; Gal 4,14). Esso raggiunge la più alta espressione ed una forma del tutto particolare nella celebrazione dell’eucaristia, la quale è la sorgente ed il centro dell’unità della Chiesa, convito sacrificale in cui il popolo di Dio è  associato al sacrificio di Cristo. Il presbitero che solo ha il potere di compierlo agisce in questo caso non soltanto per la virtù che gli è conferita da Cristo, ma in persona Christi[18][18], cioè sostenendo la parte di Cristo, al punto di essere la stessa immagine, allorché pronuncia le parole della consacrazione [19][19].

Il presbiterato cristiano è di natura sacramentale: il presbitero è un segno, la cui efficacia soprannaturale proviene dall’ordinazione ricevuta, ma un segno che deve essere percettibile e che i fedeli devono poter riconoscere facilmente[20][20]. L’economia sacramentale è fondata su segni naturali, su simboli che sono inscritti nella psicologia umana. “ I segni sacramentali – come dice S. Tommaso – rappresentano ciò che significano per una naturale somiglianza[21][21]. Ora questo criterio di somiglianza vale sia per le cose come per le persone, allorché occorre esprimere sacramentalmente il ruolo del Cristo nell’Eucaristia, non si avrebbe questa “naturale somiglianza” che deve esistere tra il Cristo ed il suo ministro, se il ruolo del Cristo non fosse tenuto da un uomo. In caso contrario, si vedrebbe difficilmente in chi è ministro, l’immagine di Cristo che fu e resta un uomo. Certamente  il Cristo è il primogenito di tutta l’umanità, sia degli uomini che delle donne e l’unità che egli ha ristabilito dopo il peccato è tale che non c’è più né giudeo, né greco, né schiavo,né libero, non c’è più né uomo né donna, perché tutti sono, infatti, uno solo in Cristo Gesù ( cfr. Gal 3,28). Tuttavia, l’Incarnazione del Verbo è avvenuta secondo il sesso maschile. E’ sì una questione di fatto, ma tale fatto, lungi dall’implicare una presunta superiorità naturale dell’uomo sulla donna, è inseparabile dall’economia della salvezza. In realtà, esso è in armonia col disegno di Dio nel suo insieme, così come egli stesso l’ha rivelato ed il cui centro è il mistero dell’Alleanza. Infatti, la salvezza offerta da Dio agli uomini, l’unione alla quale sono chiamati con lui, cioè l’alleanza, riveste fin dall’Antico Testamento, presso i profeti, la forma privilegiata di un mistero nuziale: il popolo eletto diventa agli occhi di Dio una sposa ardentemente amata.

Di questa intimità d’amore, sia la tradizione giudaica che quella cristiana hanno scoperto la profondità leggendo e rileggendo il Cantico dei Cantici. Lo sposo divino resterà fedele anche quando la sposa tradirà il suo amore, quando Israele sarà infedele a Dio ( cfr. Osea 1-3; Ger. 2). Venuta la pienezza dei tempi (Gal 4,4), il Verbo, Figlio di Dio, assume la carne per inaugurare e sigillare la nuova ed eterna alleanza nel suo sangue, che sarà versato per la moltitudine in remissione dei peccati: la sua morte radunerà i figli di Dio che erano dispersi; dal suo fianco trafitto nascerà la chiesa, come Eva è nata dal fianco di Adamo. Allora si realizzerà pienamente e definitivamente il mistero nuziale annunziato e cantato nell’Antico Testamento. Il Cristo è lo sposo; la chiesa la sua sposa che egli ama perché se l’è acquistata col suo sangue e l’ha resa gloriosa , santa ed immacolata, e dalla quale è ormai inseparabile.

Questo tema nuziale, che si precisa a partire dalle lettere di S. Paolo ( cfr. 2Cor 11,2; Ef 5, 22-33) fino agli scritti giovannei ( soprattutto Gv 3,29; Ap 19,7 e 9) è presente pure nei vangeli sinottici: finchè lo sposo è con loro, i suoi amici non devono digiunare ( cfr. Mc 2, 19); il regno dei cieli è simile ad un re che fece le nozze per suo figlio ( cfr. Mt 22, 1-14). E’ attraverso questo linguaggio della sacra Scrittura, tutto intessuto di simboli e tale da esprimere e raggiungere l’uomo e la donna nella loro profonda identità che ci è rivelato il mistero di Dio e di Cristo, mistero che di per sé è insondabile.

Dal momento che questo simbolismo è importante per l’economia della rivelazione, bisogna ammettere che nelle azioni che esigono il carattere dell’Ordinazione ed in cui è rappresentato il Cristo stesso, autore dell’Alleanza, sposo e capo della chiesa, nell’esercizio del suo ministero di salvezza che si verifica nella forma più alta nell’Eucaristia) il suo ruolo deve essere sostenuto da un uomo, senza per questo che all’uomo derivi qualche superiorità personale nell’ordine dei valori, ma soltanto da una diversità di fatto sul piano delle funzioni e del servizio.

 

Tuttavia, si potrebbe dire che, al presente, essendo Cristo nella condizione celeste, sarebbe ormai indifferente che egli sia rappresentato da un uomo o da una donna, poiché “nella resurrezione non si prende né moglie né marito” ( cfr. Mt 22,30). Ma questo testo non significa che la distinzione dell’uomo e della donna, in quanto determina l’identità propria della persona, sia soppressa nella glorificazione. Ciò che vale per noi vale anche per Cristo. Negli esseri umani la differenza sessuale ha un influsso rilevante più profondo che non le differenze etniche. La differenza sessuale, infatti è direttamente ordinata sia alla comunione delle persone che alla generazione degli uomini. Nella rivelazione biblica essa è l’effetto di una volontà primordiale di Dio: “uomo e donna li creò” ( Gen 1,27).

 

d) Però, dal momento che il presbitero quando presiede, soprattutto, le azioni liturgiche e sacramentali, rappresenta la chiesa non si potrebbe pensare che tale rappresentanza possa essere assicurata anche da una donna, secondo il simbolismo esposto ? Infatti, il presbitero agisce nel nome della chiesa con “l’intenzione di fare ciò che essa fa”. In tal senso i teologi del Medioevo dicevano che il ministro agisce anche “in persona Ecclesiae”, cioè in nome di tutta la chiesa e per rappresentarla. Di fatto, l’azione liturgica, indipendentemente dalla partecipazione numerica dei fedeli, è a nome di tutta la Chiesa che tale azione è celebrata dal presbitero che prega a nome di tutti; nella messa offre il sacrificio di tutta la Chiesa. Nella nuova pasqua è la chiesa che immola il Cristo, sotto segni visibili, per il ministero dei presbiteri[22][22].

 

Risposta: E’ vero che il presbitero rappresenta la chiesa  che è il Corpo di Cristo, ma se lo fa, egli rappresenta prima di tutto il Cristo stesso che è il capo ed il pastore della chiesa. Questa formula è usata dal Concilio Vaticano II che precisa e completa l’espressione in persona Christi[23][23]. E’ con tale qualifica che il presbitero presiede l’assemblea cristiana e celebra il sacrificio eucaristico “ che la chiesa intera offre ed in cui essa si offre tutta intera”[24][24].

I problemi di ecclesiologia e di teologia sacramentaria, soprattutto quando riguardano il presbiterato – come in questo caso – non possono trovare la loro soluzione che alla luce della rivelazione. Le scienze umane per quanto prezioso sia il loro contributo, nell’ambito proprio, non possono bastare, poiché non possono raggiungere la realtà della fede. Il contenuto propriamente soprannaturale di queste sfugge alla loro competenza. La chiesa è una società diversa dalle altre società, originale nella sua natura e nelle sue strutture. La funzione pastorale nella chiesa è normalmente legata al sacramento dell’ordine. Non si tratta di un governo paragonabile ai modi di autorità che si verificano negli stati. Esso non è concesso per scelta spontanea degli uomini, anche quando comporta una designazione per via di elezione. E’ l’imposizione delle mani e la preghiera dei successori degli apostoli che garantiscono la scelta di Dio. E’ lo Spirito santo, donato mediante l’ordinazione che consente di partecipare al governo del supremo pastore, Cristo ( cfr. At 20,28). E’ funzione di servizio e di amore: “Se mi ami, pasci le mie pecore” ( cfr. Gv 21, 15-17).

 

e) Non si può proporre l’accesso delle donne al presbiterato in virtù dell’uguaglianza dei diritti della persona umana, uguaglianza che vale pure per i cristiani. Talvolta si utilizza a tale scopo la lettera ai Galati (3,28) nella quale si afferma che  nel Cristo non c’è più distinzione tra l’uomo e la donna.

Risposta: Un tale passo non riguarda minimamente i ministeri: esso afferma soltanto la vocazione universale alla filiazione divina che è uguale per tutti.

Il considerare il presbiterato ministeriale come fosse un diritto è un disconoscere la sua natura. Il battesimo non conferisce alcun titolo personale al ministero pubblico nella chiesa. Il presbiterato non è conferito per l’onore o il vantaggio di colui che lo riceve, ma come un servizio reso ai fratelli  nella Chiesa. Esso è oggetto di una vocazione specifica, totalmente gratuita: “ Non siete voi che avete eletto me; sono io che vi ho scelti e costituiti…” ( cfr. Gv 15,16; Cfr. Eb. 5,4).

La vocazione presbiterale non si può ridurre ad una inclinazione personale che può restare puramente soggettiva. Dal momento che il presbiterato è un ministero peculiare di cui la chiesa ha ricevuto l’incarico ed il controllo, l’autenticazione da parte della chiesa risulta, quindi indispensabile. E’ parte costitutiva della vocazione: il “Cristo ha scelto quelli che egli voleva” ( Mc 3,13). Al contrario, invece, esiste una vocazione universale di tutti i battezzati all’esercizio del sacerdozio regale mediante l’offerta della vita a Dio e la testimonianza come lode a Dio.

Le donne che  formulano la richiesta in ordine al presbiterato ministeriale sono certamente ispirate dal desiderio di servire Cristo e la chiesa. Tuttavia il presbiterato ministeriale non fa parte dei diritti della persona, ma dipende dall’economia del mistero di Cristo e della Chiesa. La funzione di presbitero non può essere ambita come termine di una promozione sociale. Nessun progresso puramente umano della società e della persona può di per se stesso darvi accesso: si tratta di un ordine diverso.

Allora, quando si parla di uguaglianza dei battezzati che cosa s’intende ? L’uguaglianza non è affatto identità, nel senso che la chiesa è un corpo differenziato, nel quale ciascuno ha la sua funzione; i compiti sono distinti e non devono essere confusi. Tuttavia la distinzione delle funzioni non deve dare adito alla superiorità degli uni sugli altri; né fornire alcun pretesto alla gelosia; il solo carisma superiore che può e deve essere desiderato, è la carità ( cfr. 1 Cor 12-13) [25][25].

 

6- Qual è, allora, il rapporto uomo-donna nello “spazio chiesa”?

E’ evidente che nello spazio “Chiesa” si ritrovano uomini e donne. Ma come si articolano i loro rapporti in questo spazio che, per principio, è comunitario ? Non si tratta di sapere quello che fanno gli uomini o che cosa fanno o possono fare le donne, ma che ne è del rapporto con l’altro sesso in quello che gli uni e le altre fanno, qualunque cosa facciano gli uni e le altre [26][26].

Albéric de Palmaert, nel suo libro “ Le sexe ignoré.La condition masculin dans l’Église (Desclée de Brouwer, 1994) scriveva : “Nella chiesa cattolica esistono non due, ma tre sessi : le donne, gli uomini ed i chierici. Se un uomo vuole impegnarsi nella chiesa, gli viene proposto di diventare chierico, mentre spesso vorrebbe restare semplicemente uomo”, e, dopo aver soppesato le diverse implicazioni, conclude che “ è vero che, nella chiesa, gli uomini hanno il potere, ma a prezzo della loro mascolinità”[27][27].

Essere donna o essere uomo nella chiesa, non è la stessa cosa. Sappiamo che l’umano è fatto di donna e uomo. Entrambi sono l’umano, ma pienamente differenti. Infatti, non si può parlare dell’una senza parlare dell’altro e viceversa. Spesso, invece, quando noi esaltiamo la donna come madre, per esempio, non ci accorgiamo che stiamo diminuendo la fiducia nella capacità maschile di assumere il ruolo paterno. Mentre dovrebbe essere un felice segno dei tempi il poter vedere per le strade e nella pubblicità, giovani padri che si occupano dei loro piccoli. Ma, non perché il padre si deve comportare con il bambino nello stesso modo della madre, ma perché entrambi, con la loro differenza, sono necessari all’educazione del bambino.

Dall’inizio della storia, l’interpretazione del mondo fornita dalla filosofia ed anche dalla teologia è stata opera, principalmente, di un soggetto maschile che nominando la realtà a partire dalla sua sessualità, si è eretto a soggetto neutro universale.

L’uomo, arrogandosi il diritto di parlare anche a nome delle donne, di fatto le ha escluse dal discorso, privando così l’esperienza femminile della possibilità di autosignificarsi[28][28].

Prendiamo, per esempio, in esame il termine “Chiesa” : dovrebbe significare l’insieme delle persone battezzate che, come individui e come comunità, confessano la loro fede in Gesù di Nazareth in quanto  Cristo-Figlio di Dio. Molte volte, invece, tale termine è sottoposto a restrizioni mentali che lo identificano con quello che Albéric de Palmaert chiamava il “terzo sesso”, cioè i chierici.

Nella lettera del papa sull’ordinazione presbiterale, compare una formula come questa: “ la gratitudine della Chiesa… verso il popolo di Dio”.  Sembra che tra i due termini (chiesa…popolo di Dio) ci sia una differenziazione che il Concilio Vaticano II cercò di superare.

Il Concilio Vaticano II ha messo in evidenza alcuni concetti fondamentali, creando quasi una rivoluzione copernichiana. Se prima sembrava che il significato di “Chiesa” fosse quasi l’equivalente di gerarchia e che tutta la realtà ecclesiale girasse intorno al clero, vescovi, papa, come il sole attorno alla terra, il Concilio ha messo in evidenza che anche i ministeri più importanti girano, invece, attorno al popolo di Dio. Inoltre, il concetto di santità non deve essere considerato un monopolio dei religiosi, ma un invito rivolto a tutti : “ Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro che è nei cieli”. Ciascuno deve poter percorre, liberamente, la sua strada verso la santità, secondo i carismi o doni ricevuti dallo Spirito Santo.

Da una ecclesiologia giuridica si è passati ad una ecclesiologia di “comunione”, anche se il termine  “comunione” è una categoria generica che si può applicare anche all’ecclesiologia giuridica. Infatti, si può parlare di comunione gerarchica ; ad esempio, la “collegialità” e “le istituzioni collegiali” esprimono valori di comunione a livello giuridico. Inoltre, anche i sacramenti ed i carismi sono fattori di comunione. Ne consegue che con il termine “Chiesa”, indicante la comunità di tutti i battezzati che in Cristo formano il Nuovo Popolo di Dio, possiamo indicare e significare anche le diverse sfaccettature di questa comunità, cioè le varie ecclesiologie  che si diversificano non tanto per lo spirito che le anima, quanto in forza dei valori o fattori concreti che sottolineano o da cui partono.

Emergono così  i quattro fattori decisivi che caratterizzano questa comunità di battezzati in Cristo:

- L’autorità che raccorda, in continuità storica, la chiesa agli apostoli e quindi al Gesù storico fondatore. Su questo fattore si base l’ecclesiologia giuridica.

-La Parola ed i Sacramenti ( prima di tutto l’Eucaristia) che edificano e nutrono in perenne attualità la Chiesa posta sotto l’azione del Cristo celeste. Abbiamo l’ecclesiologia della Parola o ecclesiologia sacramentale-Eucaristica.

- I carismi che lo Spirito suscita dappertutto e sempre, quasi rigenerando da capo la Chiesa: Ecclesiologia carismatica o penumatologica.

-I valori umani diffusi nella storia, anche se sono soltanto delle “potenziali” risorse disponibili, anzitutto per le chiese particolari da costruire missionariamente. Ecclesiologia ecumenico-missionaria.

 

Il Concilio Vaticano II ha rinnovato il concetto di Chiesa, facendola uscire dalle secche dell’imperante visione riduttiva “giuridica” che parlava solo di “Gesù istitutore” e di “costituzione gerarchica della Chiesa” e recuperando, nello stesso tempo, il ruolo dello Spirito Santo e quindi della Parola, della Liturgia ( con particolare attenzione all’Eucaristia) e dei carismi.

Nella Ordinatio sacerdotalis sembra che il termine “Chiesa” divida ancora gli uomini portatori del presbiterato, dagli uomini e donne che formano “il popolo di Dio” [29][29]. La gerarchia della chiesa, qualche anno fa, quando parlava della collaborazione dei laici, manifestava la stessa tendenza : ai laici veniva affidato il mondo, ai chierici, invece, la chiesa.

Per superare questa spartizione classista di Chiesa (chierici : tutti e soli uomini – laici : uomini e donne) ci vorrà ancora del tempo…ma sono convinto che lo Spirito Santo ci riuscirà.

Se consideriamo, infatti, che  l'incorporazione battesimale a Cristo, la costituzione in popolo di Dio, la partecipazione agli uffici di Cristo e la titolarità della missione della chiesa sono proprie di tutti i fedeli, sia laici che chierici[30][30], si può comprendere come l’indole secolare non costituisca una nota esclusiva e distintiva del laico, dal momento che il laico può svolgere tutte le funzioni della chiesa[31][31], ma nel modo che a lui compete.

Il criterio fondamentale di distinzione tra la condizione di laico e quella di chierico, introdotto con il Diritto canonico, non è stato tanto il sacramento dell’Ordine, ma il fatto che l’Ordine è stato sacralizzato in modo tale che l’ordinazione presbiterale divenne ordinazione “sacerdotale”. Il presbitero che nella Chiesa primitiva indicava colui che, vivendo in una determinata comunità, veniva scelto dagli apostoli per mettersi al servizio delle anime come “pastore” di quella comunità cristiana, è stato sostituito dal diritto canonico dal “sacerdote”, come nell’Antico testamento, cioè da colui che si deve occupare delle cose sacre (sacer = sacro), e che come tale doveva rimanere separato da ciò che, invece, era ritenuto “profano”. Si sono così  codificate  due situazioni di vita: quella riguardante le “cose sacre” (chierici) e quella riguardante “le cose profane”(laici), strutturando attorno a queste due condizioni di vita una serie di norme e di leggi che hanno fatto dei “chierici” una casta e dei laici, una moltitudine anonima che “non conta né accusa”.

 

Tuttavia, l’ordinazione presbiterale in sé dovrebbe radicare la differenza essenziale in una unità fondamentale che, annullando le separazioni, non solo non reca alcun pregiudizio alle differenze stesse, ma mette in rapporto tra loro le differenti realtà, evidenziandone, nello stesso tempo, la reciproca interdipendenza e complementarità. Perciò, non dovrebbe avere senso considerare i laici ed i chierici in opposizione, come se si trattasse di due classi contrapposte ! Ma, a causa di questa eccessiva sacralizzazione del ministero presbiterale esistono dei fattori che rendono la collaborazione tra clero e laici, spesso difficile e scoordinata, favorendo la reciproca incomprensione e degenerando, qualche volta, in un reciproco sospetto.

Tuttavia, questa mentalità può essere superata sia sul piano del pensiero, evidenziando la complementarità delle varie membra, cioè dei ministri ordinati e dei laici nell'unico corpo di Cristo che sul piano dell'azione, valorizzando la corresponsabilità di tutti nell'edificare lo stesso Corpo di Cristo che è la Chiesa.

La condizione di fedele cristiano, che si acquisisce con il battesimo è la categoria base che determina l’uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa e dalla quale traggono origine le diversità funzionali. La condizione di cristiano, infatti, è comune sia ai ministri ordinati che ai laici ed è precedente ad ogni distinzione e differenza ministeriale. Si potrebbe dire che nella Chiesa tutto è di tutti in quanto non c'è nulla che sia così esclusivamente di qualcuno che gli altri non vi abbiano parte, sia pure con espressioni ed attuazioni differenti. Tutti sono sacerdoti, profeti, testimoni, ma in modo diverso, a secondo del dono (carisma) ricevuto dallo Spirito Santo. Ogni cristiano, infatti  è titolare della missione ecclesiale, ma relativamente a quella porzione alla quale è stato chiamato.

La precedente teologia del laicato propose un radicale rinnovamento della figura del laico, ma lo fece sulla base di un’ecclesiologia che conservava antichi fondamenti teorici, obiettivamente ispirati alla "teologia dei due ordini" che opponeva ragione/fede, storia/ cristianesimo, natura/sopra natura, ed assegnava all'interesse del laico gli ambiti caratterizzati dalla ragione, dalla storia e dalla natura, cioè l'ambito del "mondo", mentre riservava ai chierici e ai religiosi i compiti più concernenti la realtà ecclesiastica.

L'ecclesiologia di oggi, invece, ha una visione fondamentalmente unitaria tra fede/ragione, cristianesimo/storia, natura/sopra natura; tra l’uomo e le sue relazioni fondamentali che interessano sempre e inseparabilmente la sua attuazione nel mondo e il suo rapporto con la trascendenza.

Da questa prospettiva unitaria è possibile cogliere un’immagine nuova del laico; un'immagine pluridimensionale e non appiattita sul compito della "santificazione delle realtà temporali"; un’immagine pienamente ecclesiale in quanto è figura che trova la sua prima e più profonda caratterizzazione e dignità nella prospettiva della sequela e non nei valori presunti della laicità o della competenza mondana.

Ne consegue che il momento pratico o sociale dell'azione del laico non dovrebbe essere interpretato come successivo alla sua fede, ma come  un qualcosa che nasce con la stessa fede e quindi concorrente ad istituirne il senso e le modalità.

In questa prospettiva, il problema del laico diventa il problema del cristiano comune, interpretato nella sua dimensione fondamentale di credente. La laicità, infatti, non è un valore o una fedeltà che si raggiunge dall'esterno ed estrinseca alla fede e che richiede quindi un impegno e una fedeltà diversi da quelli della fede. Il  valore del rapporto con le realtà mondane è un valore ed una dimensione che sono intrinseci alla fede stessa, in quanto questo rapporto con la realtà storica  è necessario per la sua attuazione.

La secolarità del laico-cristiano è intesa come tutto ciò che l'uomo vive e opera in questo mondo sull'onda del tempo: il suo nascere e morire; l'intreccio dei suoi rapporti quotidiani con gli uomini e con le cose; l'insieme delle istituzioni in cui si esprime la sua esistenza; il lavoro, la cultura, la tecnica, la poesia; il mondo interiore dei suoi sentimenti e quello esteriore delle sue opere; la complessità dei suoi problemi e il miracolo del suo progresso. I cristiani laici trovano l'occasione per esprimere la propria identità cristiana, nell'avere a che fare con tutte queste cose, vivendo nel mondo e condividendo le sorti del proprio tempo. Infatti, la Gaudium et Spes, afferma esplicitamente che gli impegni e le attività secolari" spettano propriamente, anche se non esclusivamente, " ai laici.

La vocazione del laico nella Chiesa, dal momento che  mette  in gioco il progetto della propria vita, il proprio  destino, la propria esistenza, esige un itinerario di preparazione per trattare le cose temporali, ordinandole secondo Dio.

Dal momento che nelle comunità cristiane e nelle parrocchie che sono l'ambito comune della vita cristiana, le iniziative e le proposte per prepararsi a vivere la propria vocazione di laici sono molto scarse e nei laici scarseggia la coscienza di quest’impegno, sarebbero molto utili dei percorsi formativi ed educativi per poter eliminare la frattura che esiste tra la proposta di fede che viene fatta e le condizioni reali dell'esistenza in cui la fede s'incarna; per rinnovare la pedagogia della fede in modo da poter coltivare mature vocazioni laicali e rendere più consapevoli gli educatori della comunità cristiana che il campo proprio dell'attività evangelizzatrice dei laici è il mondo vasto e complesso della politica, della realtà sociale, dell'economia, della cultura, della vita internazionale, della famiglia, dell'educazione, delle professioni, del lavoro e della sofferenza e non solo quello ristretto della propria parrocchia.

Perciò non si dovrebbe proporre al laico un impegno alternativo:  o nella Chiesa (cioè nelle sue attività interne) o nel mondo (cioè in quelle attività che, in modo errato, sono considerate come se fossero marginali rispetto alla vita della Chiesa ). L’impegno di laici quando è coerente con le esigenze della fede è sempre un impegno ecclesiale, dovunque si svolga, in politica, nel sindacato, in fabbrica...ecc.  Il laico-cristiano, infatti, dovrebbe essere una persona capace di scrivere la storia del proprio tempo alla luce del Vangelo.

L’ecclesialità del laico-cristiano non è data dal "luogo" in cui si svolge l'impegno, né dal "tipo" di impegno che si svolge, ma dall'ispirazione cristiana di chi lo svolge e dalla sua interiore ed esteriore condivisione della Chiesa. Infatti, la vocazione dei laici è quella di rendere presente ed operosa la Chiesa, soprattutto, in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro[32][32].

Il cammino dell'umanità nella storia è un succedersi di situazioni e di fattori nuovi che reclamano un'interpretazione evangelica del loro significato e della loro strutturazione. La stessa teologia intesa come progressiva comprensione della rivelazione in concomitanza con il progressivo cammino della vita della Chiesa, ha bisogno dell'apporto dei laici. L'apporto dell'esperienza e l'apporto della riflessione sull’esperienza. Una teologia che fosse prevalentemente clericale, rifletterebbe la mentalità di una sola parte della Chiesa (il clero) e risulterebbe lontana all'altra parte (il laicato) e finirebbe col mancare di una dimensione necessaria alla sua completezza. Sarebbe una teologia impoverita.

Alla stessa maniera l'opera d’evangelizzazione del mondo resterebbe impoverita se non si avvalesse del linguaggio, della cultura, dei costumi dei popoli evangelizzati. Infatti, solo realizzando uno scambio vitale tra Chiesa e mondo, tra Chiesa e cultura di un popolo, c'è  anche la crescita del Corpo di Cristo. Per riuscire in questo la Chiesa ha  bisogno, particolarmente, dell'aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, sia che si tratti di credenti o di non credenti. Lo scopo è quello di accrescere lo scambio tra il Vangelo e le culture, soprattutto oggi, che i cambiamenti sono così rapidi e i modi di pensare sono tanti e vari[33][33].

 

Il rapporto tra la Chiesa e la società, intesa in senso planetario, domanda di essere ripensato perché si presenta in condizioni diverse e nuove rispetto al passato, anche se, per molti aspetti, queste condizioni richiamano la situazione in cui si trovava la Chiesa dei primi secoli.

All’inizio, la Chiesa viveva in una società che aveva una cultura estranea e, per certi aspetti, anche ostile al messaggio che essa proponeva e cercava di incarnare, pur riconoscendo ed apprezzando i valori umani che essa sosteneva. Essa rappresentava una realtà diversa dal mondo in cui viveva; una realtà minoritaria, un piccolo germe che cresceva secondo una propria identità; una realtà che la Chiesa si preoccupava di conservare nitida e precisa. Era un lievito che gradatamente fermentava intorno alle varie mentalità, ai costumi e alle istituzioni. Con il tempo, quel piccolo germe s’ingrandì, si moltiplicò ed il lievito si trasformò in società, dando origine alla “societas christiana”, nella quale gli elementi cristiani si fusero con le stesse strutture portanti della società.

In seguito, il processo di secolarizzazione portò alla dissoluzione della “societas cristiana”, riconducendo il rapporto tra Chiesa e mondo nella prospettiva dei primi secoli, quando lo stile di vita del cristiano era caratterizzato dall'equilibrio tra due dinamismi contrastanti: il dinamismo inerente alla presenza attiva e responsabile in questo mondo, e il dinamismo che nasceva dall’iniziale appartenenza a un " altro" mondo. Tra questi due dinamismi si sviluppò la tensione escatologica, comune a tutta la Chiesa e fu avvertita dai laici con particolare intensità a motivo della loro specifica indole secolare.

I primi anni della storia della Chiesa furono il punto privilegiato di confronto, il momento nel quale i ministeri ecclesiali non erano ancora "sacralizzati" ed i cristiani avevano la consapevolezza forte ed umile di essere l'anima del mondo.

Per capire è necessario rifarsi al discorso d’addio di Gesù nell'ultima cena. Egli affermò più volte che sarebbe tornato al Padre, lasciando questo mondo e che gli apostoli avrebbero dovuto continuare, in questo mondo, la sua missione, seguendone lo stile, le modalità e perseguendo lo stesso obiettivo del Maestro, loro modello.

Acquisire lo stesso stile del Maestro, significava avere le stesse convinzioni interiori a supporto della missione, per garantire la quale Gesù inviò lo Spirito Santo. Le modalità del Maestro richiedevano che la missione fosse orientata  verso tutti gli uomini, tenendo presente che non sarebbero mancate le persecuzioni. Mentre l'obiettivo sarebbe stato quello di far conoscere il nome e la gloria del Padre che si era manifestata in Gesù. Infine, il modello da seguire era Gesù stesso nel suo ostinato amore per questo mondo che volle salvare al prezzo della sua vita.

Sulla base di questi insegnamenti anche  il laico, come gli apostoli,  deve imparare lo stile della sua presenza nel mondo. Deve imparare, anzitutto, ad amare il mondo, fatto di uomini e di cose, segnato dal succedersi del tempo e dal moltiplicarsi delle imprese con le quali l'uomo forgia di volta in volta il suo destino, insegue la verità e l'amore, struttura la propria convivenza e spesso si distrugge con le sue stesse mani. Deve imparare da Dio ad amare  questo mondo anche se così diverso da come dovrebbe essere e da come egli lo vorrebbe.

Lo deve amare perché anche Dio lo ama, fino al punto, da dare il suo Unigenito Figlio[34][34]. Lo deve amare per quello che è, riconoscendo tutto il bene che in esso si trova, senza chiudere gli occhi sul male che pure non manca. Lo deve amare come ama la propria famiglia, gli amici, le occasioni fortunate, le imprese disperate, gli ideali affascinanti, i mille volti di uomini che tessono la trama di un’infinita solidarietà mettendosi a servizio della vita. Il laico deve amare il mondo perché è il luogo proprio della sua responsabilità cristiana e senza l’amore non c'è responsabilità.

Ma non basta amare il mondo bisogna anche farsene carico, esserne cioè responsabili, convinti che il mondo è come l'uomo lo costruisce e che la santificazione del laico si compie anche in base a questo impegno di edificazione del mondo, perseguita con costante dedizione, senza arrestarsi di fronte agli insuccessi e all’apparente inutilità dei propri sforzi, neppure davanti alla croce che potrà sopraggiungere. Anzi, il laico impara da Cristo ad accettarla e a morire se necessario per continuare a testimoniare che ama il mondo e lo vuole migliore.

 

Il laico, allora, deve imparare ad essere nel mondo con la coscienza di essere Chiesa che si matura e si conserva nel costante e personale rapporto con la Parola di Dio, i Sacramenti e nel dialogo di fede coi fratelli e coi pastori. Solo se egli sarà fornito di questa coscienza ecclesiale, convenientemente formata, potrà inscrivere la legge divina nella città terrena (GS 43), cioè potrà realizzare la sua vocazione di laico.

Essere nel mondo senza essere del mondo : ecco l'equilibrio difficile che il laico è chiamato a tenere. La  sua vocazione sarà quella di condividere il mondo e la sua storia nel suo quotidiano svolgersi e fin dentro i meccanismi stessi delle sue strutture, testimoniando però l'esistenza di un "altro" mondo e la perennità dell'eterno in cui la storia si risolve e da cui la storia sarà giudicata. Dio ha assegnato ai laici un posto così sublime nel mondo che non è loro consentito di abbandonarlo. La missione del laico trova nel mondo il suo habitat naturale in cui vivere ed esprimersi, nella consapevolezza tuttavia che egli appartiene ad un altro mondo, di cui è testimone e profetico richiamo.

 

Nello stesso tempo, il laico deve essere nella Chiesa con l’esperienza del mondo, in quanto tra Chiesa e mondo c'è una mutua relazione di “dare” e “ricevere”, in uno scambio reciproco[35][35]. Il laico diventa, così, una cerniera tra la Chiesa e il mondo. Questa immagine è suggestiva e veritiera se pensiamo all'intrecciarsi della dentatura della cerniera che salda insieme le due parti. Ma, potrebbe anche essere equivoca se si pensasse ai laici come ad una struttura di congiunzione tra la Chiesa e il mondo, una struttura intermedia che non è né Chiesa né mondo. Questo non corrisponderebbe a verità sia perché i laici sono nella Chiesa e ne fanno parte e sia  perché il rapporto col mondo interessa e coinvolge tutta la Chiesa, anche se con modalità diverse a secondo che si tratti di ministri ordinati o di persone consacrate  o di laici.

Il laico, infatti, si fa interprete della presenza della Chiesa nel mondo portando il timbro e le esigenze dell'ispirazione cristiana nei fatti universali della cultura, del lavoro, della convivenza sociale e, nello stesso tempo, testimonia nella Chiesa le sollecitazioni che da questi medesimi fatti umani provengono alla coscienza cristiana e alla stessa missione della Chiesa .

Anche se la modalità con cui la Chiesa si rapporta al mondo si esprime nella persona dei laici nella maniera più tipica e più intensa e anche più rischiosa, tale rapporto non rimane prerogativa dei laici, ma investe tutta la Chiesa. Così, il laico è chiamato ad amare talmente il mondo da sacrificare tempo, energie, lavoro per il suo avvenire migliore del presente, ma è anche abbastanza staccato dal mondo da non legare al suo orizzonte e al suo destino, tutto il senso della propria vita. Egli sa anche pendere le distanze dal mondo, contestandolo nella sue aberranti aspirazioni di onnipotenza.

I laici nella Chiesa, dunque, non possono considerare se stessi, né essere considerati dal clero, semplicemente, come dei soggetti passivi, quanto piuttosto delle persone attive con dei diritti che devono essere loro riconosciuti; dei doveri da compiere e  dei compiti  da esercitare, secondo le disposizioni del diritto e quando fossero a ciò preparati.

 

Certamente il Codice di Diritto Canonico usato per delineare tale antropologia ecclesiale non è quello più adatto. Infatti il codice è un documento "datato", mentre le attribuzioni fondamentali delle persone nella chiesa sono una realtà non databile per il fatto che la loro realtà si fonda unicamente sulla volontà di Cristo. Inoltre, il linguaggio del codice è per natura sua sintetico. Riducendo, infatti, il numero delle parole è facile perdere le articolazioni e le sfumature proprie di un linguaggio più discorsivo, come quello, per esempio, dei documenti del Vaticano II. Infine il Codice  soffre di una certa fissità per cui è facile che le formule in questione, pur invecchiando, non siano sottoponibili a rapida e salutare modifica. Quanto dice il codice è solo un segnale indicatore che spinge ad una ricerca più vasta e profonda, inducendo nello stesso tempo ad una continua riformulazione dei testi in questione.

Il codice per quanto riguarda le attribuzioni fondamentali dei fedeli, come per tutte le realtà giuridico/dogmatiche non è l’unica  "fonte dell’essere”, né l’unica "fonte del conoscere”, ma è una delle tante fonti  di conoscenza. Per conoscere, allora, in modo più approfondito ciò che il cristiano (il battezzato) è nella chiesa, la  missione che è chiamato a svolgere nel mondo, la  dignità alla quale è stato elevato da Dio, i suoi diritti come i suoi doveri, è necessario fare riferimento anche alla dottrina del Concilio Vaticano II e ai contenuti della teologia dogmatica  in  tutta la sua evoluzione.

 

Quali sono i compiti che la Chiesa potrebbe affidare a quei laici che fossero a ciò preparati?

Il Nuovo Codice di Diritto Canonico, dopo aver affermato che tutti i battezzati sono titolari della missione della Chiesa, in tutta la sua complessità ed estensione, apre ai fedeli laici, in modo specifico, una serie di uffici (officia), di incarichi (munera) e di ministeri - interecclesiali -  molto prestigiosi.