
E' davvero imbarazzante esprimersi per raccogliere il
pensiero di coloro che hanno scritto, come pensavo di
dover fare. Ma non mi piace nemmeno tirar fuori il mio
discorsetto sull'amore difficile, che Ester, una
corrispondente che non vuole esporsi, sembra avere trattato in maniera davvero
esaustiva. Il suo scritto ha rilevanza soprattutto perché sembra raccogliere
tutti gli elementi che compaiono qua e là in tante lettere che riceviamo (ecco
perché uso il temine "esaustivo", che non
vuol dire accettabile il cento per cento). E' uno scritto interessante
principalmente perché sgorgato dal cuore e dalla mente di chi ha vissuta fino in fondo l'esperienza che narra; ricco di
osservazioni sulla figura dell'ALTRO, il prete, che corrisponde ad una realtà
fin troppo vera, fin troppo plurale, riguardante - addirittura - non solo la
persona che si conquista l'amore di una donna, bensì anche molte altre che
quell'amore non hanno provato o si son negato.
E' fin troppo facile attenuare i
toni di una descrizione veristica per chi cammina sui principi o sa argomentare
in maniera razionale e quindi sa usare termini dai toni pacati
e saggi; per chi non sente come suo il problema o per chi vi si immedesima
dall'esterno guardando più vasti orizzonti, entro i quali il fatto di un
innamoramento con le sue comprensibili vicende appare ridimensionato o da
ridimensionare.
C'è poi un fattore che s'insinua
nel cuore del discorso:
Su
quest'asse si gioca l'ambiguità dell'amore difficile o impossibile di cui
parliamo. Quindi il resto dei discorsi su ciò che è comune in ogni tipo di amore, sono sprecati se non controproducenti per chi si
trova "in situazione".
Allora ci limitiamo a raccogliere
il grido dell'oppressione, o mandiamo in terapia i soggetti? Oppure, meglio,
diamo suggerimenti concreti, nonché solidarietà per
lenire i sintomi più acerbi del dolore?
E
nei riguardi della Chiesa, cosa facciamo: cerchiamo di mostrare il bene che
essa opera ed è, o addirittura consigliamo alle stesse persone ferite
di portare il loro contributo di sofferenza per la salvezza cristiana da
portare nel mondo? Oppure ci uniamo al coro a parlare
e ad agire-contro, abbandonandola, rimproverandone l'agire anti-evangelico? Il
fatto che ci dichiariamo "donne contro il
silenzio" potrebbe farci identificare con quest'ultimo tipo di atteggiamento
(se così fosse, senza i necessari ‘distinguo’ non faremmo bene, a mio parere).
Sono tanti gli interrogativi che
ho posto, che basterebbe riflettere su ciascuno di essi
per trovare, alla fine, una conclusione, certamente approssimativa, ma
conclusione.
Mi limito a dire la mia
esperienza personale, non perché serva come modello (!), ma perché potrebbe
avere un carattere di concretezza maggiore di ogni
discussione. Io capivo che non mi giovava quell'amore: per la mia famiglia, per
la società, per le conseguenze (pane e lavoro e stima e posizione ecclesiale e
sociale…). Non volevo quell'amore; e più non lo volevo, più, come dice Ester,
mi appariva unico. Ho fatto un
bilancio, un po' razionale, un po' affettivo: per vedere quale fosse il mio
maggior bene e quale la mia migliore realizzazione. Però, dopo essermi fatti i conti, e dopo essermi decisa a
vantaggio mio, mi sono chiesta la stessa cosa nei suoi riguardi. Quindi ne abbiamo parlato insieme. Ad un risultato siamo pervenuti,
sia pure non del tutto splendido: un
amore clandestino è sempre un amore a metà; non attraversa la prova della condivisione
"nei dolori e nelle gioie della vita", se non a metà. Allora?
Abbiamo deciso a metà: io mi sono dichiarata pronta a troncare (con la morte
nel cuore), e lui invece non ce l'ha fatta. E allora ci siamo "unificati"
nella decisione. Accettando poi un mare di guai, ma
almeno nella certezza di avere SCELTO.
E
chi resta deluso dal suo compagno, che non sa decidere? Faccia
di necessità virtù: unendo la sua sofferenza a quella di tante altre che nel
mondo non mancano (consiglio saggio: ci sono cascata anch'io nel fare la
saggia!). Non è poca cosa una delusione di amore
del genere (di cui trattiamo). Perciò fanno molto
male quelli che fanno i censori, anche se con tutta la benevolenza del mondo.
Aiutino piuttosto con tanta, ma tanta amicizia… Oh se imparassimo ad amarci
tutti! A solidarizzare davvero, ad essere dalla parte di chi più soffre! Non
per nulla "donne-così" e formato da donne
di qualsiasi provenienza: via i ghetti!!!!
E
nei riguardi della Chiesa?
Di essa
bisogna avere idee chiare: distinguere l'umano fallibile, ma non dimenticarci
che abbiamo bisogno di una comunità in cui esprimere la fede… Dire la verità là
dove c'è l'ipocrisia, se fatto con insistente e forte, anche dura benevolenza
(= volere il bene), è proprio dello spirito profetico. O
ci facciamo capaci di esserlo, pagando la moneta dell'amore, o è inutile
dire-contro: a che pro? Per farci tappare ancor più la bocca?
Profezia è chiarezza, di visione delle cose, oltre le cose, pagando di persona. Il profeta parla e si fa
ascoltare, anche se parla dal deserto.
Perciò, riferendomi all'ultima
lettera, quella di Ester, chiedo alle donne e a tutti:
aiutiamo chi soffre lacerazioni simili, che, tutto sommato, hanno le loro
radici in una formazione clericale che
non è certamente rispettosa della dignità della donna e fa del prete un
funzionario della chiesa, arroccato alla sua alta collocazione…
Ausilia