Si fa presto a dire il male
 

 

 


*Sull’anonimo autore del pamphlet “Contro Ratzinger” si favoleggia molto in questi giorni. Per alcuni è un alto prelato, per alcuni è un grande filosofo, per altri un signore qualunque. Chiunque egli sia ha accettato di scrivere in esclusiva per “Diario” un elenco ragionato dei luoghi comuni del pensiero di Ratzinger. In pochi semplici punti, il fedele apprenderà i concetti chiave e saprà come parlarne in società. Il detrattore saprà come difendersi

 

Dizionario per ratzingeriani pigri

di Anonimo*

da Diario del 21/4/2005

 

Il pontificato di Benedetto XVI compie un anno e il paesaggio culturale italiano appare cambiato. I fans di Joseph Ratzinger diffondono slogan e parole d'ordine. L'autorità del papa filosofo cresce senza trovare obiezioni. Piccola guida dei concetti cruciali e delle loro implicazioni morali e politiche

In un anno, un anno soltanto, Benedetto XVI è riuscito nell'impresa di trasformare il panorama culturale italiano. Il terreno era fertile, i tempi incerti, i soldi pochini e i barbari più minacciosi e virili che mai. Si trattò, in ogni caso, di un successo clamoroso. Un esercito di arlecchini desiderosi di cambiar padrone fu lesto a impossessarsi di alcuni concetti centrali nell'elaborazione filosofica dell'ex custode dell’ortodossia, per rivenderseli alle masse impaurite come necessario antidoto contro la decadenza. I giornali magnificarono. Le masse accorsero. I filosofi di professione tacquero, storditi forse dalla sorpresa di un papa che condivideva il loro linguaggio. La prefettura pontificia (1'organismo che governa le udienze vaticane) diffuse dati trionfali: in cinque mesi gli Angelus di Ratzinger avevano registrato 600 mila presenze (contro le 262 medie del predecessore nell'anno precedente) e 410 mila le udienze del mercoledì di piazza San Pietro (contro le 194 mila di Karol Wojtyla). Furono commissionati due sondaggi: concordarono nell'affermare che 1'ultimo papa piaceva a otto italiani su dieci ed era ritenuto conservatore, ma dialogante, dal 90 per cento degli interpellati. L'uomo piaceva da pazzi e nessuno sapeva dire perché.

Lo stile del pontefice appariva lontanissimo da quello del predecessore quando addirittura non opposto. Se Wojtyla era stato criticato dalla destra per essere stato eccessivamente mediatico (1'accusa era di avere scambiato 1'eternità della Chiesa per il piatto di lenticchie della diretta tv), lo stile di Joseph Ratzinger appariva austero, essenziale e autorevole. Ma Wojtyla era stato sobrio nella scelta del vestiario, avendo sempre preferito indossare abiti usati, mentre il suo successore fece spalancare gli armadi vaticani per estrarne mozzette e camauri, indumenti che parevano estinti, commissionò a un artigiano del novarese magnifiche pantofoline, licenziò la vecchia sartoria Gammarelli in favore della più moderna Euroclero, scelse tessuti e vesti che, più ancora che alla vanità personale, rimandavano all'epoca degli ultimi papa re, al tempo in cui, cioè, 1'autorità della Chiesa e del suo pastore non era ancora stata messa in discussione. Da un punto di vista stilistico, la figura del nuovo papa si riallacciava ai magnifici ritratti di Giulio II e di Leone X di Raffaello, di Paolo III Farnese di Tiziano, al tetro Innocenzo X di Velasquez, al Benedetto XIV di Pierre Subleyras che saluta ieratico e ignaro 1'approssimarsi della Rivoluzione francese compiendo lo stesso gesto, e indossando lo stesso copricapo, di Ratzinger in piazza San Pietro il 21 dicembre 2005, tre secoli dopo.

Con Benedetto XVI, la figura del papa è tornata a essere magnificente e intangibile, ma il suo capolavoro non riguarda la moda. E’ stato lessicale. L'incessante, eruditissima, opera del teologo, protrattasi nei ventiquattro anni del pontificato wojtyliano, aveva lasciato sul campo concetti e pensieri, letture e prese di posizione, facili da capire e ancora più facili da comunicare. Vivaci nobildonne romane dal tumultuoso passato, esuberanti giornalisti già servitori di svariati assolutismi, ambiziosi e ondivaghi ex filosofi incuranti del principio di non contraddizione fecero a gara nel propagare alcune facili parole d'ordine (identità occidentale, difesa della famiglia e della vita), e nel1'agitare fantasmatici nemici (il famigerato relativismo, su tutti), utilizzando salotti tv, giornali e perfino gli scranni più alti delle istituzioni repubblicane.

I laici, i “relativisti”, intanto, tacevano. In pochissimi misero alla prova, studiando, la consistenza teoretica ed etica del messaggio del papa. Cosi in pochi si accorsero che, a un esame serio, gli assunti filosofici di Benedetto XVI risultano, prima ancora che contraddittori, adatti a essere mandati a memoria e ripetuti nelle occasioni mondane, come una litania rassicurante. La seguente parata di luoghi comuni benedetti costituisce una sorta di bigino per ratzingeriani svogliati, ma anche uno strumento utile per chi desideri farsi un'idea più precisa delle implicazioni politiche del pensiero dell'attuale pontefice.

 

Amore (Dio é)

Nella sua prima enciclica, Benedetto XVI distingue tra due fattispecie di amore. Agape, l'amore disinteressato di chi è pronto a sacrificarsi per l'altro, ed eros, l'amore famelico ed ebbro che vuole impossessarsi dell'oggetto amato. La moderna preminenza di eros è, per il papa, segno nefasto ed effetto certissimo del crescente materialismo inaugurato dall'Illuminismo. Il pensiero dell'attuale pontefice sull'amore viene sviluppato nell'enciclica Deus caritas est con grande erudizione, sottigliezza e fantasia. L'essere umano completo si ha, per Ratzinger, solo quando agape ed eros si uniscono in lui. La sintesi deve avvenire, però, sotto il governo di agape e 1'assoggettamento di eros per il quale “sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia”. Insomma, attraverso la “disciplina”. La distinzione riecheggia quella tra anima e corpo, ma anche, più larvatamente, quella tra apollineo e dionisiaco di Nietzsche, 1'unico filosofo che Ratzinger citi esplicitamente. Il papa arriva perfino ad anticipare alcune delle obiezioni possibili, senza ribattere, ma per ribadire: “Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità”, scrive, “di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole”. L'accusa resta, insomma, senza replica. Alla denuncia dell'eros non pare faccia da contraltare un'adeguata accettazione delle conseguenze a cui dovrebbe condurre una piena accettazione di agape. Se, infatti, a decidere fosse davvero 1'amore che “diventa cura dell'altro e per 1'altro”, non si capisce su quali basi si possa negare ad alcuni esseri umani, sulla sola base delle loro preferenze sessuali, la possibilità di amare e allevare un bambino.

 

Bambini (non nati)

Per Ratzinger si tratta soprattutto di quelli “non nati”. Sono pochissime le parole da lui destinate all'infanzia in carne e ossa, fluviali quelle spese, invece, per embrioni, blastule e feti. Nelle occasioni mondane e politiche, i ratzingeriani evitino, perciò, un argomento che rischia di essere imbarazzante. Nel 2001, la Congregazione per la dottrina della fede guidata dal cardinal Ratzinger e dal suo fido Tarcisio Bertone inviò a tutte le arcidiocesi del pianeta una epistola in latino marchiata “reservatis” in cui si istruiva su come trattare i “delitti più gravi” tra cui la violenza a un minore da parte di un sacerdote. Il prefetto comandava al segreto assoluto (pena la scomunica), alla formazione di tribunali composti unicamente da sacerdoti e all'allungamento dei normali termini di prescrizione da calcolarsi non a partire dal giorno del delitto, ma dal giorno in cui il “molestato” compie 18 anni. Lo scopo: protrarre la giurisdizione della Chiesa (e la consegna del silenzio) nei casi di pedofilia. A quanto risulta è questa la sola presa di posizione in tema di pedofilia di una Chiesa altrimenti molto propensa a  esprimersi su tutto. Totale silenzio anche sulle possibili ragioni profonde di un fenomeno che in ambito cattolico appare tanto esteso e drammatico (che 1'obbligo della castità e 1'amore della purezza prescritti dal cattolicesimo c'entrino qualcosa?). Da notare appena il fatto che nel nuovo catechismo firmato da Ratzinger fare sesso con bambini rappresenta un'aggravante del peccato della lussuria e non un peccato contro la persona. 

 

  Darwin, Charles (condanna di)

  ll padre della teoria evoluzionista è, nel quadro del pensiero ratzingeriano, il vero assassino di Dio, il pensatore che per primo ha dato una base scientifica al materialismo moderno e al marxismo, dimostrando che l'evoluzione può avvenire anche in assenza di Dio, secondo le leggi del caso e della. necessità. La condanna di Darwin non potrebbe essere più assoluta. Per Ratzinger, la teoria evoluzionista non soltanto esclude Dio come unica possibile spiegazione della storia, ma per la prima volta spiega 1'emergere della ragione umana come un evento casuale determinato dal caso. Con Darwin, il reale cessa di apparire ordinato secondo la volontà di un'entità superiore. E’ Darwin, per Ratzinger, la base scientifica del marxismo che ha condotto al disastro e alla degenerazione attuali. Dopo una condanna tanto definitiva, ci si aspetterebbe una confutazione feroce o, almeno, un'ipotesi alternativa, terreni in cui, invece, Ratzinger non si avventura mai. Non si ascolta nemmeno una parola da parte sua, per esempio, su]la presenza di scheletri di esseri giganteschi chiamati dinosauri sotto la crosta terrestre (creature che, sia detto per inciso, contraddicono abbastanza il racconto di Genesi). Dopo una condanna tanto definitiva, sarebbe lecito attendersi una scomunica che, però, stranamente non arriva. Nel dibattito tra creazionismo ed evoluzionismo che infiamma gli Stati Uniti, 1'atteggiamento del Vaticano è del tutto prudente. Joseph Ratzinger lambisce e circumnaviga Darwin, evitando di citarlo troppo spesso, limitandosi a evidenziare i pretesi danni provocati dall'evoluzionismo, a suo dire nuovo paradigma culturale assolutista incapace di offrire all'uomo risposte sulle questioni ultime. Respingere una teoria, non perché falsa, ma sulla base dei suoi danni eventuali e il contrario di un atteggiamento filosofico rigoroso.

 

  Disordine oggettivo (l'omosessualità è un)

  “Ben presto non si potrà più affermare che l'omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un disordine oggettivo nello strutturarsi dell'esistenza umana”, si lamenta il cardinale a Subiaco, un giorno prima della morte di Wojtyla. La definizione ritorna in decine di scritti e conferenze. Il concetto di disordine, per di più se ha da essere oggettivo, non è di quelli immediatamente spendibile sul piano filosofico. L'idea implicita che sorregge la definizione è che il reale sia non soltanto razionale, ma che la verità coincida con 1'ordine. Nell'ambito del pensiero di Ratzinger, 1'amore tra uguali si pone così, in quanto infecondo, al di fuori della razionalità della natura. Charles Darwin (vedi) e il peggior darwinismo sociale funzionano, in questo contesto, da alleati innominabili. Rispetto a Karol Wojtyla, la condanna ratzingeriana dell'omosessualità (derubricata nel nuovo catechismo tra i peccati di lussuria come stupro e masturbazione) costituisce un radicale spostamento di prospettiva. Giovanni Paolo II aveva definito “malvagia” “1'attività omosessuale, da distinguersi dalla tendenza omosessuale”. Con Ratzinger questa distinzione scompare e la condanna passa dall'atto alla persona umana.

 

  Ecatombe nascosta (denuncia della)

  L'espressione evocata al Concistoro dei vescovi del 1991 si riferisce a tutte le attività scientifiche che, in qualsiasi modo, interferiscano con il normale sviluppo della vita embrionale umana. La condanna, in linea con la posizione della Chiesa cattolica, è stata alla base della battaglia referendaria sulla fecondazione assistita. A rappresentare una novità non è, dunque, la posizione assunta dal pontefice, ma la violenza concettuale con cui questa posizione è stata espressa e il credito che le ha tributato la maggioranza degli italiani. Le conseguenze non sono di poco conto: parlare di “ecatombe nascosta” significa accusare le biotecnologie di “strage”, significa autorizzare le accuse alla scienza moderna di favorire il ritorno a un'eugenetica di stampo neonazista, significa ergersi al ruolo di “difensori della vita” e, dunque, accusare gli altri di assassinio. Per convincere che siamo persone umane fin dal primo istante del concepimento, Ratzinger non si fa alcun problema ad appellarsi all'autorità della genetica, cioè di una scienza “inumana” incapace di decidere sulle “questioni ultime”. E’ curioso che nell'impossibilità, comune a laici e cattolici, di stabilire con certezza quando inizi la vita, la Chiesa non trovi di meglio che appellarsi alla scienza e, altrove, alla tecnica per stabilire i confini della propria morale. 

 

 Identità occidentale (difesa della)

 Occorre difenderla a ogni costo contro la decadenza e l'avanzata dei barbari. Che si chiamano islam, new age o, soprattutto, relativismo (vedi) moderno. Non può essere che cristiana. E’ questo lo slogan più fortunato del pur breve pontificato di Benedetto XVI. Un vero colpo di genio. Per quanto ripetuto perfino da gente in cravatta verde che fino a ieri idolatrava il dio Po, il concetto di identità occidentale (o europea) è formulato da Ratzinger con grande sottigliezza e sfoggio di letture.

L'idea è che lo spirito originario del cristianesimo sia  trapassato nella filosofia greca (vero atto di nascita della cultura occidentale) per trasformare lo stesso cristianesimo in un consapevole baluardo della razionalità, fino a sfociare nel1'Illuminismo che, divinizzando la ragione, ha condotto alla negazione delle sue stesse radici.

La lettura, politicamente e storicamente ingegnosa, ha 1'effetto di sottrarre al moderno la sua pretesa di essere razionale, vale a dire la sua arma più forte contro le verità credute per fede. Peccato che a uno sguardo più attento, il concetto di identità occidentale si dimostri soltanto un travestimento poco convincente. E’ 1'ultima trasformazione del vecchio ideale di Patria, sempre più debole e polveroso data la crisi degli Stati nazionali. Siamo sempre lì: le alleanze politiche che Ratzinger sembra avere attivato, la sua crescente autorevolezza e forza persuasiva, si strutturano intorno alla trinità Dio, Patria e Famiglia che da sempre ha cementato la destra intorno alla paura di perdere privilegi ricevuti come diritto di nascita.

 

Mores maiorum (distruzione dei)

Mandare a memoria questo concetto: “L'occidente ha importato la sua visione del mondo, ha armato l'Africa in permanenza e ha distrutto i mores maiorum, cioè le regole morali che erano il fondamento di quelle tribù. Naturalmente, prima della colonizzazione l'Africa non era un paradiso. Era, parlando da cristiano, marcata dal peccato originale, da violenza, problemi, aspetti negativi. Ma c'era una forza fondante, la vita comune, la condivisione della libertà, la definizione dell'essere umano nelle diverse tribù. Questa forza morale con l'Illuminismo europeo è stata distrutta. Ora vediamo gli effetti della duplice importazione di cui parlavo prima. Vediamo la violenza crescente, che comincia a distruggere veramente i popoli, la distruzione morale, con l'epidemia dell'Aids che distrugge intere popolazioni, e la   responsabilità di introdurre un razionalismo che non risponde a nessuna delle questioni fondamentali della nostra vita”. Questo paradossale resoconto storico è stato pronunciato, papale papale, dall'attuale pontefice. Come si nota, i “mores maiorum” altro non sono che un'ennesima declinazione delle care vecchie tradizioni. Il tentativo è di imputare all'Illuminismo, cioè alla modernità, perfino il contagio del1'Aids che non sarebbe dovuto a un'insufficiente diffusione dei profilattici, ma al materialismo moderno. Nientemeno. Peccato che i mores maiorum in Africa siano da sempre, per tradizione, poligamici e piuttosto disinvolti in fatto di sesso.

 

Nazismo (orrori del)

Va condannato, insistendo molto sui tratti materialisti dell'ideologia hitleriana e lasciando in ombra quelli più mistici. Rappresenta un ennesimo frutto degenere della modernità. Per comprendere 1'atteggiamento di Joseph Ratzinger sulla più folle dittatura del Novecento è consigliabile leggere la sua autobiografia La mia vita (di autobiografie Ratzinger ne ha pubblicate due, Wojtyla nessuna). Ripercorrendo gli anni della propria infanzia bavarese, il papa indugia sulla descrizione sognante della religiosità che pervadeva la gente del luogo. E’ tutto un rincorrersi di chiesette e maestose cattedrali. La storia rimane sullo sfondo, gli orrori del nazismo (“1'unica alternativa al caos incombente”) non sono neppure nominati. La Chiesa cattolica è presentata come eroico baluardo contro la dittatura. La tesi di Ratzinger, che insiste molto sul1'opposizione a Hitler del padre gendarme, è che non ci si poteva ribellare. Perché la tesi risulti credibile, 1'allora cardinale evita accuratamente di raccontare gli episodi di resistenza di cui furono protagonisti comunisti e cattolici di Traunstein, la città in cui la famiglia Ratzinger viveva dal I937, quando Joseph aveva dieci anni. Evita di dire che era proprio di Traunstein Christoph Probt, uno degli eroici studenti della Rosa Bianca fucilati dai nazisti il 22 febbraio 1943, evita di menzionare il fatto che Marktl am Inn, la cittadina in cui Ratzinger vide la luce il 16 aprile I927, si trovi a soli 16,7 chilometri da Braunau, luogo natale di Adolf Hitler. Essere compaesani, va da sé, non costituisce peccato. La reticenza sì.

 

Relativismo (ferma condanna del)

Nel pronunciare la parola, il buon ratzingeriano si ricordi di atteggiare il volto in una smorfia che esprima disgusto e condanna. Il relativismo, insegna il pontefice, è oggi l’atteggiamento culturale dominante. In nome del dialogo e della democrazia, i suoi fautori considerano ogni opinione sullo stesso piano. Per quanto apparentemente rispettoso delle ragioni di tutti, il relativismo tende a trasformarsi in dittatura, espellendo Dio dalla vita pubblica. E’ il concetto chiave dell’elaborazione filosofica di Joseph Ratzinger. Un concetto così insistito da farsi, insieme, diagnosi e insulto, da ergersi come un’idra omnicomprensiva in grado di rigettare e neutralizzare ogni obiezione possibile. La condanna al relativismo costituisce, insomma, 1’architrave su cui poggia 1’intero discorso di Ratzinger. Il concetto si accompagna, di norma, a un aggettivo: esiste il relativismo religioso e quello morale, il relativismo filosofico e quello culturale. Ma 1’idea di fondo rimane la stessa: senza fondare (in Dio) alcuni concetti veri per legge e indubitabili per editto, 1’identità occidentale (vedi) sarà irrimediabilmente perduta. Per quanto facilmente traducibile in uno slogan di sicura presa, il concetto di relativismo deve necessariamente basarsi su una precisa riforma del concetto di dialogo su cui la democrazia, dicono, dovrebbe fondarsi. «Il dialogo, o meglio 1’ideologia del dialogo», ha scritto Ratzinger nel 2000 spiegando il senso della dichiarazione Dominus lesus, «si sostituisce alla missione e all’urgenza dell’appello alla conversione: il dialogo non è più la via per scoprire la verità, il processo attraverso cui si dischiude all’altro la profondità nascosta di ciò che egli ha sperimentato nella sua esperienza religiosa, ma che attende di compiersi e purificarsi nell’incontro con la rivelazione completa di Dio in Gesù Cristo; il dialogo nelle nuove concezioni ideologiche, penetrate purtroppo all’interno del mondo cattolico e di certi ambienti teologici e culturali, è invece 1’essenza del ”dogma” relativista e 1’opposto della ”conversione” e della missione». Il rifiuto dell’idea socratica che la verità si può conseguire nel dialogo tra due esseri umani razionali, almeno in linea di principio, non potrebbe essere espresso con maggiore nettezza. In Ratzinger, dialogo è «missione» e «conversione»: qualcuno, per legge e grazia divina, possiede la verità, qualcun altro deve ascoltarla, sperando nel dono della conversione. Il concetto attuale di democrazia non potrebbe essere respinto in maniera più radicale.

 

Teologia della liberazione (errori della)

Il ratzingeriano ligio la condannerà per avere sostituito alla redenzione cristiana un concetto di liberazione tratto dal marxismo (del quale va detto: «Se si prende una parte, si finisce per accettare tutta l’ideologia»). Il posto è stato preso, in tempi recenti, dalla “teologia pluralista delle religioni” che alle malie del materialismo storico ha preferito quelle del relativismo imperante. Per oltre un decennio, la teologia della liberazione ha costituito 1’obiettivo principale se non unico dell’attività di correzione e condanna del prefetto. Il movimento, nato in Sudamerica all’inizio degli anni Settanta, propugnava il coinvolgimento diretto della Chiesa nella lotta per emancipare i poveri del mondo. La Congregazione per la dottrina della fede non ebbe esitazioni, mostrandosi invece molto più comprensiva, per esempio, verso lo scisma di monsignor Lefebvre. Quando il padre brasiliano Leonardo Boff, un ex allievo del prefetto diventato il più noto esponente del movimento, fu condannato a un anno di rispettoso silenzio, Ratzinger dichiarò di invidiargli molto la possibilità di un anno sabbatico. A detta di alcuni, la durezza del prefetto non fu del tutto condivisa da Giovanni Paolo II che avrebbe preferito un atteggiamento più pietoso e dubbioso. La circostanza è negata dall’attuale pontefice.

 

Wojtyla, Karol (il grande predecessore)

Quando si riferisce a Giovanni Paolo Il, il fan duro e puro di Benedetto XVI abbia cura di esprimere simpatia, affetto indubitabili, uniti a una certa sufficienza appena visibile. Nei confronti del custode dell’ortodossia – hanno raccontato amici e biografi – Giovanni Paolo II nutriva un rispetto totale dovuto anche al fatto che Ratzinger fosse un rappresentante della gloriosa tradizione teologica tedesca (tradizione prospera anche grazie al concordato firmato da Hitler). Si racconta che «Ratzinger aveva sempre 1’ultima parola». Wojtyla e il suo vice si incontrarono tutti i venerdì, a pranzo, per ventiquattro anni. Tra loro 1’identità di vedute su modernità e Illuminismo fu pressoché totale ed è difficile stabilire dove finisca il pensiero di Giovanni Paolo II e dove inizi quello di Benedetto XVI. Se distinguere tra i due è, per molti versi, impossibile, non sono mancate occasioni in cui Ratzinger e Wojtyla mostrarono di essere in disaccordo. La disputa (controversa) tra il papa e il custode dell’ortodossia sull’atteggiamento da tenersi nei confronti della teologia della liberazione (vedi) non è stata, insomma, un episodio isolato. Dall’inizio degli anni Novanta in poi, Ratzinger ha riprecisato a destra con metodica fermezza tutte le aperture del pontificato wojtyliano. Corresse Giovanni Paolo II quando questi si riferì alle Chiese d’Oriente chiamandole «Chiese sorelle» (la Congregazione chiarì che Santa romana Chiesa è madre e non sorella di tutte le altre). Suggerì e firmò il documento con cui la Commissione teologica internazionale rigettò come privo di fondamenti biblici certi il desiderio di Karol Wojtyla di chiedere perdono per le colpe passate della Chiesa. Riprese il papa quando dichiarò, riprendendo un’idea di Albino Luciani, che Dio non è solo padre, ma un po’ anche madre.

Fu critico verso la disinvoltura con cui Wojtyla nominò santi e beati. Contraddisse il papa, perfino, su una questione importante, quella del ruolo del male nel mondo. Nel 2005, in Memoria e identità, Wojtyla scrisse che la durata del comunismo gli aveva fatto pensare che «quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all’uomo». Scrisse: «Non ha forse Goethe qualificato il diavolo come ”parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene”? San Paolo per parte sua ammonisce a questo proposito: ”Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” ».

Ratzinger si affrettò a correggerlo: «Il male non è affatto come Goethe vuole mostrarci nel Faust, una parte del tutto di cui abbiamo bisogno, bensì la distruzione dell’essere.

Non lo si può rappresentare come fa il Mefistofele del Faust, con le parole ”parte di quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene” ». Giovanni Paolo II non si appellò mai alla verità, tanto meno alla verità filosofica, per rendere il proprio messaggio persuasivo. Ogni sua presa di posizione era abitata dal dubbio e per questo comprensiva delle ragioni di tutti. Benedetto XVI incarna la figura del sapiente. A un’umanità di ignoranti non resta che assoggettarsi e seguirlo. Che poi si creda o no, importa poco. Come ha consigliato «agli amici non credenti», basta vivere veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Che altrimenti sarà peggio per tutti.