Alcune nostre “impressioni”
alla
fine
dell’articolo
L'EUCARESTIA,
MEMORIALE DELL'ULTIMA CENA DI GESÙ
di Odette Mainville
La prima volta
che ho presentato le considerazioni alle quali ero arrivata, nelle mie
convinzioni personali, sulla santa cena, è stato nel gennaio del
L'ultima volta
che ho presentato questo stesso approccio, in Gaspesia (regione del Canada,
ndt), davanti ad una cinquantina di religiose, un mese e mezzo fa,
l'accoglienza è stata straordinaria. Dopo, abbiamo fatto insieme una
celebrazione di una ricchezza eccezionale.
Penso che siamo a questo punto. Abbiamo la
teoria, bisogna passare all'azione: introdurre pratiche nuove nei nostri ambienti.
Mi piace parlare di "memoriale"
dell'ultima cena di Gesù. Parlo sempre della santa cena in termini di
memoriale. Ma per fare memoria di qualcuno, bisogna conoscere questo qualcuno.
Ora, si è celebrata la messa per secoli senza troppo informarsi sul personaggio
all'origine di questo avvenimento (è straordinario come si possa compiere
questo rituale facendo così poca memoria di lui. Quando si tenta di rinnovare,
di ringiovanire, di rigenerare l'Eucarestia, si dovrebbe cominciare col fare
evangelizzazione. Si dovrebbe cominciare con il conoscere il personaggio Gesù).
Cosa ha portato Gesù a celebrare quella cena, in quella maniera, con i suoi
discepoli? In quel momento, ha inventato un rituale nuovo? E, se non ha voluto
inventare niente di nuovo, ha voluto conferire un valore nuovo ad un rituale
esistente? Visto che questo rituale ha attraversato due millenni di storia
(sotto diverse forme, è vero), qualcosa di importante deve essere accaduto se
l'avvenimento ha avuto un impatto tanto grande, e lo celebriamo ancora oggi.
Per cogliere
bene i fondamenti del memoriale, bisogna dire che c'è stato qualcosa prima; poi
c'è stato il rituale (ci concentreremo su questo punto); e c'è stato, poi,
qualcosa che ha spinto quest'avvenimento nella storia.
Gesù prima della Cena
Si snatura il rituale della Cena se non lo si
lega alla persona, agli ideali, alle opzioni, in breve alla vita di Gesù.
Quando Gesù
sale a Gerusalemme per celebrare
Gesù ha
contestato perché aveva un'immagine di Dio. Per essere fedele a questa visione,
portarla a termine, doveva entrare in opposizione con coloro che, secondo lui,
avevano sfigurato Dio.
Realizzare la visione di Dio sull'umanità
Come contesta
Gesù? Mette in pratica in modo integrale quello che trova nella Genesi: Dio ha
creato l'uomo e la donna uguali, a sua immagine e somiglianza. Aver questo in
testa, ben scolpito, cambia la visione dell'umanità. La promozione della
dignità umana preoccupa Gesù costantemente. La sua visione di Dio passa
attraverso l'impegno verso la razza umana. Questo spiega la sua condotta rispetto
agli emarginati, ai dimenticati, alle donne. Si è presto dimenticato che Gesù
ha avuto donne fra i suoi discepoli; era radicalmente innovatore in un'epoca in
cui le donne si velavano per varcare la soglia di casa. Gesù si siede a tavola
con i peccatori, contro le prescrizioni religiose. Entra in relazione con
categorie di persone che sono rifiutate. Di fronte al suo comportamento, le
autorità finiscono col dirsi: quest'uomo non può essere di Dio, perché tutto
quello che fa è in opposizione alla nostra legge e alle nostre tradizioni.
Tuttavia, con le sue azioni, Gesù intende restituire a Dio la sua vera
immagine. I suoi discepoli sono un campionario di quello che gli si può
rimproverare. C'è fra di loro uno zelota (un rivoltoso), un pubblicano (un
ebreo che lavora per gli occupanti romani), persone illetterate, ordinarie,
senza formazione particolare, senza notorietà né influenza.
Gesù mette
anche in discussione tutta una serie di rituali, di leggi, di istituzioni che
non hanno più ragione di essere e non sono più significative. Vuole ridare il
vero posto al sabato (il sabato è per gli esseri umani, e non gli esseri umani
per il sabato), far saltare le prescrizioni alimentari che alzano barricate tra
gli esseri umani. Mette ordine fra un bel po' di cose. Il colmo è il suo
atteggiamento verso gli emarginati, gli stranieri. Arriva fino a portare come
esempio un Samaritano, quando i Samaritani sono maledetti, disonorati,
detestati dagli ebrei. Significa, questo, che l'"ortodossia" consiste
nell'agire bene.
Dunque, per
Gesù, Dio dà priorità alla vita e a tutto ciò che la genera. Se alcune
situazioni avviliscono, distruggono la vita, facciamo quello che serve per
uscirne. Gesù ha costantemente cercato di realizzare le intenzioni di Dio per
gli esseri umani. È questa la forza motrice della sua missione. Con
manifestazioni d'amore, con gesti d'accoglienza, di difesa, con le guarigioni e
così via, egli mette risolutamente in pratica la visione antropologica della
Genesi: tutti uguali, tutti con gli stessi diritti. Egli ha ben compreso anche
l'insegnamento dei profeti: Isaia, Michea, Osea, cioè che Dio disdegna il culto
se non è preceduto da giustizia e da amore per il prossimo. Così, in Mt 25, si
è dalla parte giusta se ci si è occupati del prossimo e se si è praticata la
giustizia e la carità.
Questo solleva questioni in merito alla pratica cultuale. Non si tratta di
escluderla, ma essa non ha senso se non è preceduta da un vissuto che
corrisponde alle attese di Dio.
Gesù ha anche
contestato il Tempio a causa degli scandali. Il Tempio non era solamente un
luogo di preghiere e di sacrifici. Era la sede del Governo,
A
rischio della vita
Gesù non può continuare il suo cammino senza
farsi condannare a morte, perché in conflitto con autorità abituate a dirigere
con la repressione e la coercizione, a mantenere le persone nei ranghi. Gesù
contesta
Dunque, Gesù
arriva a Gerusalemme per la cena di Pasqua con i suoi amici. Io immagino che
quella sera l'atmo-sfera fosse tesa e carica di emozioni. Ricordatevi: Pietro,
quando si trovano ancora in Galilea, lo tira per la manica perché non vada a
Gerusalemme. Sa qual è la sua reputazione. I discepoli sanno bene che rischiano
di farsi arrestare e forse condannare a morte. Gerusalemme, in tempo di Pasqua,
è gremita, i pellegrini vengono da tutto l'impero romano, il rappresentante
dell'imperatore è lì, ci sono milizie dappertutto. Basta una scintilla per dar
fuoco alle polveri. Gesù è sorvegliato e, quando si ritrova con gli amici, sa
che non andrà lontano. È convinto che l'immagine di Dio sia proprio quella che
ha presentato, ma la sua vita sembra subire uno scacco, egli morirà. Che
succede allora? Bene, si discute molto l'idea della coscienza messianica
("Gesù sapeva che…"). Per parte mia, penso che, se Gesù ha avuto una
coscienza profonda del "reale", è al termine della sua vita, quando
tutto sembra crollare, che egli è convinto di aver combattuto la buona
battaglia. Perché Gesù pone un ultimo atto di fede tentando di passare la
fiaccola al suo gruppo: persone che si è portato dietro - forse - un anno e
mezzo, che ha cercato di istruire, illetterati, probabilmente, undici su
dodici, senza potere, originari della Galilea (e marchiati per questo solo
fatto), senza denaro, senza influenza.
La fede e la
fiducia che ripone in Dio chiedendo ai suoi discepoli di continuare il cammino
sono abbastanza straordinarie. E questo succede all'ultima cena.
L'ultima cena
Gesù si prepara a celebrare la cena pasquale
con i suoi, dunque a ripetere un rito che più conosciuto non si può fra gli
ebrei dell'epoca, che ricorda loro la liberazione dall'Egit-to. Ciò che rende
la cena differente, quella sera, è che Gesù sa che morirà e vuole assicurarsi
che i discepoli porteranno avanti l'opera sua.
Cosa vuol fare? Ve lo domando. Vuole che i
discepoli lo adorino? No, questo non è possibile. Cos'ha maggiormente a cuore
nel momento in cui va a morire? Che i discepoli si impegnino a proseguire. Non
avrebbe pronunciato simili parole (le parole sulle quali torneremo fra un
istante) se non avesse saputo che la sua fine era vicina. Perciò vuole portare
i discepoli ad impegnarsi.
Le parole che Gesù sta per pronunciare si radicano nella più bella iconografia
semitica dell'epoca, l'iconografia semitica nella sua più nobile espressione.
Parlerà di corpo e di sangue.
Il corpo
Noi riconduciamo l'idea del corpo alla carne
umana, alla carne che finisce col decomporsi. Nel mondo semitico, la dicotomia
fra corpo e anima non esiste. Il corpo è l'essere umano in relazione. È
l'entità personale che si distingue dal-le altre. È un'entità autonoma, ma
necessariamente di rela-zione, che fa riferimento, sì, ai tratti fisici della
persona, ma anche ai suoi tratti psicologici, alla sua unità, alla sua
intelligenza, ai suoi talenti, alle sue qualità, ai suoi difetti, a tutto
quello che è. In breve, al suo essere integrale, nel quale, secondo la
prospettiva semitica, Dio ha soffiato la vita. Il mondo semitico crede che,
quando Dio si riprende il suo soffio, la persona muore.
Il corpo si costruisce sul filo dell'esistenza. Prendete il corpo di un
bambino, di un adolescente che si trasforma, di qualcuno che è nel fiore degli
anni, di una persona che arriva a sessant'anni, a ottanta, a novanta… Il corpo
avvie-ne sul filo delle scelte, delle riflessioni, delle frequentazioni, delle
gioie, delle pene, delle prove, delle lotte, delle prese di posizione, dei
successi, degli insuccessi. Alla mia età, il mio corpo è quello che le mie
esperienze ne hanno fatto, come esse l'hanno modellato. Al termine della vita,
il corpo è il potenziale iniziale arricchito dalla somma delle esperienze.
Questo è il mio corpo
Perciò, quando
Gesù, prendendo il pane (il pane: non ci può essere un simbolo più bello), dice
ai suoi discepoli: "Questo è il mio corpo", credo che egli lo usi in
maniera simbolica. Secondo il teologo protestante Gordon Fee, "ciò supera
sia l'intenzione di Gesù e il quadro all'interno del quale lui e i suoi
discepoli si trovano, sia l'immaginare che una trasformazione avvenga o sia
destinata ad avvenire nel pane stesso nel momento in cui lui lo offre". E
il padre Boismard scrive (credo nel suo libro su Marco): "Il pane non si è
fisicamente trasformato nel corpo di Cristo, resta quello che è sempre stato:
pane". Si resta dunque sul piano del simbolo.
Allora, quando
Gesù dice: "Ecco, questo pane è il mio corpo", presenta quello che è.
"Sono io, eccomi, quello che sono diventato nel corso della mia vita e del
mio impegno". Insisto sull'impegno e insisto su quello che Gesù è stato.
Egli dice: "Accettate di condividere questo pane? Se sì, accettate di dare
prolungamento alla mia persona, a ciò che mi ha forgiato, le mie scelte, le mie
opzioni, la mia missione. Abbiate cura di portare avanti quello che ho iniziato
a fare", e ciò, certamente, in un eterno inizio. Penso sia questo quello
che Gesù ha voluto dire ai suoi discepoli, e non: "Ecco, adoratemi, per
favore". No. "Se condividete tutto ciò, condividete il mio destino.
Sottoscrivete quello che ho difeso fin qui, l'immagine di Dio che ho
presentato, il tipo di relazioni umane che ho voluto stabilire tra noi".
Sospetto che i discepoli, in quel momento, non abbiano capito il dieci per
cento di quello che hanno capito dopo.
Il sangue e il vino
Poi Gesù prende il calice di vino, lo
benedice. Il padre di famiglia faceva questi gesti quando presiedeva la cena
pa-squale, e si fa ancora oggi nelle famiglie. Per il popolo della Bibbia il
sangue è la vita. Si crede che la vita di ogni umano scorra nel suo sangue. È
scritto letteralmente nel Levitico, nell'Esodo. Si è talmente convinti che si
finisce per affer-mare semplicemente (Lv 17,11 e 17,14): la vita di ogni
crea-tura è il suo sangue. Si credeva che la vita scorresse attraver-so il
sangue. Dunque, ogni vita è sacra. Non stupisce che si interdica la
consumazione del sangue, che è sacro.
Se il sangue è la vita, prendere il calice e
dire "ecco, questo è il mio sangue" non è una forma di cannibalismo.
Si-gnifica: "È la mia vita. Volete essere in comunione con la mia
vita?".
C'è anche una piccola sfumatura corpo-sangue.
Il corpo di Gesù è quello che è diventato attraverso le sue lotte; la sua vita,
ciò che egli è, ciò che continuerà ad essere. E si conosce il simbolo della
condivisione del calice. Condividere lo stesso calice è condividere la stessa
causa. "Volete ali-mentarvi al mio corpo, volete condividere la mia causa?
Sì? Ecco, bevete al mio stesso calice" (cerchiamo di perdere di vista
l'idea del sacrificio sanguinoso per vedervi una fonte di vita. François
Varone, in Ce Dieu aimer la soufferance - Questo Dio che si presume ami la
sofferenza - presenta la cosa in modo meraviglioso).
"Questo è il mio sangue, alimentatevi
alla mia vita". Gesù non invita a mangiare la sua carne e a bere il suo
sangue, ma a condividere il genere di vita che ha vissuto, a prolungare la sua
missione. Ma i discepoli avevano talmente paura che, quando il pericolo si avvicina,
spariscono, si salvano. Ecco perché non credo che i discepoli abbiano
interamente capito, in quel momento, quello che Gesù domandava loro di fare.
Il dopo
Gesù dice nientemeno: "Farete questo in
memoria di me. Ripeterete quello che è successo qui".
Penso che non l'avrebbero fatto se non ci fosse stata resurrezione. Perché, al
primo gesto di minaccia, i discepoli scompaiono uno dopo l'altro e abbandonano
Gesù nella si-tuazione più terribile. Comprensibile. All'epoca, quando un
sedizioso veniva arrestato, era condannato a morte e con lui tutti quelli
sospettati di poter far rinascere il suo movimento. I discepoli sanno benissimo
che, se restano nei paraggi, la loro vita è in pericolo.
Però c'è la
resurrezione. La morte di Gesù ha senso unicamente nella sua resurrezione. Non
si può separarle. Non è la morte che salva, è il mistero pasquale che ci fa
trovare la via della salvezza attraverso la morte e la resurrezione.
Dio si riconosce in Gesù
Avviene la resurrezione. È il punto di
partenza di una riflessione straordinaria da parte di coloro che hanno seguito
Gesù. Egli è morto, ci si salva in Galilea, ci si salva la pelle. Sarebbe
finito tutto lì e nessuno avrebbe sentito parlare di Gesù entro qualche
decennio se non ci fosse sta-to questo atto di Dio in suo favore, ossia di
restituirlo alla vita e farlo apparire a coloro che l'avevano accompagnato.
La resurrezione è l'avvenimento scatenante, il punto di partenza di una domanda
straordinaria: perché, ma perché, Dio ha resuscitato Gesù? I discepoli si
riuniscono per riflettere sul senso della resurrezione e finiscono per
de-cifrare: Dio ha dato ragione a Gesù, Dio si riconosce in tutto quello che
egli ha fatto, in tutte le sue scelte, in tutto quello che ha voluto
promuovere, nel tipo di relazioni che ha avuto. Non c'è niente di scandaloso
nel fatto che si sia intrattenuto con donne, stranieri, pagani, peccatori. E se
Dio ha dato ragione a Gesù, non si può fare altro che camminare al seguito di
Gesù per far vivere le sue opzioni.
Il loro impegno si inscrive nel prolungamento
di quello che egli ha provato a dar loro. Ma che fare? Continuare ad obbedire
alle autorità giudaiche vuol dire non fare la volontà di Dio perché Dio,
resuscitando Gesù, dice: "Mi riconosco in lui, è come lui che voi dovete
agire".
Fare memoria: fare avvenire
Quando i discepoli si riuniscono, si ricordano
cosa significa fare memoria di lui. Comprendono che non c'è occasione più bella
di riprendere la fiaccola. Come ricor-darsi di Gesù se non ricordando
quell'ultima cena in cui ha diviso il pane e detto "Sono io, è la mia
persona", ha preso il vino e detto "Questo è il mio sangue, è la mia
vita"?
È il luogo di
riunione per eccellenza, dove si ridice chi è stato Gesù, ed è il luogo in cui
si ridice quello che si vuol fa-re per continuare la sua missione. Fare memoria
non si riassume nel ricordare passivamente, è fare avvenire ciò che sta dietro
questa memoria. È far vivere. Il luogo del memoriale diventa un luogo di
impegno.
Agire ora
La parola
Eucarestia per me non rappresenta questo, perché la parola Eucarestia fa
riferimento all'azione di grazia. Penso che si dovrebbe parlare piuttosto di
memoriale del-l'ultima cena di Gesù che diventa un luogo di impegno. Se si
crede che è così, le implicazioni sono grandi, e sono gravi.
Ce la caviamo con poco se ci trinceriamo dietro l'adora-zione: adorare si può
fare in meno di un'ora e si è a posto fino alla settimana successiva, non è un
grande impegno. Ma, se ogni volta che si condivide il pane e il vino, si
ripensa: sì, cos'è che ha voluto e come posso assumere i suoi impegni nel mio
piccolo ambiente, nel mio entourage, nella mia vita professionale, nella mia
vita familiare, nella mia vita nazionale, questo è più esigente.
La domanda che
preoccupa di più le comunità cristiane è quella sul sacerdozio (delle donne,
degli uomini sposati). Che si stia ora anche per bloccare l'accesso degli
omosessuali al sacerdozio è aberrante. Ma se si torna all'origine, se si
ritorna alla natura di quella che è stata l'ultima cena di Gesù, queste
questioni sono sistemate, non hanno più senso.
Sicuro, non
importa chi può presiedere, come possono svolgersi le celebrazioni. C'è la
questione dei ministeri, ci credo, la questione dei carismi, ci credo. Non
ci si improvvisa presidente d'assemblea. Ma chi può impedirlo ad un uomo o ad
una donna di buona fede, che ha il carisma per farlo? Chi può impedirlo a me
se, al cuore del mio impegno, ho il gusto di riunirmi con persone di una
comunità e fare memoria dell'ultima cena di Cristo perché voglio ricordarmi
esattamente quello che ha fatto e alimentare, rigenerare i miei impegni: chi me
lo può impedire? Chi dice che sia necessaria una persona specializzata o
ordinata per farlo?
È stato così nel
corso dei secoli, ma noi siamo giunti ad un'altra tappa. Non è più l'ora di
chiedersi se lo si deve fare. Se si vuole una comunità, se si vuole continuare
la missione di Gesù fra di noi, beh, bisogna prendere delle iniziative.
Bisogna fare quello che si deve fare.
Alcune nostre “impressioni”
Riesce interessante quanto
dice Odette con vivo sentimento e in maniera convincente. Non ce ne
meravigliamo quelli/e di noi che abbiamo una certa età per ricordarci del
Vaticano II e dell’entusiasmo sincero di rivisitare il modo abituale di
percepire il mistero in modo da trovarvi una luce di verità più “evangelica”.
Per non fare lunghi discorsi
ci limitiamo ad una riflessione solo sulla conclusione (evidenziata qui sopra
in rosso).
Confesso che anch’io mi sono
trovata in “luoghi” dove si fa quello che si
deve fare…. Ma ve lo assicuro, ne sono
uscita con la certezza che non c’è nessuna
necessità di fare diversamente da come si fa, laddove c’è una comunità di fede educata liturgicamente e non
ripiegata su forme abitudinarie; laddove si ha il rispetto di distinguere tra
un incontro in cui riunirsi nel Signore e pregare-amare-sperare-cantare
eccetera… e una celebrazione sobria, liturgicamente composta, diretta da un
prete che ricordi il vincolo con
Quel Pane-Ostia e quel Vino-Sangue
di Cristo li avevamo visti come dice Odette, ma con un forte senso della
presenza reale di Lui: dell’Amato che cementava e cementa ancora la nostra
fede, la nostra speranza, il nostro Amore; e il nostro sguardo amorevole era,
è, teso verso tutta l’umanità bisognosa di salvezza. Ben vengano le nuove
aperture, ma senza creare uno spartiacque tra “come si faceva” e come si
“dovrebbe” fare. A. P.