Nadìr Giuseppe Perìn,

Uomini senza collare,

EDUP, Roma 2005, €. 12,00

 

RECENSIONE

 

Lo scopo e i destinatari dell’opera

La dedica di questo interessante libro è indicativa del filo conduttore che attraversa le sue 319 pagine: a chi dovrebbe agire come padre e ai fratelli, prima compagni nel ministero presbiterale, perché sia rivista la collocazione di chi ne è «uscito» per motivi esistenziali non futili ed è pronto a “tornare alla casa paterna”.

Noi lettori sappiamo che, tra questi fratelli, parecchi non auspicano un ritorno sotto qualsiasi forma, molti si sono allontanati disgustati e delusi dopo l’espulsione dal ministero, alcuni si accontentano di sviluppare una presenza collaborativa nella chiesa locale accettando la condanna del silenzio, eccetera. Ma l’Autore non fa suo alcun modo di reagire alla comune condizione dei preti sposati; si attiene alla semplice insistente domanda sul perché del diniego tanto netto e duro, da parte dell’autorità ecclesiale competente, di una possibile reintegrazione nel ministero.

La visione di Chiesa dell’Autore

L’Autore fa un excursus storico in cui mette in rilievo quanto sia discutibile la proclamata (dall’Autorità ecclesiale) opportunità - di carattere morale e spirituale - di associare al ministero presbiterale l’obbligo del celibato. Egli è del tutto fedele alla visione tradizionale, in cui Cristo e la Chiesa, un dittico riconoscibile nel simbolo sponsale, configurano il presbitero a rappresentarli, in qualità di centro propulsore della vita di grazia che anima la comunione ecclesiale; e scevera con grande obiettività tutti gli aspetti della questione celibataria.

C’è subito da dire che riesce suggestiva, nell’assenza di ogni enfasi, la sua radicazione fervida e sofferta nella Chiamata, viva ancora nel suo animo, anche se scrive a grande distanza di tempo dal momento della decisione di imboccare una via diversa. Con prosa sobria, mai loquace né ripetitiva, riesce ad evidenziare quanto sia scomoda la condizione proibitiva e punitiva dei presbiteri sposati,  pur comprendendo la lacerazione inflitta nel tessuto connettivo dell’organizzazione ecclesiale (non solo di ordine materiale).

Mentre perfino i non-credenti o i credenti-approssimativi restano fermi nel loro immaginario ad una visione sacrale della chiesa e dei suoi ministri, la completa adesione alla missione “sacerdotale” del Perìn è carica di profondo convincimento in altra direzione. Convinto che vada rispettato l’ordine istituzionale e spirituale della Chiesa, non manca di avanzare, con dignità, la legittima istanza che debba prevalere, nei «Maestri della fede», il criterio seguito da Cristo quando affidò agli apostoli la «potestas». La sostanza del suo discorso è che la chiesa appartiene a Cristo, e Cristo anima, attraverso i suoi pastori, la comunione dell’unico Popolo di Dio, in seno al quale la diversità delle funzioni non  può ripiegare in separazioni di casta (mi sarebbe piaciuto vederlo indugiare sulla considerazione dei ministeri al plurale, anche non manca la sottolineatura della varietà dei carismi, che si possono esplicare in ciascuna scelta, compresa quella matrimoniale).

L’afflato spirituale e l’arido studio

L’Autore non si discosta mai da questi capisaldi nell’affrontare l’arido percorso della più rigorosa consultazione di testi antichi e meno antichi, accompagnato dalla competenza del ricercatore e dalla solida passione per la verità. La dirittura morale che tiene insieme questi due aspetti, gli  permette di evidenziare, più di quanto potrebbero mille possibili argomentazioni, errori ecclesiali che sono “storici”; comunque errori.

Nella disanima dei vari contesti storici, coglie una costante: la rilevanza di prim’ordine attribuita alla mediazione sacrale, a cui si contrapporrebbe la vischiosità morale della pratica del sesso. Ma non manca l’individuazione di altre ragioni pro celibato presbiterale, da non liquidare a cuor leggero; tanto più oggi in cui intravede la necessità che si reagisca ad una diffusa cultura, la quale “tende a ridurre Dio all’uomo…; la salvezza alla liberazione dai mali di questo mondo, il regno di Dio al regno dell’uomo, la chiesa al mondo…”. In sostanza egli conviene che l’abolizione del celibato obbligatorio non debba prospettarsi come cedimento di fronte alla deriva del permissivismo, e perciò si limita ad optare per “una graduale modifica” della legge (ma c’è subito da aggiungere che solo un lettore superficiale oserebbe definire pavida la sua richiesta).

Intanto, poiché considera l’uscita dal ministero alla stregua di quella del figlio prodigo (personalmente non accetto questo accostamento), ricorda alle Autorità competenti, con termini accorati subito ricomposti, il comportamento del padre della parabola.

Tutto ciò potrebbe portare il lettore a chiedersi fino a che punto la sua ricerca non avvalori “le ragioni del vincolo tra celibato e sacerdozio”, non ultime quelle che richiamano la concezione sacrale del sacerdozio pagano; fino a che punto lui stesso – e lo notiamo quando fa sue le frasi che celebrano la superiorità della continenza per il Regno dei cieli – abbia assimilato la concezione pessimistica della sessualità. Eppure dalla lettura complessiva del libro si ricava l’impressione che nella sua analisi prevalga qualcosa di ben più profondo di una semplice associazione tra sesso e sacralità. C’è l’onestà intellettuale del dubbio che lo fa ancorare a certezze di tutt’altro spessore e lo pone nella giusta direzione di auspicare la liberazione evangelica, sollevata dai residui sacrali che le si sono incrostate addosso lungo il cammino storico. La sua sensazione di aver agito da figlio prodigo si attaglia, perciò, alla radicalità evangelica nella sua esigenza di assolutezza (riguardo alla quale nessuna persona riuscirebbe a dichiararsi incolpevole), e quindi ad un auto-esame complessivo, tutt’altro che avvilente.  

La rivoluzione cristiana

Nel glossario che troviamo alla fine del libro, l’Autore cita dal primo capitolo della Lumen Gentium: “La chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Ci guida così a centrare l’argomento sulla mediazione della Chiesa e del presbitero (termine, questo, più proprio, dell’altro, “sacerdote”, abbondantemente usato dall’A.), quindi sulla separatezza sacrale, legata al fattore cultuale,  che non sarebbe, par di capire, da sottovalutare, ma da ridurre alle giuste proporzioni, in una chiesa-comunione, missionaria in tutto il mondo. Consapevole della deriva antimetafisica e antidogmatica, antidualistica  ed antiautoritaria, della cultura moderna, non ripiega nel salvagente di un sacro da riabilitare; piuttosto riconosce che  gli argini del sacro non possono reggere il peso delle trasformazioni sociali in atto. E, mentre ripropone senza false timidezze “i valori propriamente evangelici dell’umiltà, dell’obbedienza, della verginità, della croce, della rinunzia” (p. 173), invita ad inserirli nell’alveo della rivoluzione cristiana: a partire dal concetto di SERVIZIO, tutt’altro che assimilabile a quello di Potestas sacrale. Parlare di servizio nell’esercizio di un potere è quasi sempre eufemistico, ma sarebbe ora di ridare ai termini il vero significato, almeno in seno ad una realtà sommamente di ordine spirituale.

Il tabù della sessualità e la purezza del cuore

Forse, a mio modesto parere, proprio a questo punto l’argomento meriterebbe un approfondimento ulteriore dal punto di vista antropologico. Infatti il sacro tabuizzato a causa della sua dissociazione dall’uso della sessualità, non può esprimere pienamente la novità evangelica. Questa, richiesta da Gesù – lasciare tutto per seguirLo –, è un chiaro invito ad entrare nella logica del dono di sé, senza altri limiti se non quelli suggeriti da un amore generoso. Non c’è ipoteca che tenga, tanto meno di ordine sessuale, di fronte alla libertà evangelica, proposta da Cristo contro un’impurità di tutt’altro genere rispetto a quella cultuale. L’unica volta che Egli parla di purezza fa riferimento al cuore, e cioè all’interiore disposizione a mettere al centro della propria vita un amore sconfinato.

Sì, corro il pericolo di debordare rispetto all’incedere circostanziato di uno studioso che non si concede uno stile carico di sentimento. D’altra parte la cauta prodigalità della storia potrebbe avvallare le sue proposte, più che l’entusiasmo. Lo ha già fatto con il Maestro della novità evangelica, Cristo, quando l’ha consegnata ad un sistema-chiesa con tutte le sue pesantezze.

Ci dobbiamo accodare ad esse, o assecondare l’impazienza profetica?

Ausilia Riggi