I valori femminili nella vita sociale ed
ecclesiale.
Per un rilancio del “genio femminile” nella
città del terzo millennio.
Manifesto
per il terzo Millennio
Promosso dall'Associazione Oltre il Chiostro
1. Non esistono dei valori femminili, tuttavia vi
sono alcuni valori universali e umanissimi, che le esponenti di genere
femminile hanno storicamente mostrato di declinare al
meglio.
2.
Il “femminile” è un valore da coltivare e perseguire nella misura in cui
manifesta un’adesione a taluni valori universali che, negli esponenti di genere
maschile, risulta storicamente trascurata o frenata.
3.
Il “prendersi cura” costituisce uno specifico patrimonio valoriale, che
il genere femminile, custode della cura per la vita in senso strettamente
biologico, garantisce nella prospettiva della
relazione e della comunione tra le persone e, tra queste, e il cosmo.
4.
Il valore della ‘cura’ si offre attualmente come
possibile sponda rispetto ad un “analfabetismo sentimentale” e ai forti segni
di disagio presenti nella nostra civiltà avanzata, globalizzata
e complessa. In questo senso, esso, da patrimonio tipico delle donne, si avvia
a diventare patrimonio comune dell’umanità intera.
5.
L’obiettivo del superamento delle discriminazioni perpetrate nei confronti
delle donne, ma prima di tutto quello del generalizzato processo di umanizzazione della società impegnano oggi tutti a
ribaltare i tradizionali processi di equalizzazione.
In questo senso, non tanto lo specifico femminile, la ‘cura’, dovrà convertirsi allo specifico
maschile (che alcuni identificano nella ‘delega’), bensì la delega dovrà cedere
il posto al dinamismo del “prendersi cura” corale di ogni persona e di ogni
situazione che attende di essere pienamente integrata e valorizzata.
6. Oggi
le donne hanno ancora poco tempo per “pensare da sé”, né risultano
interessate ad acquisire tempi analoghi a quelli del potere maschile, nei quali
vengono sottratte spesso attenzione e cure per la famiglia senza un
corrispettivo instaurarsi di adeguati processi in grado di perseguire il bene
comune. Questa sorta di “deficit” di tempo rappresenta l’ostacolo più grave, e
trasversale a tutte le donne di ogni condizione
sociale, per fruire di una effettiva parità di genere che, in larga parte della
società occidentale, risulta acquisita almeno sul piano dei diritti dichiarati
e riconosciuti.
7.
I ‘tempi’, se organizzati secondo modalità maschili, se alienati dai vissuti
della cura e della responsabilità dell’altro, costituiscono un sostanziale
sbarramento alle potenzialità di partecipazione al potere da garantire al
genere femminile. Una gestione diversa dei tempi della città e la restituzione
di tempo alle donne costituiscono, oltre che una
trasformazione dei tempi della città,
un’opportunità, per il genere femminile, di raggiungere un pieno accesso
ai luoghi del potere, che viene trasformato nel senso di “potenzialità al
servizio del bene comune”.
8.
Un’auspicabile radicale e necessaria riconsiderazione del ruolo della donna
nella comunità ecclesiale richiede il superamento di
logiche che tendono a trarre inferenze non legittime dalla sessualità biologica
al genere inteso in senso spirituale. Tutto questo impegna il pensiero e la
riflessione promosse delle pensatrici donne in vista del recupero di una
teologia femminile e, in particolare, di una teologia mariana sempre meglio
purificata da tentazioni di “misoginia patriarcale”, che costituirebbe un
oggettivo svantaggio rispetto alla carica profetica che, in ottica
antropologica, proviene dalla rivelazione dell’Incarnazione del Verbo: il
Figlio di Dio che abita il corpo di una donna diviene una preziosa fonte di
liberazione e di annuncio di un mondo diverso.
9.
Fino a quando non sarà assicurata a tutte le donne un’effettiva
possibilità di “pensare a partire da sé” e di decidere, l’umanità intera
sarà privata dell’indispensabile apporto dell’alterità
femminile e, in questo senso, risulterà non pienamente umana e mai
compiutamente cristiana.
10. Il degrado attuale delle periferie urbane e la
crescente femminilizzazione della povertà nei Paesi
non sviluppati evidenziano che sono ancora troppe nel
mondo le donne private di tutto, ma principalmente non riconosciute nella loro
dignità e libertà di autodeterminarsi. Le ricorrenti
situazioni di invisibilità e di silenzio, magari
proposte come ‘vocazione all’ascolto’, piuttosto che valori da perseguire,
andrebbero considerate come reazioni alle modalità maschili di gestione del
bene comune. Se accolte dalle donne emancipate,
diverrebbero delle colpevoli omissioni nei confronti della maggior parte delle
donne del pianeta.
Hanno contribuito alla
redazione di questo manifesto: Barbara Ammaturo; Caterina
Arcidiacono; Clementina Chieffo; Carla Colapinto; Angela Cortese; Daniela Esposito; Chiara Favotti; Fiorella Girace Perillo; Pasquale Giustiniani;
Ornella Marra; Giuliana Martirani; Diana Pezza Borrelli; Clotilde Punzo;
Giuseppe Reale; Milena Tancredi; Giancamilo Trani; Donatella Trotta; Renata Viti Cavaliere.