Il contributo del cristianesimo alla questione femminile secondo Angela Ales Bello

Intervista con la filosofa esperta in

Husserl ed Edith Stein

Il cristianesimo ha dato un contributo decisivo alla dignità della donna e alla sua emancipazione. Lo ha affermato a ZENIT Angela Ales Bello, professore ordinario di Storia della Filosofia Contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense.
La professoressa Ales Bello ha dedicato alla questione femminile due dei suoi ultimi lavori, “Sul femminile. Scritti di antropologia e religione”, pubblicato da Città Aperta, e “Il Femminile tra Oriente e Occidente. Religione, Letteratura, Storia, Cultura”, edito con Anna Maria Pezzella da Città Nuova.

Angela Ales Bello è direttrice del Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche e ha curato in italiano tutti gli scritti di Edith Stein per la Casa Editrice Città Nuova.

 

Due nuovi libri sul femminile. Perché questo suo interesse per la donna e il cristianesimo?

Perché credo che la cultura occidentale abbia dato un impulso straordinario alla questione del femminile, determinato in gran parte dal cristianesimo perché si potesse giungere alla pari dignità dell’uomo e della donna.

E’ importante studiare questo argomento dal punto di vista religioso, filosofico e storico proprio per avallare questo progetto, stabilire nuovi rapporti tra la donna e l’uomo e delineare un’antropologia duale.

Quest’antropologia duale alla quale accenna è propria del cristianesimo?

Il cristianesimo ci ha dato le indicazioni teoriche per poterne parlare. Esiste una funzione storica e culturale importante da mostrare anche a livello pratico per trasformare i costumi. È propria della cultura occidentale. Parliamo di cultura occidentale riferendoci a Europa, le Americhe e Australia. È sul terreno religioso che, come dimostra l’Occidente a proposito dell’assimilazione dei principi fondamentali del cristianesimo, si elabora la visione antropologica e si gioca il destino del femminile.

Non esistono lavori vietati alle donne. Lo diceva Edith Stein e Lei lo ribadisce. Cosa ne dicono i suoi colleghi?

In genere è difficile farlo condividere, ma in ambienti di cultura esiste una maggiore disponibilità e apertura, anche se non dobbiamo essere troppo ottimisti. I problemi più forti si pongono in altre dimensioni, ad altri livelli. È un compito ancora per l’Occidente. Dal punto di vista teorico si è già fatto molto, anche da parte dalla Chiesa Cattolica.

La donna è stata tradizionalmente associata alla vita, ma a volte sembrava che questo legame con la vita la allontanasse dal mondo intellettuale, dal pensiero. Secondo Lei è una contrapposizione falsa, perché la vita è il tema che ha provocato di più il pensiero.

Si può dire che la natura femminile sia orientata verso la vita, ma questo orientamento viene anche condizionato dalla cultura. Non dimentichiamo che la donna spesso è stata costretta a manifestare solo una dimensione e non ha avuto la possibilità di sviluppare altre caratteristiche. Ma non tutte le donne – come non tutti gli uomini – sono portate ad esprimersi al livello intellettuale. Ognuno ha le proprie caratteristiche, con pari dignità. La parità ha un senso giuridico molto importante, ma non è tutto. La dignità a cui faceva riferimento Giovanni Paolo II è più ampia che la parità, comprende anche la parità, ha una dimensione più forte.

Bisogna dunque insistere in questa dignità?

Direi che c’è il bisogno di approfondire e sentire – perché non è solo un fatto intellettuale – la propria dignità e lottare perché sia riconosciuta da tutti. Non con violenza, ma con fermezza, cercando di non isolarsi, ma legarsi agli altri: i legami possono favorire. Anche le istituzioni ecclesiastiche devono aiutare le donne in questo. Io mi sono sentita sempre al mio agio nel mio lavoro universitario, ci sono persone fortunate come me che hanno avuto delle possibilità, ma anche altre che non hanno le stesse opportunità, perciò dobbiamo testimoniare.

31 maggio 2005 - ZENIT.org.-