Il Codice da Vinci: un’occasione per parlare di femminismo ante litteram, di Luisa Muraro


Le persone abituate allo studio scientifico non possono prendere sul serio Il Codice da Vinci di Dan Brown, un romanzone pseudoerudito confezionato con ingredienti di moda. Ma devono riconoscere che al suo enorme successo ha contribuito qualcosa di vero e importante, la scoperta che la storia del cristianesimo e della Chiesa è percorsa da una contraddizione mai risolta fra l'ispirazione religiosa profondamente femminile e la prevalenza schiacciante del sesso maschile. In questi ultimi decenni il conflitto è tornato ad accendersi con gli studi di Mary Daly e di altre pensatrici femministe, sia cattoliche sia riformate. Questo, sia chiaro, non significa discredito per la Chiesa, come certi vorrebbero (signori anticlericali, guardate che la Chiesa non ha il monopolio del maschilismo), anzi, mostra semmai che è ben viva.

Tutto comincia molto presto. I Vangeli che si leggono in chiesa forse hanno nascosto molto ma non tutto del fatto che il Maestro Yeshua (Gesù) fu sostenuto dalle donne più che dagli uomini, anche dopo la sua morte in croce, quando una donna per primo annunciò agli spaventatissimi discepoli: è risorto.

Il primo conflitto "femminista" scoppiò nella cerchia dei primi seguaci, lo racconta il Vangelo di Maria (Myriam di Magdala, la Maddalena): Pietro e Andrea attaccano Myriam, gelosi della profonda comunione che lei ha con il Maestro. Nel passaggio di poche generazioni, i maschi riuscirono ad escludere le donne dalla predicazione e dal governo delle comunità, e diedero a se stessi uno statuto clericale e gerarchico, alle comunità un'organizzazione rigida, alla dottrina una formulazione dogmatica. Al centro di tutto, il disprezzo per il sesso femminile.

Il contrasto con il messaggio evangelico non poteva essere più eclatante. Contro questo scandalo, fra le tante anonime, è insorta anche la grandeTeresa d'Avila, con parole di fuoco, a suo rischio e pericolo. Oggi è una dottora della Chiesa, ma la sua vita era a rischio grave d'Inquisizione.

Altre, per la stessa ragione, erano finite sul rogo, come la milanese suor Maifreda a capo di una comunità che vedeva in lei il successore del papa di Roma e che adorava lo Spirito santo incarnato in una santa sepolta a Chiaravalle. Finì sul rogo, a Parigi, anche la beghina Margherita, autrice dello “Specchio delle anime semplici” che celebra la libertà con accenti che ricordano san Paolo e il Vangelo di Maria.

Nonostante tutto, io penso che alle donne sia andata meglio che agli uomini.

Questi si sono chiusi in una gabbia da cui fanno fatica a uscire, quelle invece hanno potuto coltivare un rapporto più personale e fluido con il divino. Perciò, forse, la loro presenza attiva nella vita religiosa è reclamata oggi da molti, anche uomini, che vogliono salvare l'eredità religiosa. Di questo si tratta e non di una mera rivendicazione di parità e inclusione nel mondo degli uomini: disfare le gabbie del clericalismo e del moralismo, vincere il nichilismo con la fiducia e l'amore, fare che
circoli ovunque lo spirito (santo) della libertà (femminile).


(fonte:http://www.libreriadelledonne.it/)