Un’Inchiesta da “Jesus

Giovani e Vocazione
 

 


Una scelta per sempre?
 

 

 

di Annachiara Valle

 

Una chiamata che consente di realizzare se stessi, di dare un senso alla propria vita. È questo il senso che i giovani danno alla parola "vocazione": qualcosa di forte, quasi sacrale, anche quando non si tratta della scelta per la vita consacrata. I risultati di un sondaggio esclusivo realizzato dall'Eurisko per conto della Società San Paolo, la congregazione fondata dal beato Giacomo Alberione per l'evangelizzazione con gli strumenti moderni di comunicazione di massa. Più sacra che profana, più definitiva che temporanea, più legata alla propria realizzazione personale che non all'offerta completa di sé. La "vocazione", per i giovani di oggi, ha un connotato prevalentemente positivo. E la parola, lungi dall'essere considerata obsoleta, esercita ancora fascino e capacità di richiamo. È quanto emerge da una recentissima ricerca su Giovani e vocazione, condotta dall'Eurisko su commissione della Società San Paolo. Il volume con tutti i dati sarà pubblicato dalle Edizioni San Paolo. «La ricerca», spiega il superiore generale don Silvio Sassi, «è stata promossa nell'ambito dell'Anno vocazionale celebrato dalla Famiglia Paolina dal 4 aprile 2005 al 4 aprile di
quest'anno, anniversario della nascita di don Giacomo Alberione. Il nostro intento è quello di aprire orizzonti affascinanti che stimolino tutte le generazioni paoline a "protendersi in avanti"».

E protesi in avanti sembrano anche i giovani intervistati, secondo i quali la vocazione è strettamente legata all'idea della loro realizzazione e soddisfazione personale. Diventino preti o manager, suore o scrittrici, i ragazzi di oggi prendono le scelte sul proprio futuro in modo molto serio.

«Tanto serio», commenta il sociologo Franco Garelli, «da far parlare di sacralità anche quando la scelta non è propriamente religiosa. Sacralità quindi nel senso di una cosa molto importante e impegnativa da realizzare».

I dati della ricerca, condotta su un campione di oltre mille giovani tra i 16 e i 29 anni, svelano più di qualche sorpresa. «Una delle cose interessanti», sottolinea Garelli, che ha seguito la ricerca da vicino, «è il fatto che di fronte all'idea di vocazione non c'è una presa di distanza. Si poteva ipotizzare che ci fossero
delle barriere, delle fratture culturali tra le condizioni e l'esperienza di vita di questi giovani e l'idea di vocazione... Invece no, quando i giovani pensano a questa cosa la valorizzano».

I dati dicono che per il 26,6 per cento dei giovani il termine vocazione richiama l'idea di «piena soddisfazione». In totale, coloro che, pur con diverse sfumature, pensano alla vocazione più come a una soddisfazione che come a una rinuncia raggiungono il 77 per cento: il 4,3 la ritiene una totale
imposizione e l'8,5 la vede come una scelta assolutamente temporanea.

«Appare chiaro dalle risposte», insiste il sociologo, «che per i giovani l'idea di vocazione è associata a una qualche forma di autonomia, di emancipazione, di autenticità espressiva. Emergono qui alcune delle istanze tipiche della cultura giovanile. Quando si pensa alla vocazione, prevale la convinzione di essere
imbarcati in una impresa, di essere catturati da una chiamata, da una tendenza, da una inclinazione che permette di realizzare se stessi».

Un'altra sorpresa della ricerca riguarda anche ciò che i giovani pensano della definitività delle scelte di vita. «Anche se, quando la cosa riguarda se stessi,i giovani hanno difficoltà a scegliere qualcosa in modo definitivo, quando pensano in astratto alla vocazione le riconoscono il carattere di "non provvisorietà". Questo aspetto del definitivo è un elemento controcorrente rispetto alla cultura emergente. I giovani vivono una condizione di precarietà, di molteplicità di scelte, e può anche darsi che nella loro vita non si siano mai sentiti attratti da una forte chiamata, da un forte impegno. Se pensano, però, a questa chiamata, la pensano in modo così importante da considerarla definitiva».

Un po' inaspettate anche le risposte che indicano che la vocazione è una scelta che si compie sia per gli altri che per se stessi. «Cade», spiega Garelli, «quella propensione tipica del passato di pensare alla vocazione soltanto come impegno per gli altri, come oblazione. Oggi si cerca invece di sconfiggere la cosiddetta sindrome del sacrificio o l'idea che l'impegno per gli altri richieda di mettere tra parentesi la realizzazione personale».

È il 75,1 per cento del campione, infatti, a rispondere che la vocazione implica insieme l'impegno per gli altri e quello per se stessi. Per il 18,7 per cento è solo un impegno per sé, mentre appena il 6,2 la ritiene una scelta esclusivamente in favore degli altri.

Sempre restando ai numeri, fa un po' sorridere la risposta del 7,6 per cento di intervistati che ritiene che non sia necessaria alcuna vocazione per fare il prete, anche se resta saldo il 92,4 per cento di chi la ritiene, invece indispensabile. Affatto scontata è la risposta al quesito successivo: se ci voglia o meno una vocazione per fare l'assistente sociale. Ha risposto affermativamente l'80,8 per cento del campione. Così come l'80,6 ritiene che occorra una chiamata per fare lo scrittore. Niente vocazione specifica, invece, per fare l'impiegato (ha risposto no il 74 per cento) o l'imprenditore (le risposte negative arrivano al 50,2 per cento).

«Insomma», insiste Garelli, «i dati ci dicono che i giovani non spendono il concetto di vocazione per delle professioni "normali"; lo spendono in parte per professioni come quella dell'imprenditore; lo associano certamente alle grandi cause, agli impegni che chiedono in qualche modo di fare unità in se stessi, nei propri orientamenti. E di non comporre la propria vita con molte altre esperienze».

In particolare per quanto riguarda la vocazione religiosa, il 10,7 per cento dichiara di aver pensato almeno una volta di diventare prete o religioso o suora. «È una percentuale non trascurabile», commenta il sociologo. «Anzi, in termini assoluti è un dato rilevante perché si tratta di vocazioni particolari. Queste risposte ci dicono che c'è una tenuta dell'associazionismo cattolico e dell'impegno di base, ci sono reti di coinvolgimento del mondo giovanile che funzionano ancora, e resta importante, per certi aspetti, anche la famiglia. Il vero problema è che si tratta di vocazioni dal fiato corto, nel senso che, nella maggioranza dei casi, si consumano nel giro di un anno o poco più».

Secondo la ricerca, infatti, ben il 52,3 per cento smette di pensarci in meno di un anno; un altro 11 per cento dopo un anno; il 12,8 nel secondo. Soltanto il 14,7 resta fedele a quest'idea oltre i cinque anni. «Bisogna constatare che sono, più che altro, delle intenzioni di vocazione che poi sfioriscono velocemente», riassume Garelli. «Si può essere portati a certe scelte da condizioni familiari, sociali e soprattutto associative, ma mancano poi i "fondamentali" che permettano a queste vocazioni di andare avanti».

Tra coloro che dichiarano di aver sentito una chiamata religiosa, il 27,5 per cento ha pensato di diventare prete diocesano, il 40,4 religioso, il 20,2 consacrato di altra confessione cristiana e appena l'11,9 ha contemplato l'idea di entrare in un monastero. «Ciò non deve sorprenderci», spiega Garelli. «Gli istituti di vita contemplativa hanno risentito relativamente meno degli altri del calo delle vocazioni perché si è avuto comunque a che fare con numeri piccoli. La maggioranza dei giovani di oggi, però, fa fatica a capire una scelta di separazione dal mondo. Tanto che il 49 per cento ritiene che è meglio che i religiosi vivano tra la gente. Per capire il significato della vita contemplativa c'è bisogno di uno sguardo particolare e di una certa preparazione. Per la maggioranza dei giovani è invece più immediato attribuire grande valore a chi si impegna nel "sociale". Anche questo è un po' contraddittorio perché significa leggere e interpretare le scelte altrui sull'onda della propria sensibilità. In altri termini, si riconosce a ciascuno il fatto che si possa avere una vocazione, ma poi si va a sindacare la vocazione stessa».

I giovani sembrano molto coinvolti da un'idea quasi romantica o avventurosa  della vita consacrata, tanto che il 73,3 per cento indica che ammira di più i preti o i religiosi (uomini e donne) che vanno in missione in un Paese del Terzo mondo. «Ci troviamo di fronte a un altro dato sorprendente», sottolinea il sociologo, «perché ci si sarebbe aspettati che i giovani, in una società pluralistica come quella in cui vivono, mettano in discussione il fatto che la Chiesa vada a proporre il proprio messaggio ad altri popoli e ad altre culture. A questo aspetto, invece, i giovani non pensano. Mentre restano affascinati dal fatto che queste persone si staccano dalla propria vita e dalla propria cultura, che lasciano tutto per andare in Paesi poveri a condividere la vita dei più miseri, oltrepassando le barriere culturali. Anche se, all'inizio, avevano detto che la vocazione significava impegno in egual misura per sé e per gli altri, quando si tratta di giudicare dall'esterno la vita religiosa prevale l'ammirazione per ciò che si percepisce come dedizione, come impegno forte, come eroicità».

Tornando ai numeri si vede che il 59,6 apprezza maggiormente chi si dedica ai tossicodipendenti o agli emarginati; il 57 è colpito da chi si impegna negli ospedali. A una minoranza (il 29,7) significativa piace chi dedica la propria vita all'insegnamento e c'è il gruppo (il 21,1) di quanti ammirano preti e religiosi che, si legge nella ricerca, «si dedicano alla comunicazione della fede, facendo i giornalisti, promuovendo libri e trasmissioni su temi religiosi, aiutando la gente a riflettere». In sintesi, secondo il sociologo, «la ricerca nel suo complesso ci dice che non c'è la crisi dell'idea stessa della vita religiosa, ma che i giovani le danno valore prevalentemente quando la intendono come vita spesa per gli ultimi».

Resta comunque sempre uno stacco tra ciò che si ammira e ciò che si è disposti a fare in prima persona. E così, se pure affascinati da missionari e operatori del sociale, alla fine la maggioranza dei giovani preferisce non avvicinarsi allavita religiosa. Il 55,1 per cento del campione teme le troppe rinunce, il non potersi sposare e avere figli. E, anche se molti giovani concepiscono la vocazione come una scelta definitiva, sono poi intimoriti dal provare il "per sempre" sulla propria pelle. «In altre parole», spiega Garelli, «proprio perché considerano la vocazione una scelta definitiva, questo elemento diventa un aspetto che pesa. C'è un gap tra l'ideale e il dato di fatto».

Li allontana da quella che pure spesso avvertono come chiamata anche il pesodella responsabilità, la paura della solitudine e, nel 24,3 per cento dei casi,la soddisfazione e l'attaccamento per la propria situazione attuale. «In sostanza i giovani sono abbastanza contenti di quel che fanno, per rinunciarvi in modo così drastico. E questo dato emerge sia tra i maschi che tra le femmine, in modo più accentuato al Nord che non al Sud e nelle Isole».

Infine pesa l'assenza di testimoni e di persone che incoraggino i giovani a perseguire le proprie aspirazioni. Anche se il 41,2 per cento dichiara di poter fare affidamento sui propri genitori, pesa il 36,6 per cento che dichiara di non aver avuto nessuno vicino dal quale essere incoraggiato, e appena l'1,1 ha incontrato sacerdoti o suore capaci di fungere da guida: un dato sul quale riflettere anche in vista della Giornata mondiale delle vocazioni del 7 maggio, perché quella giornata, ma anche l'intero anno vocazionale paolino, «pur terminato, si trasformi», come auspica il superiore don Sassi, «in una coscienza permanente di apertura al disegno di Dio».

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Secondo l'annuario statistico del Cism (Conferenza italiana superiori maggiori), nel 2004 i religiosi erano 21.457. Facendo riferimento soltanto ai sacerdoti religiosi, il numero scende a 15.898 contro i 19.708 del 1999. Per quanto riguarda la vita religiosa femminile, nel 2004 le religiose italiane in Italia erano 81.723 e le monache 6.500. Nel 2001 il dato era - rispettivamente - di 102.316 e di 6.990.

«La vita religiosa ha sui giovani uno scarso appeal. Sicuramente, come appare anche dalla ricerca, apprezzano la nostra opera in tanti campi, però, complessivamente diamo un'idea un po' vecchia», afferma padre Bruno Secondin, frate carmelitano, docente presso la Pontificia Università Gregoriana e autore di diversi libri sulla vita religiosa. Cercando di spiegare il perché di tanto calo, padre Secondin aggiunge che «sicuramente va tenuta in considerazione anche la forte denatalità, ma le vocazioni diminuiscono in misura percentualmente più elevata rispetto alla diminuzione delle nascite. La verità è che il modello è, per molti aspetti, vecchio: dall'abito, alle case, agli orari, al modo di vivere che rende i religiosi estranei a molti sentimenti attuali. I giovani, da una parte, sono attratti perché sembra loro che dietro questo modo di vivere ci sia un mistero affascinante. E sono sorpresi dal trovare delle persone trasparenti, disponibili, coraggiose. Dall'altra parte, però, trovano anche molto infantilismo, molta dipendenza, molta fragilità, scarso spirito di iniziativa. E questo li respinge. Anche perché lo stile di vita dei religiosi, soprattutto in Europa, sembra particolarmente schiacciato sulle opere. C'è come un'incapacità a passare su altri campi in maniera creativa. Semplicemente le opere invecchiano, sono pesanti da mantenere, le leggi impongono mille esigenze alle quali non si riesce a star dietro e allora le si lascia non per scelta, ma per stanchezza. E i giovani percepiscono questo vuoto progettuale».

Sempre secondo la ricerca, i religiosi impegnati nel sociale o in missione sono quelli che più attirano i giovani. Anche se poi è una scelta che non si sentono di fare. Secondo padre Secondin, «questo fascino dipende anche dal fatto che i religiosi sono impegnati in settori che fanno paura ai ragazzi. I quali ne sono ammirati, senza essere però in grado di prendere su di sé il peso dell'impegno, della sofferenza, della lunga attesa dei frutti. Il quotidiano è molto pesante e i giovani sono contenti se possono dare una mano, ma si allontanano quando l'impegno diventa una routine difficile da sopportare».

Il grande successo delle congregazioni nate soprattutto nell'800, sottolinea padre Secondin, «è dipeso dal fatto che, pur nate con una spiritualità vecchia e tradizionalista, avevano una marcia in più sul piano della diaconia, della profezia, della capacità di inserimento. In quel momento era coraggioso e rompeva gli schemi. Oggi bisognerebbe rileggere questa capacità di diaconia nelle nuove sfide. Sfide che hanno bisogno di profezia creativa e non di tamponamento da croce rossa. Dall'altro lato, un aspetto da affrontare è capire quale tipo di spiritualità ci vuole per alimentare la nuova diaconia. La vecchia forma di spiritualità orale, di preghiere, di formazione, di consumo devoto di pratiche standardizzate non riesce ad accompagnare la vita religiosa dandole una marcia in più. I religiosi sono coscienti dei nuovi settori nei quali dovrebbero
entrare in gioco, ma manca una forte spiritualità che alimenti questo rischio per esporli sulla frontiera, sul deserto, sulle periferie in maniera sostenuta, non semplicemente dislocata. Ci vuole una nuova sintesi tra attività apostolica e vita spirituale».

Inoltre, secondo il carmelitano, servirebbe anche «il coraggio di studiare nuove modalità di esercizio della vita consacrata. Si potrebbe pensare a un impegno a tempo, soprattutto in quei settori dove si sente più forte il peso di una scelta definitiva. E poi bisognerebbe vincere la paura di accorpare alcune opere e alcune congregazioni. E aiutarsi a interpretare a rete e in modo circolare alcuni campi come il mondo della sanità o dell'educazione. Al contrario, i monaci e le monache, e questo spiega anche il loro minor calo di vocazioni, sono sostenuti da una forte spiritualità, hanno radici profonde e sembrano meno scossi dai cambiamenti. I religiosi di vita attiva devono cercare questo radicamento per non essere troppo esposti al moto sussultorio che deriva dall'invecchiamento o dal crollo delle opere. E che può portarli a un'interpretazione un po' confusa anche del loro carisma».

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Il richiamo alla genuinità del carisma con uno sguardo proiettato in avanti è al centro della riflessione di padre Aurelio Mozzetta, superiore generale della congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione fondata da padre Monti e famosa soprattutto per l'Idi, Istituto dermopatico italiano: «Siamo sottoposti a molte tentazioni. Soprattutto quelle congregazioni che, come noi, operano nella sanità, hanno a che fare ogni giorno con i corpi, con il denaro, con la carriera. Il nostro compito è quello di essere veri professionisti e veri religiosi. Per questo c'è sicuramente bisogno di essere più fondati dal punto di vista spirituale e maggiormente in grado di dialogare con i bisogni e le necessità del presente. Per questo vedo la formazione dei giovani che entrano nella congregazione come particolarmente importante. Credo che sia finito il tempo dei seminari e che invece i novizi debbano essere inseriti in comunità di vita attiva dove si fa l'esperienza del lavorare e dello studiare insieme. È un po' più difficile, ma preferibile a una struttura seminariale dove si studia soltanto e non si entra davvero in contatto con la realtà».

Un altro tratto in comune con le altre congregazioni di vita attiva è la diminuzione delle vocazioni italiane e l'aumento di quelle straniere. Ogni anno solo uno o due italiani decidono di entrare in noviziato. Nelle 540 congregazioni affiliate all'Usmi (Unione superiore maggiori italiane), il numero delle novizie nell'ultimo anno era di 940. Ma di queste soltanto 291 italiane. «I numeri comunque non devono trarci in inganno», sostiene padre Mozzetta. «Anche una sola persona è un segno di speranza. Mi aspetto una nuova fioritura della Chiesa e anche della vita religiosa. Bisogna allargare gli orizzonti e pensare alle congregazioni anche in termini mondiali. Questa universalità cambia gli equilibri culturali, filosofici, etnici, i modi di pensare, cambia persino la teologia della vita consacrata. Siamo in cammino senza sapere a quale tipo di maturità si potrà arrivare. Siamo ancora nel collo della bottiglia, ma non credo che si vada verso un'insignificanza della vita religiosa. Certo, c'è bisogno di interpretare la nostra presenza in modo più aderente ai tempi, con uno slancio di profezia che ci faccia fare un balzo in avanti. C'è stata sicuramente la crisi, oggi stiamo vivendo questa seconda fase di ricerca di nuovi  equilibri, ma poi la terza fase non potrà che essere quella di una nuova Pentecoste, di soluzione, di compimento che aprirà nuovi orizzonti per nuovi bisogni. Ci attende una nuova formazione sia pratica che spirituale. Non possiamo sostituire le Ave Maria alla scienza, né pensare che si gioca tutto sulla formazione senza attingere a una spiritualità forte che ci possa sostenere. Solo se siamo capaci di unire queste due dimensioni possiamo anche essere credibili nei confronti dei giovani che ci avvicinano. Perché le vocazioni hanno bisogno soprattutto di testimonianza».

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«Di testimonianza e di ascolto», precisa suor Marina Beretti, una delle neoelette consigliere generali della congregazione delle suore Apostoline. Fondata da don Alberione nel 1959, la congregazione nasce con una missione originale: quella di mantenere viva l'attenzione alla chiamata di Dio. «Chiamata in senso ampio», spiega suor Marina. «Si tratta di aiutare i giovani a capire cosa devono fare nella loro vita. Uno dei più grandi gesti di carità è dire ai giovani: tu che farai? Noi siamo convinte che quando una persona fa questo cammino, anche difficoltoso, di comprensione di quello che il Signore vuole dalla propria storia e dalla propria vita, trova anche la pienezza di quello che lui è».

A Castelgandolfo, dove ha sede la casa generalizia, l'accoglienza è calda e diretta. Giovanissime e molto spigliate, le Apostoline si pongono come punto di riferimento per giovani ed educatori. «Come appare chiaro anche dalla ricerca», aggiunge suor Marina, «è proprio questo che i giovani lamentano di più: il non avere accanto qualcuno che sappia ascoltarli e guidarli nel capire quali siano le proprie inclinazioni e a cosa siano chiamati. Con la nostra rivista Se vuoi, l'unica in Italia specifica sulla vocazione, con i campi di orientamento, con la presenza in università e in centri diocesani, cerchiamo di dedicarci a questo accompagnamento».
Nella casa di Castelgandolfo passano ogni anno migliaia di giovani per incontri,seminari, colloqui. «Hanno bisogno di raccontare», confida suor Marina. «I giovani oggi sono, spesso, persone molto ferite dalle esperienze che hanno avuto. Il passaggio fondamentale è aiutarli a capire che la loro storia è comunque storia di salvezza così come si è manifestata. E le ferite, le difficoltà che loro portano, possono diventare opportunità. Il limite che diventa forza è una delle esperienze che i giovani fanno in questo percorso di accompagnamento».
Le Apostoline non vanno, dunque a "caccia" di vocazioni religiose. Non sono delle reclutatrici più o meno esperte di suore e frati. Forse anche per questo i giovani si avvicinano a loro con facilità. «È importante che ciascuno trovi la sua strada», sottolinea suor Marina, «non si forzano le scelte. Anzi il nostro compito è proprio quello di aiutare le persone a far emergere i loro desideri più profondi e di cercare di rispondere insieme alle domande su "chi sono io" e su "quale senso ha la mia vita". Ci sono poi approfondimenti più specifici sulle diverse chiamate e vocazioni presenti all'interno della Chiesa, compresa la vita consacrata nelle sue diverse forme».

E torna sempre il tema della testimonianza: «I giovani hanno bisogno di guardare a qualcuno che ce l'ha fatta», dice ancora la religiosa. «Per questo con la nostra rivista stiamo parlando, negli ultimi numeri, dei grandi santi che hanno fondato delle congregazioni dando un approccio positivo, proprio attraverso le storie, alla vita religiosa».

Ma soprattutto è fondamentale, conclude suor Marina, «aiutare le persone a essere fedeli. Emerge dalla ricerca che tanti giovani sentono una chiamata, pure religiosa, ma poi la lasciano disperdere nel giro di poco tempo. Il nostro impegno è anche in questo campo: cerchiamo di aiutare le persone a definirsi, a scegliere, ma poi anche, ed è forse il lavoro più difficile, a restare fedeli nel tempo alle scelte fatte».