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Agenzia FIDES - 11 marzo 2006

 

DOSSIER FIDES

 

La Chiesa cattolica e l’importanza del celibato

 

 

Dal Concilio Vaticano II a oggi la Chiesa ha voluto in più occasioni tornare in modo approfondito sul tema del celibato dei sacerdoti, non solo riaffermando con chiarezza l’opportunità di questa pratica, ma anche approfondendone sempre più il significato teologico e spirituale.

Non si può ridurre questo tema così importante - che, a più riprese, è fonte di dibattito - ad un semplice problema disciplinare di legislazione ecclesiastica. E non si può nemmeno cedere a quella visione riduttiva, fomentata da una certa mentalità laicista, che vorrebbe un ripensamento di questa pratica alla luce dei “tempi che cambiano”. Il celibato dei sacerdoti chiama in causa una questione più ampia: la questione della natura dell’amore umano in relazione all’amore divino. Che cos’è infatti la vocazione se non il modo con cui l’uomo risponde con il suo amore a quell’Amore più grande che è l’amore di Dio?

Per capire il celibato in tutta la sua ricchezza è necessario allora risalire alla sua origine e al suo significato più profondo di vocazione specifica. La prima parte di questo dossier propone una riflessione sul tema seguendo due grandi linee guida: quella del Vangelo, cioè del celibato come come chiamata specifica che Gesù ha proposto ad alcuni suoi discepoli, scegliendoli come suoi ministri del Regno; e quella della riflessione del Magistero della Chiesa che dal Concilio Vaticano II ha approfondito in questi anni i motivi teologici e spirituali di questa scelta.

Nella seconda parte il dossier riporta un’intervista a S.E. il Cardinale Dario Castrillón Hoyos, Prefetto della Congergazione per il Clero e alcuni documenti che trattano il tema del celibato da diversi punti di vista: dai fondamenti biblici alle questioni relative alla psicologia e alla biologia, fino a considerazioni di carattere spirituale di Madre Teresa. Infine, nella terza parte, sono stati raccolti alcuni estratti dai principali documenti del Magistero su questo tema.

 

Sommario:

 

Il significato e l’origine del celibato sacerdotale

- Introduzione

- Il celibato nel Vangelo

- Le testimonianze della prima comunità cristiana

- Il celibato nel Magistero della Chiesa

- La natura del celibato sacerdotale

 

Approfondimenti

- Intervista a Sua Eminenza, il Cardinale Darío Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero

- La fecondità del celibato sacerdotale, di Jean-Pierre Ricard

- Il celibato sacerdotale alla luce della psicologia, di Wanda Poltawska

- Celibato e biologia, di Jérôme Lejeune

- Il fondamento biblico del celibato sacerdotale, di Ignace de la Potterie

- Le parole sul celibato di Madre Teresa di Calcutta

 

Documenti del Magistero sul celibato sacerdotale

- Sacerdotalis Coelibatus, di Papa Paolo VI, 24.6.1967

- Il sacerdozio ministeriale, Sinodo dei Vescovi 1971

- Pastores dabo vobis, di Papa Giovanni Paolo II, 25.3.1992

- Giovanni Paolo II, La logica della consacrazione nel celibato sacerdotale, Udienza Generale, 14.7.1993

- Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, Congregazione per il Clero, 31.1.1994

 

Il significato e l’origine del celibato sacerdotale

 

 

 

Introduzione

 

Sono passati quasi 40 anni dall’enciclica di Paolo VI Sacerdotalis Coelibatus in cui il Papa, raccogliendo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, riaffermava l’opportunità del celibato dei sacerdoti e invitava la Chiesa ad un’approfondita riflessione sui motivi teologici e spirituali che animano questa pratica secolare della Chiesa.

 In questi anni ciò che auspicava il Papa è avvenuto. Allo stesso tempo le obiezioni e le polemiche hanno continuato a farsi sentire. Quando uscì l’enciclica erano gli anni’60 contraddistinti da un clima sociale saturo di erotismo. Nella mente di molti si era insinuato il dubbio sulla bontà del celibato ecclesiastico. Nacque un dibattito in cui tutti si sentivano autorizzati ad intervenire, a proposito come a sproposito, non esclusi i mass media che alimentarono notevolmente il miraggio che il matrimonio sacerdotale avrebbe dato una svolta alla vita della Chiesa. Le principali obiezioni che sono state mosse al celibato dei sacerdoti si potrebbero così riassumere:

 

Gesù non lo avrebbe imposto ma solo proposto; le ragioni del celibato vengono spesso interpretate come eccessivo pessimismo verso la “carne”; non tutti gli aspiranti al sacerdozio avrebbero il carisma per vivere il celibato; la sua obbligatorietà è causa di rarefazione nelle vocazioni; il celibato è causa di disordini e infedeltà; il celibato determina una condizione innaturale che danneggia la persona umana.

 

Chi muove queste obiezioni vede il celibato come una costrizione che la Chiesa latina impone ai suoi sacerdoti e così facendo riduce il tutto ad una questione puramente disciplinare che andrebbe ripensata alla luce della mentalità attuale. Questo tipo di obiezioni manifestano come quella del celibato sacerdotale non è una questione “particolare” che riguarda il clero latino. In realtà è un argomento cruciale per tutti i fedeli cattolici e più in generale per tutta l’umanità: infatti nessun cristiano può pensarsi tale senza la Chiesa e di questa Chiesa i sacerdoti sono elementi essenziali.

Accostarsi a questo tema considerandolo un semplice problema di disciplina ecclesiastica, di organizzazione e di regolamento, sarebbe riduttivo. Affrontare la questione rifacendosi esclusivamente ad un’impostazione sociologica, ad un ripensamento alla luce dei cosiddetti “tempi che cambiano” non appare sufficiente per cogliere la complessità di questa pratica ecclesiastica. La posta in gioco è ben più alta: la riflessione sul celibato dei sacerdoti è, a ben vedere, una riflessione sull’argomento più ampio della natura dell’amore umano e del suo rapporto con l’amore divino.

La riflessione del Magistero su questo tema è stata sempre molto attenta ma, negli anni recenti, anche in luogo dei cambiamenti della società e delle differenti sfide del pensiero moderno, ha raggiunto un livello di notevole approfondimento e maturazione.

Questa rinnovata riflessione è indubbiamente stata avviata dal Concilio Vaticano II i cui insegnamenti, come abbiamo accennato, sono stati poi ripresi nell’enciclica Sacerdotalis Coelibatus di Paolo VI. Successivamente il Sinodo dei vescovi del 1971 può essere considerato un momento cruciale che ha definitivamente sancito l’opportunità del celibato sacerdotale aprendo anche ad una ricerca teologica della ricchezza di questa pratica ecclesiastica, ricchezza poi sempre più approfondita dai successivi documenti del Magistero. La Chiesa è tornata ancora in modo approfondito sul tema, nel Sinodo dei Vescovi del 1990. L’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, del 1992, che raccoglie gli insegnamenti del Sinodo, rappresenta un ulteriore discernimento e chiarificazione delle motivazioni profonde della scelta celibataria per i sacerdoti della Chiesa cattolica.

Il Magistero in sintesi ha riconosciuto che il sacerdote non è e non sarà mai un semplice “funzionario”, egli è un alter Christus e vive un’unione speciale con Lui. La verginità di Cristo è il fondamento della verginità del sacerdote: è il cammino sicuro che lo fa a Lui assomigliare in tutto. Il celibato è quindi una componente essenziale della vocazione del sacerdote la cui fonte è Cristo, l’unico a poterne dare il vero significato.

Per avere una corretta visione d’insieme del problema del celibato occorre perciò andare a ricercare quali siano le motivazioni di questa scelta a partire da due grandi fonti: da una parte gli insegnamenti di Gesù nel Vangelo e dall’altra quali sono state le posizioni e i chiarimenti del Magistero recente della Chiesa.

 

 

Il celibato nel Vangelo

 

Il primo dato che bisogna registrare accostandosi al Vangelo è che Gesù non si è sposato, ha svolto la sua predicazione lasciando ogni cosa: il suo villaggio, la sua famiglia, ha scelto volontariamente la povertà, ha vissuto la sua vita “pubblica” accettando l’ospitalità di coloro che gliela offrivano senza avere nulla di proprio. Il punto fondamentale è capire in che termini Egli abbia proposto una scelta del genere ai suoi discepoli.

I momenti principali in cui Gesù parla ai suoi di “distacco dalla famiglia” e dagli affetti terreni per la sua sequela sono: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26)  oppure “In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio,che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà” (Lc 18,29). Da questi brani emerge come la chiamata di Gesù aveva il carattere di assolutezza, tanto che la sequela, per cooperare alla missione di Gesù, esigeva dai chiamati la rottura di tutti i legami familiari e quindi anche di quello matrimoniale.

A queste due affermazioni di Gesù se ne aggiunge un’altra: “Vi sono eunuchi che dal seno materno sono stati generati così, e vi sono eunuchi che vi sono stati resi tali dagli uomini, e vi sono eunuchi che vi sono resi tali essi stessi per il regno” (Mt 19,12). Gesù pronuncia queste parole perché qualcuno, non capendo appieno il suo discorso sull’indissolubilità del matrimonio, aveva affermato: “se le cose stanno così non conviene prendere moglie”. È come se Gesù volesse spiegare meglio il significato spirituale della rinuncia al matrimonio. Infatti la parola eunuco è molto forte e sottolinea che la scelta di seguire Gesù nella sua missione (per il regno), può raggiungere un livello tale da avere come effetto rendersi volontariamente “incapaci” di stabilire un legame matrimoniale con qualcun altro.

È da osservare che il motivo del distacco da legami familiari inteso da Gesù, ha una doppia motivazione: “Per stare con Lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Cioè la rinuncia ai legami familiari, oltre a creare una disponibilità alla missione di evangelizzare (predicare), portava alla convivenza con Gesù e con altri discepoli (stare con lui). Il servizio del Regno assume quindi l’aspetto di un servizio “fatto insieme”. La proposta della rinuncia ai legami familiari nel testo evangelico non ha solo la caratteristica di “avere più tempo per” o “essere più libero da legami per” seguire Gesù. La rinuncia è collegata con il formarsi di un gruppo, di una formazione comunitaria (Gesù e i suoi) che rappresenta in qualche modo l’immagine del Regno cioè l’amore del Padre per il Figlio, che si rende visibile agli uomini. Il fondamento del celibato proposto da Gesù non ha quindi motivazioni solo psicologiche: essere più disponibili alla missione ricevuta, non avere il pensiero della famiglia... Tutto ciò, sebbene importante, non è prioritario.

A questo proposito scrive Mons. Marini: “Non appare perciò una rinuncia ai legami familiari dovuta a disistima o sfiducia nei confronti delle relazioni umane ed a favore invece di una relazione solo con Dio: la proposta di lasciare la relazione coniugale e le relazioni familiari in genere, mira infatti esplicitamente ad assumere unaltra relazione interpersonale: quella con lo stesso Signore Gesù, ed anche altre relazioni interpersonali, quelle coi compagni della piccola comunità apostolica innanzitutto, e poi più in generale con i destinatari del Vangelo” (Celibato ecclesiastico e fraternità sacerdotale, 25 aprile 1997, p.6).

Emerge qui un punto centrale: la rinuncia ad altre relazioni familiari per seguire Gesù “da vicino” si fonda anzitutto sul “vi ho chiamato amici” di Gesù e sulla formazione della comunità di apostoli, immagine visibile dell’Amore di Dio invisibile.

È difficile pensare che quei dodici che sperimentarono un’eccezionale intimità con il Signore, non si siano sentiti chiamati ad imitare la dedizione totale del Maestro e che non abbiano esortato con il loro stesso esempio i successori a fare altrettanto.

 

Le testimonianze della prima comunità cristiana

 

Esistono testimonianze esplicite della prima comunità cristiana, dopo la resurrezione di Gesù, in cui il “discorso sulla missione” nel capitolo 10 di Matteo era considerato una specie di codice della “sequela”: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi... Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli... Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

Queste testimonianze dimostrano come gli insegnamenti di Gesù avevano spinto numerosi a compiere scelte radicali di rinuncia alla famiglia matrimoniale per Lui e per il Vangelo. Allo stesso tempo questa scelta radicale veniva comunque vissuta all’interno di comunità apostoliche in cui le relazioni interpersonali erano vive. Questo è comprovato dal capitolo 7 della prima lettera ai Corinti di San Paolo. Alcuni esponenti della comunità di Corinto avevano interpretato in modo così radicale le parole di Gesù da far sentire a San Paolo il bisogno di correggerli: nel settimo capitolo egli spiega che, sebbene il celibato è una condizione da desiderare nel servizio a Dio, questo non significa che i legami matrimoniali sono da disprezzare. Come non è bene disprezzare le relazioni umane in generale.

La stessa vita di San Paolo dimostra come egli, benché celibe e totalmente donato alla sua missione apostolica, abbia vissuto intrecciando relazioni profonde con persone determinate. Si può notare come San Paolo abbia sempre agito in “compagnia” con collaboratori e amici molto stretti. Ne sono una prova, tra l’altro, le intestazioni delle sue lettere.

Anche gli Atti degli Apostoli ci presentano un modo di vivere ricco di relazioni umane. Gli apostoli si muovevano in gruppi o in coppie di discepoli. Dove giungevano stabilivano subito una serie di legami contraddistinti da amicizia e familiarità.

Dopo la risurrezione di Gesù, insomma, la rinuncia agli affetti familiari non veniva compiuta come consacrazione esclusiva a Dio o a Cristo per una semplice funzione ministeriale, era invece inserita in quella che da secoli è chiamata “apostolica vivendi forma”. Gesù si è incarnato e ha vissuto in relazione con gli uomini da celibe, chi è chiamato alla sua sequela su questo cammino, è chiamato a vivere la relazione con gli altri “celibi per il regno” e con i destinatari del Vangelo, non in maniera accidentale, ma come fatto determinante della scelta di rinunciare alla relazione coniugale.

Lasciare tutto per seguire Gesù, per cooperare alla sua opera di redenzione, è certamente un modello che si adatta alla vocazione di ciascun battezzato. Ma non si può negare che questo modello abbia uno specifico senso e peso nell’applicazione concreta di coloro che cooperano con il Signore più da vicino, cioè che hanno scelto di abbandonare tutto letteralmente per seguirlo. Anche chi si sposa è chiamato a sguire Gesù in modo radicale, mettendolo al centro di tutte le sue attività, vivendo con piena dedizione il matrimonio e facendo con perfezione il suo lavoro professionale. Ma obiettivamente la sua disponibilità non sarà dello stesso tipo di quella del sacerdote che eserciterà, per così dire, la sua piena dedizione in maniera concretamente più ampia a vantaggio di tutte le anime.

In questa prospettiva ci si rende conto che non è del tutto corretto parlare della scelta celibataria come di una semplice “rinuncia ad altro”. Il celibato apostolico è un’affermazione positiva di una scelta a seguire Gesù nel modo più vicino al suo stesso esempio di vita. Da questo punto di vista non bisogna confondere, come spesso accade, la scelta del celibato per il regno, con una specie di presa di posizione “stoica” che, individuando nei principi superiori un bene maggiore, arriva alla consapevolezza del distacco dall’unione umana matrimoniale, per un’unione più alta con il divino. È invece una situazione vissuta concretamente per il Regno in Gesù, cioè apre a una rete di nuove relazioni profonde, che potremmo definire “apostoliche” che divengono lo specchio visibile dell’amore invisibile di Dio.

Gesù chiama una cerchia ristretta di discepoli ad essere associati intimamente a Lui affinché sia visibile, in questo intimo rapporto, l’amore infinito del Padre per il Figlio e ha voluto che questa “visibilità” si moltiplicasse nel tempo e nello spazio ricreando quell’immagine della Trinità che è la Chiesa: “come tu stesso, o Padre, sei in me ed io in te, e così essi pure siano in noi; onde il mondo creda che tu mi hai mandato... come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro nel mondo” (Gv 17).

Il Padre, per farsi conoscere dagli uomini, ha mandato la sua perfetta immagine che è Gesù Cristo, così Cristo stesso offre alla comunità cristiana i “suoi” più intimi come sue icone viventi. Papa Giovanni Paolo II nelle ordinazioni del 14 marzo ’95 definì il sacerdote come “ministro dell’amore divino fra gli uomini”, e prima nell’81 aveva affermato che “il Celibato non è affatto marginale nella vita del sacerdote, dà testimonianza di un amore modellato sull’amore di Cristo”.

 

 

Il celibato nel Magistero della Chiesa

 

Uno dei momenti più importanti della riflessione della Chiesa sul celibato sacerdotale è stato certamente il Sinodo dei Vescovi del 1971. Il Sinodo ripropose il valore del celibato sacerdotale alla luce del contesto storico-missionario della Chiesa. Così come il sacerdozio di Cristo è visto come attività di riunificazione dell’umanità in Dio, così il ruolo dei presbiteri è rendere Cristo presente continuando l’opera degli apostoli. I prototipi dei presbiteri sono i dodici apostoli: essi furono chiamati da Gesù ad una particolare vocazione, a cui sono chiamati oggi i sacerdoti. Perciò il fondamento del celibato venne riaffermato dal Sinodo nel suo duplice aspetto di sequela apostolica di Cristo e di chiamata a partecipare alla sua missione di Pastore Supremo.

Il celibato sacerdotale è il segno che la salvezza è una realtà storica, il sacerdote, infatti, nel servire Dio con cuore indiviso e nel dedicarsi totalmente alle pecorelle, fa capire la presenza di Dio, testimoniando un amore fedele che mostra la fecondità spirituale della nuova legge. Perciò la relazione dei dodici con Cristo è da considerarsi il modello da cui scaturisce la vocazione sacerdotale che si riflette a sua volta nella  fraternità dei sacerdoti tra di loro e con il Vescovo.

Questi insegnamenti furono raccolti dal Sinodo nel testo Il sacerdozio ministeriale. È interessante notare che Papa Paolo VI volle che questo testo fosse pubblicato con i risultati della votazione che furono i seguenti: placet 168, non placet 10, placet iuxta modum 21, abstentiones 3.

Il Sinodo insomma ha fatto emergere il valore del celibato sacerdotale come rapporto speciale con il Signore, caratterizzato da incondizionato zelo per le anime e da rapporti fraterni intensi con gli altri sacerdoti e con il Vescovo che sono condizioni essenziali affinché esso sia segno dell’amore di Dio.

Con il Sondo del ’71 si è andato definitivamente risolvendo il tema del celibato sacerdotale, un cammino di riflessione che era iniziato con il Concilio Vaticano II ed era continuato nell’enciclica di Paolo VI Sacerdotalis Coelibatus del ’65.

Il tema fu poi di nuovo ripreso nel Sinodo del 1990 che avrebbe dovuto trattare esclusivamente della formazione dei sacerdoti ma si decise di riaffermare l’importanza del celibato sacerdotale. Questa ripresa e riaffermazione del principio è riscontrabile nell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis di Papa Giovanni Paolo II: “I Padri sinodali hanno espresso con chiarezza e con forza il loro pensiero con un’importante Proposizione, che merita di essere integralmente e letteralmente riferita: Ferma restante la disciplina delle Chiese orientali, il Sinodo, convinto che la castità perfetta nel celibato sacerdotale è un carisma, ricorda ai presbiteri che essa costituisce un dono inestimabile di Dio per la Chiesa e rappresenta un valore profetico per il mondo attuale. Questo Sinodo nuovamente e con forza afferma quanto la Chiesa Latina e alcuni riti orientali richiedono, che cioè il sacerdozio venga conferito solo a quegli uomini che hanno ricevuto il dono della vocazione nella castità celibe (senza pregiudizio della tradizione di alcune Chiese orientali e dei casi particolari di clero uxorato proveniente da conversioni al cattolicesimo...). Il sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’ordinazione sacerdotale nel rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale” (PDV, n.29).

Un altro documento di fondamentale importanza sul tema è il Direttorio per il Ministero e la vita dei presbiteri, della Congregazione per il Clero del 1994. Nel testo si legge “Convinta delle profonde motivazioni teologiche e pastorali che sostengono il rapporto tra celibato e sacerdozio e illuminata dalla testimonianza che ne conferma anche oggi, la validità spirituale ed evangelica ... la Chiesa ha ribadito nel Concilio Vaticano II e ripetutamente nel successivo Magistero Pontificio la ferma volontà di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’ordinazione sacerdotale nel rito latino. Il celibato, infatti è un dono che la Chiesa ha ricevuto e vuole custodire, convinta che esso è un bene per sé stessa e per il mondo» (n.57).

E poi ancora: «L’esempio é il Signore stesso il quale, andando contro quella che si può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente di vivere celibe. Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato tutto per compiere la missione loro affidata. Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto conservare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi (cfr. Ts 2, 15; 1Cor. 7, 5; 9, 5; 1Tim 3, 2.12; 5, 9; Tt 1, 7, 8)” (n.59).

Anche in questo documento viene ripreso il tema della comunione sacerdotale: “In forza del sacramento dell’Ordine ciascun sacerdote é unito agli altri membri del presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità. Egli, infatti, è inserito nell’Ordo Presbyterorum, costituendo quell’unità che può definirsi una vera famiglia nella quale i legami non vengono dalla carne o dal sangue ma dalla grazia dell’Ordine” (n.25).

 

 

La natura del celibato sacerdotale

 

Da questo esame sia del testo evangelico sia dei documenti che riguardano il Magistero recente, si nota come la riflessione della Chiesa sul celibato, alla luce delle istanze antropologiche contemporanee, abbia portato ad approfondire le ragioni della scelta celibataria in una dimensione più attenta alla storia e alle concrete difficoltà della società moderna.

La nozione di celibato è oggi una nozione complessa che descrive una situazione di vita che non è semplicemente riducibile a una rinuncia dell’esperienza matrimoniale, ma è pienamente descritta da un’assunzione di legami di fraternità e amicizia e dall’impegno totale per la comunità dei fedeli, il tutto fondato sul fedele amore a Gesù Cristo. È Lui stesso che ha proposto ai ministri del suo vangelo il celibato all’interno di un contesto comunitario.

Vale la pena citare per intero le conclusioni di Mons. Marini nel suo Il celibato ecclesiastico e la fraternità sacerdotale nel Magistero: “La cultura moderna ha contestato in radice il celibato sacerdotale in quanto disumano, perché negatore di una dimensione fondamentale della persona come l’intersoggetività. Il Magistero della Chiesa ha voluto invece ripensare il celibato sacerdotale, mettendone in luce anche gli elementi di intersoggettività: la relazione con il Vescovo, la fraternità sacerdotale e possibilmente la vita comune; il Magistero però non ha tralasciato di richiamare continuamente anche le altre dimensioni: di consacrazione sempre più intima al Signore Gesù e di donazione sempre più libera ai fedeli; la sollecitazione ad un ripensamento più ampio del quadro concettuale relativo al celibato sacerdotale ed in particolare al suo significato apostolico. L’istanza della vita comune per il clero non sarebbe l’assunzione surrettizia di un’istituzione tipicamente monacale, anche se storicamente questo può essersi verificato, ma sarebbe piuttosto il risvolto necessario della scelta del celibato evangelico, in prospettiva apostolica. Se ciò non è stato chiaro del tutto in passato, può essere avvenuto perché la coscienza che si aveva del celibato sacerdotale non si era sufficientemente confrontata con la forma iniziale della vocazione celibataria sacerdotale, ma dipendeva ancora troppo da mentalità esterne al dato cristiano. Occorrerebbe però ricordare come nei primi secoli il ministero presbiterale era vissuto come realtà collegiale, il che non poteva che favorire il sorgere di una vita comune, attorno al vescovo, di presbiteri non sposati (Sant’Agostino ed altri). Tale collegialità venne poi sempre più disgregandosi, dando luogo a forme di vita sacerdotale completamente isolate; si comprende allora perché il celibato fu approfondito soprattutto a partire da questa nuova situazione (sottolineatura della motivazione mistica; della motivazione di servizio dei fedeli). Oggi dunque, a partire dal Concilio Vaticano II, si va riscoprendo la dimensione collegiale del presbiterio. Ciò dovrebbe portare anche ad una riconsiderazione dello stile di vita dei preti (vita in comune) e quindi del senso del celibato, in questa dimensione più comunitaria, che il Magistero ha indicato. I sacerdoti che rinunciano ad una relazione coniugale, lo fanno per seguire il Signore Gesù all’interno di una comunità apostolica, ove «possono realizzare quelle profonde e benefiche relazioni interpersonali», che consentono loro innanzitutto di aprirsi veramente e profondamente al mistero dell’amore del Signore Gesù ed insieme di essere segno trinitario tipico di quella comunione fraterna che Cristo vuole suscitare nel mondo e che nel rapporto appunto di Cristo col Padre ha il suo fondamento ed il suo modello. Nello stesso tempo la partecipazione alla comunione apostolica alimenta in loro quel desiderio di donarsi sempre più al servizio dei fratelli e soprattutto educa in loro atteggiamenti giusti di rispetto e di comprensione, di attenzione e di condivisione, che deve caratterizzare la carità pastorale. Emerge allora sempre più chiaramente il rapporto celibato sacerdozio, nel senso che il celibato sacerdotale è appunto al servizio della missione apostolica; la vita di comunione fraterna, cui esso deve dare luogo, è fondamentale fermento e segno trinitario per i fedeli ed insieme stimolo ed apprendistato alla donazione e ad una capacità di relazione profonda e personale anche nell’apostolato” (pp.129-130).

L’appello di Gesù a seguirlo e a imitarlo richiede una dedizione radicale che è valida per tutti i battezzati, nessuno escluso. Ma per i sacerdoti questo appello e la conseguente dedizione, hanno un valore aggiunto, come scrisse Giovanni Paolo II nell’esortazione Pastores dabo vobis: “Questa stessa esigenza si ripropone per i sacerdoti, non solo perché sono «nella» Chiesa, ma anche perché sono «di fronte» alla Chiesa, in quanto sono configurati a Cristo Capo e Pastore, abilitati e impegnati al ministero ordinato, vivificati dalla carità pastorale”.

C’è un altro aspetto non meno fondamentale per considerare la natura del celibato sacerdotale in tutta la sua ricchezza. Il sacerdote è colui attraverso il quale, nella Chiesa, Gesù può rendersi presente nell’Eucaristia. Gesù si “dà da mangiare” come supremo segno della donazione totale alla sua Chiesa, il sacerdote che è chiamato ad amministrare questo sacramento è anche lui in qualche modo coinvolto in questa donazione radicale. Il Cardinal Castrillon Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero, ha usato queste parole per sottolineare la connessione tra la vocazione del sacerdote e l’Eucaristia, commentando la lettera del Giovedì Santo 2005 di Giovanni Paolo II ai sacerdoti: “Dalla sua Croce, il Papa addita ad ogni sacerdote l’insondabile dignità, conferitagli dall’Ordinazione, di poter pronunciare le parole della Istituzione del mistero eucaristico in persona Christi, e di ricevere la capacità di trasformare la propria esistenza sacerdotale in un dono radicale per la Chiesa e per l’umanità, vale a dire di assumere una "forma eucaristica". L’Eucaristia, infatti, costituisce il momento culminante nel quale Cristo, nel suo Corpo donato e nel suo Sangue versato per la nostra salvezza, svela il mistero della sua identità ed indica il senso del ministero sacerdotale. Come diceva Sant’Agostino: "Siate ciò che ricevete e ricevete ciò che siete". (Conferenza stampa di presentazione della lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il Giovedì Santo, 18.3.2005)

La vocazione del sacerdote è quella di vivere un’esistenza donata. Così come Cristo si dona nel pane e nel vino, così il sacerdote, “alter Christus”, deve farsi pane a beneficio di tutta l’umanità. Gesù ha affidato se stesso alla Chiesa attraverso l’Eucaristia, il sacerdote deve seguirlo anche in questo, rimettendo tutta la sua vita alla Chiesa nell’obbedienza al Vescovo, nella dedizione alle anime e nella fraternità apostolica.

“Si tratta di una donazione della nostra automomia, anche di quella legittima, - prosegue il Cardinale - di una donazione contro la quale si ribella la cultura attuale che pretende la autorealizzazione della ragione svincolata da ogni limite. Perché l’obbedienza è anche umiltà della intelligenza. Usando una espressione di San Carlo Borromeo, rivolta ai sacerdoti, possiamo anche noi ripetere: "Se così faremo, avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri".

Il celibato sacerdotale è il modo attraverso cui Gesù chiama i suoi più intimi a testimoniare il suo amore a tutta la comunità umana. Non è quindi solo una rinuncia agli affetti familiari affinché il distacco avvicini più a Dio, anzi. Il celibato in qualche modo far toccare con mano, per rendere visibile e concreto in mezzo al mondo, quell’amore divino del Padre per il Figlio potenzia, se ci è concessa l’espressione, la capacità del sacerdote di entrare in relazione con gli altri per e del Figlio per gli uomini che può manifestarsi nell’amore perfettamente donato del sacerdote.

 

Approfondimenti

 

 

Intervista a Sua Eminenza, il Cardinale Darío Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero sul tema: il celibato sacerdotale

 

1. Domanda: La questione del celibato dei sacerdoti, a detta di alcuni, è una questione esclusivamente di disciplina e di legislazione ecclesiastica che, volendo, potrebbe essere modificata. Le cose stanno veramente in questo modo o tra vocazione sacerdotale e celibato c’è un legame particolare?

 

Castrillón: Colgo l’occasione che mi offre la formulazione della sua domanda per chiarire che il celibato per i cristiani non costituisce una “questione”, come se esso fosse un problema da risolvere od una teoria, ma è, invece, un dono dell’amore misericordioso di Dio che la Chiesa riceve continuamente e vuole custodire, convinta che esso è un bene eccelso per se stessa e per il mondo intero. Il Magistero della Chiesa lo ha ribadito fin dai tempi apostolici e lo ha riaffermato più volte anche nell’ultimo Concilio Ecumenico ed in modo particolare nella Costituzione Lumen gentium dove troviamo questa affermazione: “eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cf Mt 19,11; 1 Cor 7,7) di voltarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni (cf 1 Cor 7, 32-34) nella verginità e nel celibato” (n. 42).

Con riferimento specifico al celibato sacerdotale, il Decreto conciliare Presbiterorum ordinis, di cui abbiamo da poco celebrato il 40° anniversario della sua promulgazione, dichiara: “La perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (cfr. Mt 19,12), nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale” (n. 16). Esiste infatti uno stretto legame del celibato con la Ordinazione sacerdotale, sacramento che configura ontologicamente il sacerdote a Gesù Cristo, Capo e Sposo della sua Chiesa.

Aggiungo che il celibato sacerdotale è, sì, legge ecclesiastica ma la normativa canonica non deve essere intesa come una imposizione arbitraria della Chiesa, come se si trattasse di un comando esterno che ricade sul sacerdote quasi che egli dovesse pagare un tributo a Dio per essere ministro ordinato. La legge ecclesiastica sul celibato ha la sua radice nel mistero di Cristo e della sua Chiesa. D’altronde non possiamo dimenticare che tutta la legislazione ecclesiastica ha il suo fondamento nella volontà salvifica di Dio Padre, realizzata in Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. La norma canonica guida la Chiesa nella missione che Cristo le ha affidato: di essere sacramento universale di salvezza. 

 Dinnanzi alle difficoltà ed alle obiezioni sollevate da più parti e lungo i secoli in ordine alla comprensione ed all’accoglimento di questo dono, il Magistero della Chiesa, anche dopo l’ultimo Concilio Ecumenico, ha ribadito che esistono motivazioni teologiche di natura cristologica, ecclesiologica ed escatologica che mostrano l’intima connessione del celibato col ministero ordinato nella sua duplice dimensione di relazione a Cristo e alla sua Chiesa.   

 

2. Domanda: Potrebbe dirci qualcosa in merito a queste motivazioni?

 

Castrillón: Li riassumo con tre enunciati di carattere biblico-teologico.

Il primo enunciato è di natura cristologica: Cristo, il quale è vissuto celibe, ha chiesto agli Apostoli di imitarlo e di seguirlo con un cuore non diviso e di lasciare tutto, per portare all’umanità intera, fino ai confini della terra ed in attesa della sua venuta, la salvezza da lui stesso conquistata sulla Croce.

Il secondo è di natura ecclesiologica: il sacerdote quale ministro sacro di Cristo è chiamato ad amare la Chiesa nel modo totale ed esclusivo con cui Cristo Capo e Sposo l’ha amata, vale a dire con tutto se stesso, anima e corpo, testimoniando così l’amore sponsale di Cristo verso la Chiesa, sua Sposa, e ricevendone una ampia paternità spirituale in Cristo.

Il terzo enunciato è di natura escatologica: mediante la sua piena comunione e la sua donazione personale a Cristo e alla sua Chiesa, il presbitero prefigura ed anticipa nel mondo la comunione e la donazione perfette e definitive che Cristo avrà con la sua Chiesa nella vita eterna, essendo così segno vivente di quel mondo futuro.

In questa luce si possono più facilmente comprendere i motivi della scelta plurisecolare che la Chiesa Latina ha fatto e mantiene: “di conferire l’ordine sacerdotale solamente agli uomini che diano prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e perpetuo”, come si afferma nella Esortazione apostolica Pastores dabo vobis (n. 29).

E’ bellissimo quanto ha scritto il Servo di Dio Giovanni Paolo II nel suo libro autobiografico “Alzatevi, andiamo!”, a proposito del legame tra celibato e paternità spirituale: “Il celibato, infatti, dà la piena possibilità di realizzare questo tipo di paternità: una paternità casta, consacrata totalmente a Cristo e alla sua vergine Madre. Il Sacerdote, libero dalla sollecitudine personale per la famiglia, può dedicarsi con tutto il cuore alla missione pastorale. Si capisce pertanto la fermezza con cui la Chiesa di rito latino ha difeso la tradizione del celibato per i suoi sacerdoti, resistendo alle pressioni che nel corso della storia si sono, di tempo in tempo, manifestate. E’ una tradizione certo esigente, ma che si è rivelata singolarmente feconda di frutti spirituali.”

 

3. Domanda: E la disciplina delle Chiese Orientali non contraddice questa posizione della Chiesa Latina?

 

Castrillón: Assolutamente no. Non c’è nessuna contraddizione. Le rispondo con le parole del Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri del 31 gennaio 1994: “La disciplina delle Chiese Orientali che ammettono il sacerdozio uxorato, non è contrapposta a quella della Chiesa Latina. Infatti, le stesse Chiese Orientali esigono comunque il celibato dai Vescovi. Inoltre, non consentono il matrimonio dei sacerdoti e non permettono successive nozze a quelli rimasti vedovi” (n. 60).

Questo significa che in Oriente come in Occidente non è mai permesso ad un sacerdote di sposarsi e che solamente i sacerdoti celibi possono accedere all’episcopato.

 Riaffermo perciò che il celibato sacerdotale è intimamente legato al sacerdozio. Il sacerdote celibe imita Cristo e vive come gli apostoli. Il celibato è sempre scelta di libertà ed accoglimento gioioso di una specifica vocazione di amore per Dio e per gli altri, e non è affatto frutto di un spiritualismo disincarnato o di un disprezzo della sessualità umana da parte dei candidati al sacerdozio.

 

4. Domanda: Perché allora, anche in tempi recenti, il celibato sacerdotale è sempre più spesso fonte di discussione e di dibattito?

 

Castrillón: Nella Chiesa, e mi riferisco anche al Concilio Ecumenico Vaticano II ed ai due Sinodi dei Vescovi del 1971 e del 1990 che hanno trattato dell’argomento, non si sono mai posti in discussione i principi e le ragioni su cui si fonda il celibato sacerdotale ma si è dibattuto sulle formulazioni da dare alla disciplina ecclesiastica a questo riguardo.  

Chi invece pone in discussione il fondamento del celibato cristiano è colui che non ha fede in Cristo. Senza fede non è possibile comprendere la natura e la efficacia del celibato cristiano, ed in particolare quello sacerdotale, così come senza fede non risulta comprensibile lo stesso sacerdozio ministeriale.

Ribadisco che il celibato di Cristo, a cui si configura quello dei suoi ministri ordinati, fa parte dello stesso mistero dell’Incarnazione e della Croce, mistero realizzatosi secondo la volontà salvifica di Dio Padre ed accolto nell’ubbidienza dall’amore oblativo del Figlio. Altrimenti risulterebbero incomprensibili, tra l’altro, anche quelle parole del Salmo 40 che l’apostolo Paolo riferisce a Cristo nel suo dialogo con il Padre (cfr. Eb 10,5): “Sacrificio e offerta non hai  voluto, ma un corpo mi hai preparato. Ecco, Signore, io vengo….per fare la tua volontà” (Sal 40, 6-8). Questa è anche la preghiera dei ministri sacri di Cristo.

La fede cristiana è essenzialmente comunione con la Croce di Cristo. Mi sembra che tutti noi cristiani ed in particolare noi sacerdoti, dovremmo imparare meglio questa pietà della Croce che rende più fecondo spiritualmente e più gioioso il nostro celibato sacerdotale.     

 Ricordo che, nel Sinodo dei Vescovi del 1971, i 202 Vescovi rappresentanti di tutte le circoscrizioni ecclesiastiche territoriali del mondo, votarono il seguente testo: “La legge del celibato sacerdotale in vigore nella Chiesa latina deve essere integralmente conservata” (Acta Apostolicae Sedis, 63, 1971, pp 897s., con il seguente risultato di voto favorevole  al suddetto testo: 94,97%). Venti anni più tardi, nel Sinodo del 1990 sulla formazione sacerdotale, molti Padri sinodali chiesero che si presentasse il celibato come un carisma piuttosto che come una disciplina. Nell'Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, Giovanni Paolo II fece sua la proposta n. 11 votata dai Padri: “Il Sinodo, convinto che la castità perfetta nel celibato sacerdotale sia un carisma… non vuole lasciare alcun dubbio quanto alla volontà ferma della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'ordinazione sacerdotale nel rito latino. Il Sinodo richiede che il celibato sia presentato e spiegato nella totalità della sua ricchezza biblica, teologica e spirituale come un dono…„ (n. 29 ).

Mi piace, in conclusione, citare la proposizione 11 del recente Sinodo dei Vescovi sull’Eucarestia tenutosi a Roma lo scorso Ottobre: “i Padri Sinodali hanno affermato l’importanza del dono inestimabile del celibato ecclesiastico nella prassi della Chiesa latina. Con riferimento al Magistero, in particolare al Concilio Vaticano II e degli ultimi Pontefici, i Padri hanno chiesto di illustrare adeguatamente ai fedeli le ragioni del rapporto fra il celibato e l’ordinazione sacerdotale…”.

 

5. Domanda: Qual è il ruolo del sacerdote, oggi, di fronte a una società profondamente secolarizzata?

 

Castrillón: Nell’attuale contesto di una cultura inficiata dal relativismo morale ed esistenziale, e disillusa dallo scientismo a cui chiedevano certezze assolute, gli uomini, anche senza manifestarlo apertamente, anelano alla verità, a quella verità che dia senso alla loro esistenza. Questa verità è Cristo stesso e gli uomini Lo cercano, innanzitutto, nel sacerdote.

L’uomo secolarizzato chiede al sacerdote di vedere e di incontrare personalmente Cristo. Al sacerdote chiede che Cristo lo liberi dalla schiavitù della menzogna e dal veleno della idolatria. In definitiva, al sacerdote chiede quella trascendenza di Dio che si è fatta vicinanza: vuole sperimentare una nuova vita vissuta con il Dio vicino, con l’Emmanule, con il Dio-con-noi.

Contemplando nel sacerdote il volto di Cristo, l’uomo d’oggi incontra in lui la persona che, “creato a favore degli uomini in funzione delle cose che riguardano Dio” (Eb 5,1) possa dire con Sant’Agostino: “La nostra scienza è Cristo e la nostra sapienza è ancora Cristo. E’ lui che infonde in noi la fede riguardo alle realtà temporali ed è lui che ci rivela quelle verità che riguardano le realtà eterne” (Sant’Agostino, De Trinitate 13, 19,24: NBA 4, p. 555).

 

6. Domanda: Ma in che modo il vivere nel celibato aiuta il sacerdote a realizzare questa sua missione?

 

Castrillón: Il celibato sacerdotale è cammino di santità perché è cammino di identificazione con Cristo, cammino lungo il quale il sacerdote ama la Chiesa con quell’amore totale ed esclusivo con cui Cristo stesso l’ha amata, come suo Capo e Sposo. 

Il dono del celibato sacerdotale non lo si può semplicemente “prendere”, come se fosse qualcosa di dovuto, e nel riceverlo, non ci si può permettere di nasconderlo: sarebbe un tradimento verso Dio ed una ingiustizia verso gli uomini. Questo dono è un mistero che attira nel suo dinamismo nel dare, secondo la misura del cuore di Cristo. Il sacerdote entra, infatti, nella storia salvifica del Legno della vita, dell’acqua e del sangue del Cuore trafitto del Verbo della vita e, in questi ultimi tempi (cfr. 1 Cor 6,17), del pane e del vino “transustanziati” nel suo Corpo e nel Suo sangue mediante il potere dello Spirito di Cristo. Il celibato  sacerdotale partecipa, così, ogni giorno della verità di Cristo e si fa carità salvifica che dona agli uomini la stessa vita divina.

 In tal senso il sacerdote è servitore, ministro! Come dice San Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi, i sacerdoti sono  servitori della gioia degli uomini (cfr. 2 Cor 1,24). Così si comprende perché la vita sacerdotale è interamente ministeriale: essa è chiamata a manifestare una costante disposizione di seguire con fedeltà la volontà fondante di Cristo (cfr. Lc 22, 26-27) che è servire gli altri propter Christum.

Il ministero sacerdotale, perciò, - lo ricordo con parole di Paolo VI- “non è un mestiere o un servizio qualunque esercitato in favore della comunità ecclesiale, ma un servizio che partecipa in una maniera assolutamente speciale e con un carattere indelebile alla potenza del sacerdozio di Cristo, grazie al sacramento dell’Ordine” (Paolo VI, Messaggio ai sacerdoti, 30.6.1968, alla Chiusura dell’anno della Fede).

Roma, 16.2.2006

 

 

La fecondità del celibato sacerdotale, di Jean-Pierre Ricard, Arcivescovo di Bordeaux

 

In occasione del 40° anniversario del decreto conciliare “Presbyterorum ordinis”, Jean-Pierre Ricard, Arcivescovo di Bordeaux e Presidente della Conferenza Episcopale Francese, ha tenuto a Roma una relazione sul celibato sacerdotale che sintetizza efficacemente gli aspetti fondanti e il significato di questa pratica.

Vale la pensa citare per intero la parte finale della relazione:  “Si capisce come la Chiesa latina per i sacerdoti e i vescovi e le Chiese orientali per i vescovi abbiano scelto di chiamare coloro che sentivano una chiamata interiore ad impegnarsi in questa forma concreta di vita apostolica alla sequela di Cristo. Essa desidera chiamare solo quelli che hanno ricevuto questo carisma, solo quelli che comprendono la portata apostolica e missionaria di questa forma di vita. Il Concilio Vaticano II parla di “rapporto di convenienza” tra il celibato e il sacerdozio. Questo è stato ribadito dai successivi pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI come pure dai Sinodi del 1971, 1990 e 2005.

Penso che l’urgenza di una nuova evangelizzazione, in particolare dei paesi di antica cristianità, esige la testimonianza di un radicalismo evangelico, cioè la testimonianza quotidiana di una vita totalmente donata. Ciò che mi colpisce nei giovani che oggi pensano al sacerdozio, è che, se lo fanno, è sempre nella dinamica di un impegno radicale alla sequela di Cristo. L’avventura apostolica vale veramente la pena solo se ci si dona ad essa pienamente.

Questa consacrazione a Cristo nel radicalismo evangelico va controcorrente rispetto alla logica dominante della nostra società e dei valori di molti dei nostri contemporanei. Alcuni si chiedono: come vivere la continenza in un ambiente erotizzato, che raccomanda l’uso della sessualità come passaggio obbligato per qualunque crescita umana? Come praticare la povertà in una società dei consumi e l’obbedienza in un universo che è quello dell’inidividuo-re, dell’individuo che fissa a se stesso la propria condotta e definisce i valori che orienteranno le sue scelte? Questa scelta di vita è una vera e propria sfida. Eppure, credo sia più eloquente di quanto non si creda, in particolare per un certo numero di nostri contemporanei che si interrogano sul senso della vita, sull’esistenza che conducono o che si fa loro condurre.

Questa scelta di vita può essere eloquente solo se articola bene obbedienza, celibato e povertà. Sono tutte componenti necessarie per un’autentica libertà interiore al servizio di un’autentica carità pastorale. A che cosa serve la povertà del sacerdote, se non è casto? E la sua castità, se lo si vede attirato dal denaro? E la sua povertà e la sua castità, se agisce solo di testa sua e lo si vede profondamente egocentrico? Non si può dissociare l’annuncio del messaggio del Vangelo dall’implicazione personale del messaggero. Chi proclama il vangelo delle Beatitudini deve essere, lui stesso, nella sua vita, un servitore di queste Beatitudini.

Non ci si può aspettare dal candidato all’ordinazione presbiterale che abbia già dietro di sé una vita in cui tutte queste esigenze di obbedienza, continenza e povertà siano pienamente integrate e perfettamente vissute. L’enciclica di Paolo VI Sacerdotalis coelibatus parla, a questo proposito, di “laboriosa conquista” (n° 73). Certo, al candidato che sceglie questa forma di vita, si chiede di essere attratto da essa e che non vi siano in lui delle controindicazioni o un ostacolo psicologico a questa scelta (cf. Vaticano II, decreto Optatam totius n° 10; Paolo VI: o.c. n° 60-72; Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n° 50). Ma la piena libertà interiore, il dono di sé, la carità pastorale sono opera di tutta una vita e chiedono una conversione permanente. La chiamata di Cristo a seguirlo non è un semplice avvenimento che si allontana nel tempo. È un invito permanente che suscita la nostra risposta oggi. Lo vediamo bene nel Vangelo di Giovanni dove tutto il ministero di Pietro è inscritto fra una chiamata iniziale (Gv 1,41-42) e un ultimo “seguimi” dopo l’annuncio della sua forma di morte (Gv 21,19).

Il celibato si comprende solo all’interno della fede. Esso implica la comprensione della fecondità di una vita apostolica totalmente donata. Gesù lo sottolineerà ai suoi discepoli: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso… Chi può capire capisca!” (Mt 19, 11.12). Questo va al di là delle forze umane. Solo la grazia di Dio può realizzarlo in noi. Ciò che è chiesto al sacerdote è domandare sempre questa grazia e prepararsi a riceverla, essendo fedele a tutti i mezzi di santificazione che gli vengono offerti dal suo ministero stesso: preghiera, ascolto della Scrittura, celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, pratica personale del sacramento della penitenza, incontro pastorale, vigilanza sul proprio equilibrio di vita, sana organizzazione del tempo libero, prudenza nelle relazioni…

Offrendosi totalmente a Cristo, deve poter dire come san Paolo: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). È in questo modo che il Concilio Vaticano II ha voluto chiamare tutti i sacerdoti alla santità: “Perciò questo sacro Sinodo, per il raggiungimento dei suoi fini pastorali di rinnovamento interno della Chiesa, di diffusione del Vangelo in tutto il mondo e di dialogo con il mondo moderno, esorta vivamente tutti i sacerdoti ad impiegare i mezzi efficaci che la Chiesa ha raccomandato in modo da tendere a quella santità sempre maggiore che consentirà loro di divenire strumenti ogni giorno più validi al servizio di tutto il popolo di Dio” (P.O. n° 12, cf. anche n° 14 e n° 18).

Infine, il motivo vero e profondo del celibato consacrato è “la scelta di una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio della intera umanità” (Paolo VI, Sacerdotalis coelibatus n° 54). È la carità pastorale che chiede questa forma di vita apostolica in cui celibato, obbedienza e povertà sono strettamente legate. Nel momento in cui festeggiamo i 40 anni del decreto conciliare Presbyterorum ordinis dobbiamo riconoscere che questo testo che ha fecondato la riflessione della Chiesa nel corso di questi anni non ha perduto nulla della sua forza e della sua attualità”.

 

 

 

 

Il celibato sacerdotale alla luce della psicologia, di Wanda Poltawska

 

A differenza del celibato dei laici, quello dei sacerdoti è determinato da una scelta libera e consapevole dell'uomo psichicamente maturo (è una delle principali condizioni poste a chi desidera accedere agli Ordini sacri) e come tale non provoca frustrazioni, che sono invece una reazione psicologica molto frequente tra quei laici che, desiderando un altro stato di vita, si sentono "condannati" a una vita di solitudine. Tale tipo di reazione si manifesta più spesso nelle donne che negli uomini e in molti casi il desiderio non appagato della vita coniugale e della maternità diviene causa di depressioni psichiche.

Fare una scelta significa sempre rinunciare ad altre possibilità, ad altri valori, ma una scelta libera, fatta di propria volontà è anche testimonianza della convinzione che il valore scelto è superiore a tutti gli altri.

Il sacerdozio è talmente carico di possibilità di autorealizzazione da dare alla vita dell'uomo che l'ha scelto quel senso di pienezza che tanto spesso manca nella vita della gente comune. Paternità spirituale, potestà" di sciogliere e di legare, gioia di portare agli altri, con le proprie mani, quel dono supremo che è Dio stesso, pongono la dignità sacerdotale su un piano cosi alto nella gerarchia delle possibilità umane che non è possibile paragonarla a qualsiasi altro valore, e non lascia spazio alle frustrazioni.

Nella mentalità comune, il sacerdozio è stato sempre legato all'obbligo del celibato e tale disposizione della Chiesa non ha in genere trovato, nei secoli passati, una vera contestazione. Sia la vocazione al sacerdozio sia quella al matrimonio richiedono la stessa totale dedizione e quindi si escludo no a vicenda, anche se il tipo di personalità richiesto in entrambi i casi è in fondo identico. Nel Novecento, invece, si ha non tanto la negazione dell'idea stessa di celibato, quanto piuttosto il dubbio sulla reale possibilità di mantenere decisioni a esso legate.

Giovanni Paolo II, parlando del celibato sacerdotale, lo definisce spesso "sacro" - "il sacro celibato sacerdotale" - sottolineando che non si tratta di una semplice rinuncia alla vita coniugale, poiché il suo senso profondo consiste nella castità e nella verginità, nell'unione suprema con Dio.

Il celibato rispetto al sesto comandamento

Il mondo moderno, a causa della crescente tendenza al permissivismo e all'esaltazione della dimensione biologica dell'uomo, tende a negare la sua capacità di vivere la castità per, tutta la vita. La rinuncia all'attività sessuale viene percepita da alcuni come castigo, da altri come ideale irraggiungibile, da altri ancora come un modo di vivere "contrario alla natura umana ".

Dimenticando la particolare grazia del sacramento, che dà" il sostegno e la forza necessaria per realizzare tale vocazione, si confonde spesso il celibato sacerdotale con quello dei laici i quali, non avendo una motivazione profonda, non osservano il sesto comandamento, anche se si ritengono cattolici credenti. La legge costituita da Dio e destinata a tutti " non fornicare " viene contestata anche basandosi su quanto quotidianamente si osserva: tante sono nei nostri tempi le persone che trasgrediscono questo comandamento che esso può addirittura sembrare "inadeguato" alle capacità umane, quasi fosse impossibile rispettarlo.

Questa etica permissiva, sempre più diffusa, ha determinato un atteggiamento di attesa di una svolta definitiva nella dottrina della Chiesa, non solo per quanto concerne il celibato sacerdotale, ma piuttosto per tutte le norme etiche e, tra l'altro, anche per gli obblighi del sesto comandamento. La Chiesa, cercando con intenti esclusivamente pastorali di aiutare gli uomini di questo tempo il cui specifico modello di vita è peraltro incline alla comodità, ha già reso meno rigorose diverse regole di comportamento, e questo ha provocato l'aspettativa di ulteriori cambiamenti, soprattutto nelle questioni la cui definizione appartiene alle autorità ecclesiastiche e non deriva direttamente dalla Rivelazione divina.

Poiché il celibato sacerdotale, introdotto in base all'esperienza, ha in sé il carattere di decisione umana e non divina, l'uomo del ventesimo secolo sembra essere in attesa che "qualcosa cambi". Tale atteggiamento di dubbio, della "porta, aperta", rende ancora più difficile il rispetto della castità, anche da parte dei sacerdoti. Ora, la decisione definitiva e univoca - "scelgo il celibato una volta per sempre, senza possibilità di revoca" - come tutte le decisioni univoche e definitive, è più facile da realizzare di una decisione incerta - "forse si, ma vedremo dopo" - che favorisce il peccato di fornicazione, indebolendo il meccanismo di autocontrollo necessario per osservare il sesto comandamento. E' assai frequente la convinzione che l'unico rimedio ai problemi legati al celibato stia nel concedere al clero la facoltà di contrarre matrimonio. Infatti, la frequenza con cui viene commessa la fornicazione mette in crisi la convinzione sulla reale possibilità di vivere secondo altri modelli. L'uomo moderno dimentica spesso che il sesto comandamento riguarda tutti, senza eccezioni, e che non esistono circostanze in grado di sospendere la validità di questa legge divina.

Sorge allora l'interrogativo se l'abolizione del celibato costituirebbe solo un consenso al matrimonio indissolubile o piuttosto la richiesta di introdurre il diritto a una vita sessuale indipendente dal matrimonio, cioè, in fondo, il tentativo di sanzionare la fornicazione in generale, anche quella dei sacerdoti. La crescente tendenza a riconoscere "i diritti" dei giovani all'attività sessuale spesso fa si che la preparazione al sacramento del matrimonio, come pure al sacerdozio, venga preceduta da una fornicazione "presacramentale", sia di carattere etero che omosessuale. Esperienze di questo genere condizionano in qualche modo il comportamento della persona, lasciano un'impronta, un ricordo che renderà poi ancora più difficile il controllo delle proprie reazioni.

Il concetto errato di sessualità

Le tendenze permissive dell'etica moderna traggono origine da un errato concetto della sessualità umana in generale. Il fatto stesso di essere dotato di sesso, dal quale deriva la possibilità di generare, non impone l'atto sessuale come necessario. L'uomo non è determinato nella sua attività sessuale, non esistono nell'organismo umano meccanismi che lo costringono a tale attività. Determinato è solo il sesso, quel dono del Creatore trasmesso dai genitori nel primo istante di vita. L'intera struttura somatica e la formazione psichica dell'essere umano sono nel loro sviluppo strettamente connesse con il sesso; l'esistenza umana, in ogni suo aspetto, porta i tratti della sessualità, tutto quello che l'uomo compie nella sua vita è da essa segnato. La sessualità è quindi un modo di esistere nel mondo ed è perciò assolutamente sbagliato parlarne separandola dall'uomo stesso: il sesso in quanto tale, come concetto astratto separato dall'uomo, non esiste. Esiste solo l'essere umano, dotato di sessualità; l'essere umano, che dalla propria sessualità non si può mai liberare, è maschio o femmina in ogni fase della sua vita. L'intero corpo umano porta i tratti di questa sessualità innata ed è sottoposto a un complicato sistema nervoso e di funzioni biologiche indipendenti dalla sua volontà. L'organismo umano, opera suprema del Creatore, è nella sua complessità un insieme molto armonioso, ordinato con una precisione affascinante e indipendente dal soggetto stesso. Il corpo segue da solo, senza essere comandato dalla volontà umana, le leggi della propria natura: tutte le reazioni che avvengono nell'organismo durante l'intero ciclo della vita derivano da Dio e sono suo dono.

Il corpo umano, dotato di tutti gli organi necessari per vivere, possiede anche quelli che, chiamati impropriamente "sessuali", sono invece organi essenzialmente procreativi, la cui funzione consiste nel trasmettere il dono della vita. Il Creatore, dotando l'uomo di questi organi, gli ha concesso la possibilità di essere suo collaboratore nella grande opera della creazione.

A tale collaborazione la persona umana viene chiamata da Dio nel sacramento del matrimonio, il quale unisce i coniugi secondo il progetto divino - "saranno due in un unico corpo" - cui e subordinata la struttura fisiologica dell'organismo umano.

Non tutti sono però chiamati a essere genitori: alcuni hanno altri compiti da realizzare. Il richiamo alla procreazione, anche se frequente, non è comune a tutti. La sessualità, in quanto modo di essere dell'individuo, è data a ognuno; la procreazione, invece, è compito solo di coloro che a essa sono stati chiamati dal Creatore.

Il mito dell'orgasmo

L'atto sessuale che unisce i coniugi richiede una sollecitazione degli organi genitali che normalmente rimangono inattivi. Una persona con reazioni normali non sente una particolare eccitazione di carattere sessuale senza esservi indotta. Il concetto di istinto sessuale riferito all'uomo è quindi poco preciso: simile istinto, nel senso letterale del termine, non esiste, esistono solo certe reazioni sessuali che l'uomo può seguire, ma può anche controllare e dominare. Per essere compiuto, l'atto sessuale necessita di uno stato di eccitazione iniziale, come è facile osservare soprattutto nell'organismo maschile. Questa eccitazione, che può essere causata da un impulso di carattere fisiologico, emotivo o volitivo, non solo è facile da raggiungere, ma viene anche avvertita come una sensazione piacevole. Il punto culminante, chiamato orgasmo, non è altro che il meccanismo finalizzato a realizzare la procreazione. Esso facilita la fecondazione anche se, ovviamente, non la determina. Ma l'orgasmo, essendo una sensazione particolarmente intensa e profonda, diventa spesso l'unico obiettivo, viene cioè separato dalla sua funzione procreativa tanto più che è considerato "segno" dell'amore con il quale lo stesso atto sessuale è spesso erroneamente identificato.

L'uomo moderno desidera il piacere e lo cerca in ogni modo. La sessuologia moderna descrive con precisione diversi metodi per raggiungere l'orgasmo e le tecniche per provocarlo, dimenticando spesso che questo stato di massima eccitazione è solo mezzo e non scopo, e che può dar luogo al concepimento e a tutti i problemi connessi con il ruolo di genitori. L'atteggiamento edonistico pone l'orgasmo tra gli obiettivi più desiderati cui l'uomo mira. Per il solo fatto di essere dotato di un sesso, l'uomo si sente in qualche modo autorizzato all'attività sessuale, talvolta dichiara addirittura di esservi costretto dalle proprie reazioni somatiche. Si crea in questo modo una precisa forma di dominio sull'uomo da parte dei suoi meccanismi fisiologici.

Errato concetto di virilità

La facilità con cui è possibile stimolare l'eccitazione sessuale determina in molti uomini una particolare tendenza alla ricerca del piacere e della successiva distensione. Ma tale eccitazione, soprattutto quella non volontariamente determinata, è abbastanza facile da dominare con la volontà. Infatti, ciò che differenzia l'essere umano dagli animali è la capacità di controllare le proprie reazioni. La secrezione dei gameti è indipendente dalla volontà umana; al contrario l'attività sessuale è sempre il risultato della libera decisione dell'uomo. Spesso l'uomo non dice solo "voglio", ma anche "devo farlo", e questo "devo" non è una reale necessità fisiologica, ma solo un rafforzamento del "voglio". Ma se il solo atteggiamento permissivo, il "voglio", è già sufficiente per provocare l'eccitazione, il divieto, il "non posso", non basta per dominare la reazione. Ed è proprio questo il problema più difficile: il divieto non solo è poco efficace, ma in molti casi provoca l'effetto contrario; facendo scattare i meccanismi trasgressivi, aumenta l'eccitazione. I ragazzi che tentano di rinunciare alla masturbazione, per esempio, commettono spesso l'errore di ripetere più volte a se stessi il divieto "non posso farlo perché è peccato". Il semplice divieto non è quindi l'atteggiamento giusto, perché provoca tensione ed è difficile da attuare; importante invece è la consapevole libera scelta: non commetto il peccato, non perché è vietato farlo, ma perché sono consapevole del fatto che è male e vi rinuncio di mia spontanea volontà.

Identiche considerazioni possono essere fatte per il celibato sacerdotale: se il candidato al sacerdozio non possiede una profonda motivazione nel fare la sua scelta e nel rinunciare al matrimonio, non apprezzerà mai il valore della castità e l'immergersi con totalità nell'amore divino.

Il celibato come stile di vita

L'uomo psichicamente maturo, nello scegliere il proprio modo di vivere, dovrebbe aver ben chiaro anche il modo in cui realizzare la sua decisione, ed essere consapevole delle conseguenze e delle responsabilità assunte. Alla maturità psichica ed emozionale contribuiscono, in misura diversa, molti fattori, ma anzitutto il ripetuto e costante lavoro su se stesso. L'uomo, essendo un'entità complessa, ha come compito la propria realizzazione, ma solo attraverso uno sforzo ininterrotto potrà raggiungere quella maturità che Karol Wojtyla chiama "autopossesso" e che è indispensabile alla realizzazione di ogni vocazione.

Il sacerdozio esclude il matrimonio non tanto perché la Chiesa l'ha deciso, ma piuttosto perché, richiedendo una dedizione assoluta, non lascia spazio all'impegno, altrettanto totale, esigito dal matrimonio e dalla paternità. Purtroppo spesso il futuro sacerdote vive in un ambiente che non accetta l'idea della dedizione totale perché vi domina l'atteggiamento edonistico.

L'ascetismo nella vita del cristiano

Nel mondo attuale anche le persone credenti spesso riescono a comprendere razionalmente il senso più profondo del cristianesimo. L'amore del prossimo comporta la necessità della rinuncia, l'aiuto alla persona amata richiede talvolta un vero sacrificio. La vita in Cristo esige una continua disponibilità al sacrificio, tanto più la vita di chi intende accedere agli Ordini sacri.

Tra i vari valori cui si deve rinunciare per realizzare il sacerdozio c'è anche la possibilità di esercitare la propria attività sessuale. Ma poiché nella mentalità comune l'attività sessuale viene identificata solo con il piacere, l'esigenza del celibato appare come la privazione di quel piacere. Dal punto di vista della fisiologia del corpo umano, la rinuncia all'attività sessuale non costituisce la mortificazione di una particolare esigenza, poiché il corpo non possiede meccanismi che lo costringano a tale attività. Gli organi genitali maschili, nonostante la continua attività delle gonadi in quanto ghiandole endocrine, non reagiscono senza essere stimolati. La castità non apporta quindi all'organismo alcun effetto negativo, anzi si può persino dire che "risparmia l'energia" dell'uomo, permettendogli di concentrarsi su altre attività. Ora, per raggiungere tale stato di armonioso equilibrio, oltre un atteggiamento deciso della volontà, è necessario vivere in modo ordinato, mantenendo una certa "igiene" fisica e psichica e una disciplina interiore. E' inoltre necessario capire il proprio corpo, conoscere le sue reazioni e i meccanismi che le provocano. Conoscendo il modo di reagire del proprio corpo, si potranno evitare gli stimoli che provocano reazioni indesiderate, perché il corpo umano è obbediente alla volontà dell'uomo se questo impara a dominarlo. Le reazioni somatiche sono sempre condizionate da un impulso esterno e quindi, come è possibile renderlo più sensibile agli stimoli esterni, cosi è anche possibile dominarlo in modo che non risponda a tali stimoli. Il ragazzo, maturando, impara a capire il meccanismo delle proprie reazioni e a controllarle.

In pratica ogni uomo è costretto ad acquisire tale capacità di dominare le proprie reazioni, perché obbligato dalle stesse esigenze della vita sociale. L'atto sessuale, infatti, appartenendo alla sfera più intima dell'uomo, non è mai compiuto in modo spontaneo, sotto l'impulso del momento, ma richiede sempre un contesto e un tempo adatti, il che comporta la necessità di controllare le reazioni somatiche. La spontaneità, nel senso letterale del termine, non esiste nell'attività sessuale .

Ora, il sacerdote, per la vocazione dell'uomo che ha scelto, deve rendersi conto che non esiste per lui la possibilità di attivare i meccanismi e a reazione sessuale e che, facendolo, entra in collisione con se stesso e il voto pronunciato. E' da tale situazione che può nascere la nevrosi: non il celibato crea lo stress, ma la mancata fermezza nella sua realizzazione a causa di immaturità psichica, di semplice debolezza umana o di insufficiente accettazione della stessa idea del celibato.

Al contrario, se il candidato al sacerdozio impara a evitare gli stimoli e se considera gli altri una grande famiglia, come Gesù insegna, non risentirà dell'astinenza in modo particolare, e non avrà nostalgia di un altro modo di vivere, poiché la propria scelta gli dà gioia e pienezza.

Maturità e realismo della fede

Ogni uomo acquista, nel processo di maturazione psicofisica, la coscienza dello scopo della propria esistenza e il senso della vita come tale. Per il credente maturità significa rendersi conto del limite della vita terrena e della eternità della vita in Dio. La prospettiva dell'eternità aiuta a sopportare con pazienza le eventuali difficoltà della vita, grazie alla consapevolezza del loro carattere passeggero. Compito del sacerdote è non solo indicare ai credenti la vera dimensione dell'esistenza umana, ma anche testimoniarla nella propria vita. Le parole di Gesù sul giudizio finale fanno riferimento in modo particolare alle persone cui "è stato dato di più". Il sacerdozio costituisce, per sua natura, l'apogeo delle possibilità umane: non esiste dignità più grande, ma anche responsabilità più grande.

Ora, la consapevolezza della responsabilità, che il dono di Dio comporta, costringe a una profonda riflessione. Il dono della sessualità non è semplicemente dono, ma, come tutta la vita, è anche compito posto dinanzi all'uomo. La castità non costituisce in realtà un vuoto di esperienze positive, ma al contrario,, attraverso lo sforzo della volontà, è anch'essa mezzo per giungere a uno stato di equilibrio, fonte inesauribile di soddisfazione e di gioia. L'atto sessuale offre solo un attimo di piacere e lascia spesso un senso di vergogna e di imbarazzo di fronte alle reazioni del proprio corpo. La coscienza di avere pieno potere sulle proprie reazioni istintive, invece, dà all'uomo non solo una vera gioia, ma soprattutto un senso di libertà, poiché solo nel momento in cui diviene capace di vivere in conformità con il sistema di valori scelto, l'uomo può dirsi veramente libero. La gioia che ne deriva è pura e durevole e aiuta a raggiungere uno stato di equilibrio psichico.

La persona che riesce a realizzare questi principi nella quotidianità della vita comunica la propria pace e armonia interiore anche agli altri. L'influenza che i sacerdoti dotati di questa particolare capacità hanno sulla gente è enorme, perché il bisogno di pace è comune a tutti. Il peccato dà sempre inquietudine, la virtù, anche se pagata a caro prezzo, dà gioia. Inoltre la coscienza della grazia di cui è depositario, il privilegio di offrire Dio alla gente nei sacramenti, deve riempire il sacerdote di gioia ancora più grande e di riconoscenza per il dono della vocazione. In tale situazione il celibato non può. costituire una vera difficoltà, perché l'uomo è talmente piena nella grazia e dell'amore divino da dimenticare in qualche modo la propria persona. Le vite di molti santi sacerdoti ne sono testimonianza.

Difficoltà nella realizzazione del celibato

La mentalità attuale costituisce un ostacolo per l'idea del sacerdozio come ricerca di santità personale e di santificazione del mondo. Le difficoltà che il sacerdote incontra se seguendo la sua vocazione sono di vario genere, ma quelle legate all'osservanza del celibato sono particolarmente gravi dal momento che trasgredire questo obbligo significa di solito peccare contro il sesto comandamento. Infatti un religioso non chiede mai la dispensa e il permesso di contrarre matrimonio prima di aver commesso il peccato. Ma non si può dimenticare che nella vita del sacerdote non esiste più la facoltà di scegliere tra sacerdozio e matrimonio: la scelta è già stata fatta ed è praticamente irrevocabile, perché venir meno al proprio impegno significa degradarsi moralmente.

a) Errato concetto di sessualità. Le difficoltà possono sorgere nel momento in cui il sacerdote cede alla convinzione ampiamente diffusa che l'uomo è sottoposto al determinismo biologico. infatti sempre più forte l'errata convinzione che il maschio è, in certo senso, costretto all'attività sessuale per il fatto stesso di essere maschio. Esiste persino l'opinione che l'atto sessuale "verifica" la virilità, che senza di esso l'uomo è, in qualche modo, invalido, non realizzato. Concetti di questo genere, soprattutto se ripetuti, come spesso accade, dalle autorità mediche nel campo della sessuologia, possono facilmente servire per giustificare il proprio comportamento. La persona, dominata ormai dal proprio corpo, si giustifica dicendo che "non è possibile" fare altrimenti.

b) L'altro fattore che rende più difficile il dominio della propria sessualità è costituito dalla stanchezza fisica e psichica, accompagnata da un eccesso di stimoli, soprattutto di carattere visivo (gli uomini reagiscono con particolare intensità alle impressioni visive e Gesù stesso ammonisce contro le tentazioni della vista). Se allo stress, accresciuto dall'abuso di nicotina, caffeina e simili, si sovrappongono immagini di carattere erotico, il meccanismo di autocontrollo, soprattutto nei giovani, può essere indebolito. La castità richiede una disciplina e un'igiene continua nel modo di vivere. Cedendo allo stimolo, non ci si può aspettare che il corpo resista con facilità alle reazioni somatiche; il corpo', di per sé, non ha la facoltà di controllare le proprie reazioni. Gli stimoli che possono provocare reazioni sessuali sono di diversi tipi. Quelli più semplici, di tipo meccanico, per esempio, sono generalmente facili da evitare e anche i ragazzi molto giovani sono di solito in grado di dominarli. Più pericolosi, invece, sono quelli che derivano dall'uomo stesso, dalla sua immaginazione.

E' quindi estremamente importante per ogni sacerdote saper mantenere la disciplina dei pensieri e della fantasia. Si può peccare anche solo con il pensiero: guardando un'altra persona con desiderio, trattandola come un oggetto, si commette nel profondo del cuore il peccato di fornicazione. Se tale atteggiamento domina il cuore, si manifesterà anche esternamente; al contrario, se la persona interiormente pulita, nessuna situazione esterna potrà provocare reazioni somatiche contrarie alla sua volontà. L'eccitazione sessuale dipende in primo luogo dalle intenzioni con cui si va incontro all'altra persona, come la si guarda e cosa in essa si vede. Il sacerdote è obbligato a scorgere nell'altro lo stesso Cristo, la finalità dell'incontro può essere soltanto di avvicinare quella persona a Dio.

Tutto il corpo umano partecipa alla vocazione specifica di ogni uomo, poiché non è possibile esistere al di fuori della propria corporeità. Anche il corpo deve quindi coadiuvare il sacerdote nel suo compito di pastore delle anime. La maturità porta a vivere il ruolo di padre, specialmente nel sacerdote, cui compito è generare le anime (cfr. san Paolo).

L'atteggiamento concupiscente si impadronisce dell'altra persona, tende a sottometterla e a umiliarla, trattandola come un oggetto. L'amore paterno invece si offre senza nulla chiedere. Ma per giungere a questo è necessario insegnare al corpo l'autocontrollo. La castità è quindi un continuo sforzo per sottomettere pienamente il corpo alle aspirazioni dell'anima. Il corpo di ogni essere umano è sempre soggetto allo spirito: allo Spirito Santo oppure allo spirito " di questo mondo ".

c) Il peso del passato. Non senza motivo, nei tempi passati, la Chiesa esigeva dai candidati al sacerdozio la verginità, poiché una delle condizioni che rendono particolarmente difficile la realizzazione del celibato è la memoria che il corpo conserva delle proprie esperienze passate. E sempre possibile un ritorno a Dio e un rinnovamento dell'anima, poiché il corpo conserva il ricordo del passato e, anche se il peccato e stato assolto, i suoi effetti perdurano. Il corpo abituato ad arrendersi a un dato tipo di reazioni difficilmente si sottometterà alla nuova disciplina, e di conseguenza più difficilmente potranno osservare l'obbligo del celibato coloro che commettevano peccato di fornicazione o masturbazione. Identico discorso deve essere fatto per le immagini pornografiche: il ricordo che rimane negli occhi, se da una parte rende odiosa tutta la sfera della sessualità, dall'altra provoca eccitazione e situazioni conflittuali. ovviamente non si tratta di isolare il sacerdote dal mondo che lo circonda, ma di proteggere quel grande dono che è la castità. Importante, a tal fine, sarà la disciplina interiore, ma più importante ancora sarà la capacità di ammirare la bellezza che l'innocenza e la castità irradiano.

d) La mancanza di fede. Analizzando la vita di quei sacerdoti che non hanno saputo osservare l'obbligo del celibato, si individua una causa quasi sempre comune a tutti: la degradazione morale. Di solito inizia da una crisi di fede e dal rifiuto delle regole imposte dalla Chiesa, cioè in ultima analisi da una mancanza di umiltà: la maggior parte delle volte la legge del celibato viene trasgredita dalle persone troppo sicure di sé, che non cercano l'appoggio dell'amore divino. La santità, nonostante richieda la collaborazione dell'uomo, è prima di tutto dono della grazia divina, dono che bisogna umilmente chiedere nella preghiera. Quando la passione per la preghiera si spegne, il sacerdote diviene più soggetto alle pressioni dell'ambiente.

Il celibato, in quanto tentativo di superare se stesso e la propria debolezza, è un andare "contro corrente", è una sfida lanciata al mondo, ma non è mai un andare contro la natura umana. L'uomo, per il fatto stesso di essere uomo, è in grado di controllare le proprie reazioni, perché l'uomo non si identifica mai soltanto con il corpo: è anima incorporata, creata da Dio e a Lui simile. L'esigenza del celibato non sovrasta le capacità umane: Cristo stesso ne indica la strada quando invita a cercare la perfezione.

La ricerca consapevole della santità non è contro l'individuo, ma contro la sua meschinità e lo porta a innalzarsi al di sopra di se stesso. Una piena realizzazione del sacerdozio e del celibato porta la personalità dell'uomo al suo autentico sviluppo e quindi rende più facile il raggiungimento di quell'obiettivo, cui tutti siamo chiamati, che è la santità.

 

 

 

Il fondamento biblico del celibato sacerdotale, di Ignace de la Potterie