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Una bellissima lettera del nostro amico, Ernesto Miragoli, prete sposato, che tocca i temi nei quali siamo impegnate. Dimostra sensibilità ed offre prospettive feconde. Un dubbio, però, o forse più di uno circa il terzo punto: conosciamo tanti modi usati dalle donne e dai loro mariti-preti per dimenticare, che, anche se noi di D.C. desideriamo quanto il Nostro propone, i dati di fatto dimostrano che in molti prevale la sfiducia. Dovremo aspettare che le famiglie dei preti sposati siano i nuovi profeti affinché i vertici ecclesiali cambino mentalità? E che dire delle donne "disperate" (non si esagera) le quali cadono nella rete dell'amore per un prete, che si conclude con la loro prigionia morale, il disprezzo e quant'altro ne fa delle persone escluse dalla visibilità? Si può aiutarle alla rassegnazione e al loro riassetto psicologico, ma la smaccata rispettabilità di chi le ha danneggiato, fa torto alla loro dignità ed esige un riscatto morale in nome della verità. Per parecchi aspetti qualche cosa di simile capita alle suore, quando subiscono l'oppressione a causa di una vita religiosa irrigidita nelle strutture, anziché vivificata dalla gioia di seguire Cristo; e uscendone, anche loro preferiscono tacere… Noi vogliamo che i soggetti si esprimano e che siano ascoltati: con l'insistenza di chi non vuol perdere la SPERANZA.
Aspettiamo tante lettere in risposta alle sollecitazioni del nostro amico.
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Ecco la lettera:
04/11/01
Carissime/i,
ho finalmente terminato di visitare bene il vostro sito e, a parte i complimenti, mi lancio in una riflessione un po' articolata.
1.Sono felicissimo che il sito sia così fatto. Mi sembra un buon punto di riferimento non solo per le donne che lottano contro il silenzio, ma per tutte le persone di buona volontà che lavorano e pregano per una riforma nella e della chiesa. Andrebbe segnalato in più motori di ricerca con varie parole chiave.
2.Condivido appieno la risposta del teologo di Famiglia cristiana e mi auguro davvero che si possa arrivare a riconsiderare certe disposizioni ecclesiali (diaconi permanenti, uomini sposati ordinati preti dopo la morte della moglie, clero anglicano "apostata" ammesso all'esercizio ministeriale cattolico mantenendo la propria famiglia...) in nome di una seria pastorale.
3.E qui vorrei arrivare al nocciolo del discorso. Manca un serio progetto pastorale generale nella chiesa. Si continuano a sfornare lettere encicliche, lettere apostoliche, decreti, esortazioni, lettere pastorali e documenti da Roma ai quali si aggiungono lettere ed esortazioni delle conferenze episcopali che poi sono riprese dai singoli vescovi con altri documenti, ma...non riesco a vedere delle indicazioni precise per una pastorale dell'annuncio evangelico e della testimonianza dell'amore. A mio avviso il problema del celibato, della donna relegata in secondo piano, della donna-suora sfruttata dal clero, è un problema solo risolvibile se abbiamo il coraggio di ritornare alle origini, al kerygma.
L'errore che facciamo, almeno che ho fatto io, è quello di pensare che il radicalismo evangelico debba avere origine dai Pastori che ci guidano. Penso che non succederà. Penso che dobbiamo non stancarci mai di dialogare con essi, ma di vivere in prima persona il radicalismo stesso. Dobbiamo predicare con la vita oltreché con le parole. Non dimentichiamo che ad Antiochia i cristiani furono riconosciuti tali perché si amavano (Atti degli Apostoli). Cioè perché vivevano una quotidianità diversa da quella dei loro simili di quel tempo.
Noi dobbiamo avere il coraggio di vivere questa quotidianità diversa.
Attraverso il nostro lavoro e nell'ambiente in cui viviamo.
Attraverso i mass media : ecco l'importanza del sito!
Attraverso pubblicazioni e testimonianze.
Grazie. Ciao Ernesto Miragoli - Como
miragoli@libero.it--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
26/11/01 Caro Ernesto,
ho letto la tua lettera appassionata, e condivido che bisogna ed è urgente che la chiesa abbia alla sua base quel rinnovamento che tutti auspichiamo, ma non sarà opera breve o priva di difficoltà. Io non credo che abbiamo a che fare con pastori sordi e ciechi, ma a volte con un’ipocrisia che difficilmente si lascia scalzare, ed altre con un laisser-faire che mi sembra addirittura peggiore.
Non penso perciò che si tratti di esercizio del potere, penso piuttosto che si tratti di pavida inerzia. E’ scomodo infatti ripensare le nostre strutture, a partire dal quelle parrocchiali per arrivare a quelle diocesane, in modo da renderle, non una fabbrica di sacramenti o di certificati, bensì un luogo dove si viva la Parola e si provi a metterla in pratica.
E’ altresì difficoltoso, e non di poco conto, ri-educare a rapporti sereni, non ritualizzati, laici e presbiteri: ci trasciniamo appresso una figura sacerdotale semivenerata, ci siamo fabbricati degli idoli e sarà difficile scalzare e modificare una mentalità diffusa circa la questione celibato=santità e donna= impurità. I dolori conseguenti sono sotto gli occhi di tutti coloro che il sito lo leggono, come hai fatto tu. Intanto ne scontiamo tutti e tutte le conseguenze immediate almeno nelle strutture piccole: tutto è delegato al presbitero perché, di fatto, non si può decidere nulla in autonomia, avendo anche i consigli pastorali solo potere consultivo.
Questo può paralizzare delle comunità come le può spingere in avanti, a seconda della persona che ne ha la cura, ma comunque per i laici rimane una specie di "bingo" ogni volta che si cambia prete in parrocchia.
Sono fatti, quei piccoli fatti per i quali io sostengo che, non essendo le diocesi delle strutture enormi, forse il "proporre" i nomi almeno di due presbiteri all’interno dei quali poter scegliere la persona che si ritiene adatta alla propria realtà territoriale sarebbe opportuno. Questo però sottintenderebbe da parte dei laici una presenza attiva, partecipe ed interessata alla gestione della realtà locale che manca. O manca molto spesso.
Il primo passo, a mio parere, è educare seminando nelle nostre comunità la consapevolezza che la sequela chiama tutti e tutte, e che non siamo degli utenti passivi.
In questo senso io vedrei ottimamente l’inserimento di preti sposati, che l'esperienza pastorale la hanno maturata, in modo da far crescere nella Parola tutti noi. E in modo anche da far comprendere che un presbitero che ha contratto matrimonio non è una persona "strana", né meno che mai un "traditore" da considerare un "reietto". E’ difficile, lo capisco, ma trovo sia necessario che anche l’ultima pecorella del gregge possa vedere e toccare come Tommaso.
Io spero e credo che le persone di buona volontà possano farlo, con un minimo di serenità e di opera di trasparenza. Verrebbero a cadere gli intralci e le ipocrisie di cui bene parla Ausilia nella sua introduzione; verrebbe a crearsi non un manipolo di profeti, ma una base seriamente impegnata, per i doni che ha, a vivere il Vangelo senza barriere, o con meno barriere possibili, e finalmente senza la sensazione che noi si parli per chissà quale disamore o rancore nei confronti della gerarchia, o per chissà quale pretesa.
Io ci credo. Ornella
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05/11/01 Caro Ernesto,
da piccola collaboratrice "neo-eletta" di Donne-così ti do il mio benvenuto.
Gli stimoli che ci dai attraverso le tue parole sono molto importanti e costruttivi per poter continuare un'opera in collaborazione.
Anch'io sono dell'avviso che dovremmo sforzarci di calcare il modello delle prime comunità dove il cristianesimo era fiorente e la chiesa era un corpo unito dalla fratellanza e, dove la condivisione era una delle caratteristiche principali.
Invece, come vedi oggi, il cristianesimo ha altre sembianze. La Chiesa cattolica, soprattutto, segue il modello del mondo, l'esteriorità ha preso il posto della sostanza, la tiepidezza ha il sopravvento sul fervore. Le leggi ecclesiastiche poi, sono la condanna della libertà. E beato chi se ne accorge!
E se Gesù ai cristiani di oggi dicesse: "Sto per vomitarvi dalla mia bocca" ?, gli si potrebbe impedire forse con un digestivo?
Buon lavoro Ernesto su Vocatio e saluti a te e alla tua Paola.
Anna Balestri
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05/11/01 Care amiche "Donne-Così"
Accolgo il vostro caldo invito di partecipare alla discussione intavolata da Ernesto perché la lettera da lui scritta, pur nella sua brevità, indica a mio parere il vero problema che a volte le persone "con ferite fresche" non riescono a inquadrare bene.
Si può certo dire che è ora che la chiesa apra il sacerdozio alle donne, o che i sacerdoti si possano sposare, o che i divorziati si possano risposare e che gli omosessuali conviventi possano ricevere l’eucaristia. Ma non è con uno di questi cambiamenti, o anche con tutti quanti, che si cambierà la chiesa. Non è cambiando una legge, un decreto, un documento vaticano, che cambieremo la chiesa. Neppure un papa diverso, a mio parere, potrà fare granché, da solo. Detto in altri termini, la sofferenza delle donne innamorate di preti, come tutte le altre sofferenze già accennate sopra, sono la conseguenza di un problema che sta a monte, non sono esse stesse "il" problema.
Il problema a mio parere è riconoscere come oggi sia possibile vivere la radicalità del vangelo in questo mondo, con questi uffici, queste automobili, queste famiglie, queste guerre, queste culture.
Il problema è capire cosa significa essere cristiano, tra rigidità della gerarchia e interpretazioni strampalate che troppo spesso vengono da chi protesta.
Quando io ho lasciato il sacerdozio diverse persone hanno diffuso la voce che "avevo litigato con il vescovo", in realtà sono ben certo che il mio reale problema non era quella singola persona lì. Il problema era purtroppo ben più ampio. E’ come mai vengono fatti vescovi così, come mai tutto deve essere necessariamente calato dall’alto senza minimamente considerare ciò che può spuntare di buono dal basso. Non ve la faccio lunga, sono cose che ho già scritto per esteso sul sito di Alternative e sul mio libretto "Chiesa dove vai?".
E’ per questo che pur essendo un ex prete cerco di non fermarmi a parlare troppo delle sofferenze dei preti o degli ex preti, e neppure sono eccessivamente interessato a raccogliere storie simili alla mia. Sono interessato piuttosto alla logica di fondo che muove i passi della chiesa. Sono interessato alla ricezione del Concilio Vaticano II, che a mio parere è stato rimosso, spolpato della sua novità interiore rivoluzionaria e riproposto solo per la sua impalcatura di concetti scontati.
Vorrei fare un breve commento anche verso i siti come i nostri (Donne-Così, Vocatio, Alternative, quelli delle comunità di base…) che a mio parere a volte (non sempre) giudicano la chiesa con una rabbia che non fa trasparire un atteggiamento nuovo. Io ritengo che la denuncia delle ingiustizie sia importante, ma accanto ad essa va sempre posta l’alternativa, la proposta positiva che possa far dire all’interlocutore "Sì, così potrebbe andare!"
A questo proposito apprezzo molto i tentativi di dialogo con i vescovi e con il Vaticano che "dal basso" intavola il movimento "Noi siamo Chiesa". Ernesto ha ragione quando dice che non dobbiamo intestardirci a voler cambiare i preti (forse noi siamo meglio di loro? Non siamo fatti tutti della stessa pasta?) quanto piuttosto a vivere il vangelo, tornare al kerigma. Vi invito a leggereuna riflessione a questo proposito del card. Martini che commenta il brano dei discepoli di Emmaus, su come troppo spesso questo "kerigma" sia vissuto e proposto solo a metà (viene cioè detto senza crederci realmente).
Ausilia si chiede se dobbiamo aspettare che l’esempio che viene dalle famiglie dei preti sposati, dal basso per intenderci, cambino mentalità nelle alte gerarchie: io penso di sì, e credo che non sia un’attesa priva di momenti belli. Ricordiamoci che è lo Spirito di Dio che cambia la Chiesa, non siamo noi, e non siamo neppure noi a poter decidere come, dove e quando questo avverrà.
"Pretendere" di cambiare la chiesa a mio parere è una tentazione demoniaca, perché questo non spetta né ai vescovi né ai laici, ma a Dio soltanto, che è l’unico che si può a ragione considerare "il migliore".
Vi ringrazio per l’attenzione e per avermi accettato nella vostra discussione. Spero di non aver offeso nessuno. Considero sempre la diversità come una ricchezza, più che un ostacolo.
Mauro Borghesi- mauroborghesi@supereva.it http://www.alternative.freeweb.org
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06/11/01 Care amiche
[la nostra ci parla di sé, poi aggiunge:]
In quanto poi alla lettera di Miragoli, riprendo fortemente il suo invito :
1) il sito D.C. andrebbe segnalato in più motori di ricerca.
2) Non condivido l’augurio che possa essere riconsiderata la possibilità per gli uomini sposati di essere ordinati preti dopo la morte della moglie. Ma poverina la moglie, fa così tanti danni da viva? Perché non considerare questo seriamente ed obiettivamente? No, non vogliamo mezze misure e piccole benevoli concessioni: se qualsiasi persona (persona dico, cioè sia uomo che donna!) sente di essere chiamata a funzioni sacerdotali ed ha il carisma per farlo, deve essergli permesso di farlo indipendentemente dal suo stato civile e sociale, altrimenti che cristianesimo reale sarebbe?
3) Pur comprendendo il significato di quest’ultimo punto, lo ritengo un po’ ermetico su alcune parole forse troppo per "addetti ai lavori" per persone che come Voi conoscono bene la teologia ed il mondo della chiesa.
Cosa intende operativamente per "avere il coraggio di ritornare alle origini, al kerygma (?) ?
Cosa si intende per "radicalismo religioso" ?
Invito cordialmente il Sig. Miragoli e la sua famiglia (che non conosco) a far sentire sempre attiva e forte la sua vicinanza, ringraziando per il suo contributo.
Ed aggiungo ad Ornella, alla quale esprimo tutta la mia solidarietà per il suo scritto del 26/11/01:
anche al mio paese esiste un consiglio pastorale che sembra funzioni, ma proprio perché ha solo potere consultivo, i fedeli partecipanti sono scelti ad hoc e quindi anche se mai diventassero presbiteri ci sarebbe sempre il rischio che prima o poi si lasciassero fagocitare dalla solita gerarchia. Un abbraccio a tutti, Rosalba
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Come non avvertire la diversità di toni e di contenuti a seconda del punto di vista che si adotta, o che si è in grado di avere, data la situazione esistenziale vissuta da ciascuno/a?
Con questo spirito accettiamo che Mauro chiami demoniaca tentazione la pretesa di cambiare la chiesa. Ma far sì che essa cambi, è dovere: denunziare ciò che è palesemente contro la carità, è parresia (che significa franchezza: Paolo dice che si presentò davanti a Pietro con parresia). Certo c'è modo e modo di denunziare il male. Ma nascondere la verità è un farsi complici dell'ipocrisia, che è l'antitesi del vangelo. Lo Spirito non può cambiare la chiesa, se noi ubbidiamo pedissequamente alla gerarchia, in quanto potere istituzionalizzato, e induriamo anche noi il nostro cuore, tanto da non vedere il gemito di chi soffre (e certi dolori morali sono più gravi di ogni sofferenza fisica)
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07/11/01
Con piacere ho letto varie coloriture negli interventi che mi hanno preceduta, e con piacere ho letto finalmente delle pacate opinioni maschili, delle rispettose opinioni maschili in un sito che si rivolge alle donne innanzitutto.
Vorrei qui ricordare che non siamo delle "litigiose", siamo delle "ferite", e che il creare un sito al femminile non è altro che raccogliersi intorno a un luogo virtuale per raccontare una parte della nostra vita, anche di cristiane, ma certamente non tutta la nostra vita né di fede né di donne.
Far venire alla luce questi dolori è un po' partorirsi, ossia cominciare a progettare anche da qui, lavorando con l'aiuto di altre sorelle, una vita che passi dal silenzio della non-vita al grido della nascita.
Poi ognuna elaborerà il suo cammino: chi continua a collaborare nel gruppo, chi ottiene un po' di supporto e di condivisione, chi avrà semplicemente detta la sua opinione o raccontata la sua esperienza.
Anch'io penso che non possiamo dividere la comunità ecclesiale in "noi" e "gli altri", ma questa è l'esperienza di sorelle che si sono trovate ad essere tra "gli altri" , magari misconosciute, magari in totale isolamento, magari chiacchierate e senza nessuna possibilità di farsi udire pena lo scandalo.
Quale scandalo?
E' scandaloso emarginare, è scandaloso avere creata una mentalità deteriore e di sudditanza nella quale la donna si trova impastoiata nei suoi rapporti con la chiesa nelle sue strutture umane, per la quale viene trattata come se fosse una creatura pericolosa, o tenuta nell'ignoranza.
Non avviene sempre così, ma avviene e avviene spesso.
Certo dal dolore bisogna uscire, certo bisogna non commettere quello che è a mio avviso un errore: prendersela indiscriminatamente con ogni prete, superiore, o uomo che ci si presenti davanti. Ma dirsi è necessario. Testimoniare è indispensabile per chi non sa, non vede, ma soprattutto per chi non vuole vedere e sentire.
Qua nessuno sta lavando panni sporchi in pubblico, qua si sta raccontando tanta vita che altrimenti non conosceremmo mai, e offrendocela reciprocamente e testimoniandola con coraggio, si sbaglierà meno, si soffrirà meno, si creeranno rapporti migliori tra uomini e donne, nella chiesa e nella società. Ecco perché si è sempre tentato di fare cultura, intelligentemente, oltre che ospitare testimonianze. Aprire cammini percorribili di autocoscienza fa bene alla donna, fa bene ai nostri compagni uomini, farà a lungo termine bene alla nostra chiesa e alla nostra società.
Con affetto, Ornella
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07/11/01
Il Potere è bello…
Ogni istituzione è virtualmente pericolosa, perché si attribuisce un potere che sottrae agli individui. Manifestandosi, il pericolo diventa arroganza: così la chiesa, quando condanna al silenzio il prete che si sposa o la suora che lascia. E’ l’insolenza dell’elefante che permette alla zanzara di punzecchiarlo.
"La chiesa non sbaglia mai", è un’affermazione che abbiamo sentito spesso in questi ultimi tempi, che non è dissimile da altre, proprie dei fondamentalismi oggi di moda, e che nutre ed è nutrita da realtà integraliste come ‘Opus dei’, carismatici, comunione e liberazione…
Per ciò mi fanno tenerezza posizioni come quelle espresse da Ernesto e da Ornella.
La serenità di un atteggiamento o di un giudizio presuppone una presa di distanza dall’oggetto. E’ una legge psicologica: così, il bambino bene inserito in un nucleo familiare adottante impara senza fretta a svilire la pessima famiglia naturale da cui proviene; Galileo ha saputo che la terra girava, soltanto quando si è spostato ( con il cannocchiale ) sulla luna; non si mette vino nuovo in otri vecchi ( Lui sì che se ne intende ).
Ritengo, tuttavia, che coloro i quali pensano di cambiare la chiesa dall’interno meritino tutta la nostra considerazione, anche se talvolta mi chiedo che cosa ci sia da cambiare, o da buttare, in un’istituzione che Gesù ha tagliato alla radice: la chiesa del Suo tempo, che Egli, probabilmente, non voleva affatto sostituire con un’altra rinnovata.
Carlo
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13/11/01
Mi ha fatto piacere leggere la lettera di Ernesto e molto anche i commenti degli amici del sito. Condivido che i problemi più scottanti della chiesa sarebbero risolvibili con il ritorno al kerigma, cioè all'annuncio. Mi permetto qualche precisazione. I discepoli di Gesù erano rimasti così colpiti, addirittura come assorbiti spiritualmente dalla sua presenza, da esperimentarne la vitalità anche dopo la morte. E' questa la pienezza della risurrezione. Una pienezza che raggiunse il massimo con la pentecoste, quando si sentirono completamente cambiati e, cambiati, apparvero anche agli altri, così che non poterono fare altro che parlare a tutti del Cristo vivo. Il ritorno alle origini è possibile oggi e a tutti. Non lo è con un'immaginaria ricostruzione delle prime comunità cristiane, ma con una personale immedesimazione con Cristo. L' immedesimazione crea comunione spontanea con tutti quelli che vi partecipano e si ha la chiesa mistero di amore. Mi dà sofferenza constatare quasi sempre come questo tipo di chiesa che è essenziale per la nostra fede cristiana passi ordinariamente in seconda linea. Rispetto alla chiesa organizzazione cioè, alla chiesa gerarchica, alla chiesa struttura o visibile. E' l'impressione triste che ho avuto, in fondo, anche leggendo le cose belle che la lettera di Ernesto ha suscitato. Si parte sempre, anche nelle migliori occasioni, dalla chiesa delle persone in vista senza riuscire ad oltrepassarla. Tanto ne siamo impregnati! Alle origini si ritorna solo riempiendoci di Cristo. E l'annuncio si fa di ciò che si conosce e si vive. Profondamente. (E' stato detto molto bene).
Il resto c'è, ma è il resto. Spero di non scandalizzare, per favore siate tutti così buoni da lasciarmelo dire: io non mi aspetto, non desidero, non provo interesse al fatto che i vertici ecclesiastici cambino mentalità. Puntare su questo, perdonatemi, mi sembra inutile. I cambiamenti sono auspicabili, ma vengono solo da quell'essenzialità di chiesa che ordinariamente appare lasciata in disparte. Aspettarci qualcosa da forme di strutture, di trattamenti è dare ad essi un'importanza primaria che non hanno. Io ho molto sofferto nella chiesa. Mi sono sentita morire nell'anima per le troppe ingiustizie. Vorrei poter dire quanto ho amato le mie suore e quanto affetto sento per le suore e tutte le persone che soffrono nella chiesa. Noi dobbiamo fare della nostra sofferenza un gradino per andare al di là di ciò che è zavorra. Le impalcature servono per costruire il palazzo, ma non sono il palazzo e vengono eliminate man mano che la costruzione si regge. Chi ha lasciato il ministero o il convento per un partner deve dire a se stesso che ne aveva pieno diritto. In natura. Che questo diritto non venga riconosciuto da chi dovrebbe, fa male, molto male. Ma non si deve permettere che una mentalità ottusa distrugga la nostra esistenza. Bisogna liberarsene. Allora perché non cercare con grinta: che cosa mi è venuto dal passo che ho fatto? Perché non essere fieri di ciò che la provvidenza ha voluto o permesso? Il
problema vero sta dentro di noi. Ho bisogno di esemplificare. Dopo anni di lotta contro la sofferenza e ciò che l'aveva prodotta io mi sono sentita meravigliosamente libera. Che senso doveva avere tutto quel patire?Già: aiutare altri a liberarsene. Ho scritto le mie esperienze (non mi sto facendo propaganda). Ad Ornella che mi ha gentilmente letta per prima è piaciuto l'umorismo. Gianna, Sabrina, Lidia, sono state meravigliose nei loro giudizi diversi e molto incoraggianti. Chiedo ad ognuna di voi, amiche carissime: sono riuscita nell'intento? Ho tentato di indirizzare i ragazzi della scuola verso una concezione di chiesa mistero dell'amore di Cristo. Con fatica. Nessuna delle persone che si dovrebbero interessare, mi leggerà. Ma io, non esagero, mi sento come se avessi il Regno di Dio tutto intero dentro di me.
Strapazzatemi un po'. Ausilia ha tutte le ragioni: importante è parlarci.
Sono Maddalena e vi appartengo come tutti voi
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Scrive Luciana, spinta, come scrive in esergo, dalla sua energia vitale interiore, provocata, pare, dall'attuale annaspare dell'umanità tra tanti egoismi e ferocie… E' giusto che in questo sito trovi una via di espressione ciò che è frutto di una riflessione meditata e sincera. Cosa che non è possibile fare se si preferisce accodarsi a dire che nella chiesa "tutto va bene". Cogliamo nelle parole sincere di Luciana l'appassionato appello di una persona che vorrebbe un mondo (e una chiesa) migliore, ed è come fulminata da un'intuizione su cui le femministe hanno tanto prodotto, ma forse senza il calore e il senso del vissuto che questa nostra amica fa trasparire dalle sue semplici espressioni. Ecco il suo testo:
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La chiesa parla troppo spesso di se stessa e poco di Dio
(riportato dal card. Ratzinger); quindi è chiesa degli uomini e non di Dio, e come tale fallibile. Se fosse in vera comunione con Dio contribuirebbe a sconfiggere discriminazioni di sesso, odio, rancori, guerre…L'esercizio, nella chiesa, della supremazia maschile, ha creato a dismisura l'aumento dell'EGO ad ogni livello tra le persone che si considerano sacre. L'egoismo sta distruggendo il cuore dell'umanità. La chiesa è una fontana secca, alla quale non si possono attingere quei valori che risolverebbero tanti problemi nel nostro pianeta. Basta avere un minimo di sensibilità per avvertire che il male avanza… C'è da chiedersi a che pro vengano incoronati tanti santi fondatori di ordini religiosi, mentre il mondo va in rovina…
La mancanza del contributo femminile per la realizzazione del vero Popolo di Dio, dove tutti siano uguali, contraddice il fondamentale messaggio di Cristo: <amatevi gli uni gli altri, così come io ho amato voi>.
E' urgente che la chiesa trasformi l'EGO del potere dentro se stessa, e solo così potrebbe aiutare gli altri a fare la stessa cosa. Diversamente i silenzi delle donne e degli oppressi aumenteranno, creando infinite vibrazioni di ipocrisie ammantate di verità, che già inquinano l'universo distruggendolo poco a poco.
Questo è quanto sento di aggiungere all'argomento "identità in ricerca", poiché sono convinta che dobbiamo partire tutti /e dalla stessa base: l'amore vero, che ci rende uguali, perché ugualmente figli e figlie di Dio.
Luciana