CULTURA DELLA DIVERSITA’
Invito al dialogo
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Chi ha paura della diversità?
Dalla demagogia della paura, ad una cultura dell'accoglienza e del diritto
Si raccontava una storiella nella
quale un personaggio narrava che nel 1936, in Germania, vide arrestare e
rinchiudere le persone disabili, ma lui non era disabile e quindi non si
interessò alla questione; poi vide arrestare gli omosessuali, ma lui non era
omosessuale, e quindi non si curò della cosa; poi vide prendere gli zingari, ma
lui non era zingaro, quindi, passo oltre; poi presero gli ebrei, ma lui non era
ebreo, perché interessarsi? Poi presero anche lui, ma non c'era più nessuno che
potesse protestare.
Nel 2004 ammazzano un paio di
transessuali, ...; nel 2005 uccidono un bravo ragazzo colpevole di essere
omosessuale, ...; quotidianamente gli anziani si vedono rifiutato o negato
l'accesso a servizi che gli spetterebbero di diritto, ...; ogni giorno il
pregiudizio esclude e priva di dignità migliaia di persone disabili, ...;
esponenti dello Stato Italiano fanno affermazioni gravissime nei confronti delle
persone solo per la loro diversità, e si arriva pure a negare il diritto di
donare sangue sulla base di un pregiudizio, ...; l'elenco potrebbe continuare
all'infinito e prendere in considerazione le donne, i bambini, le persone che si
trovano disoccupate con una età superiore ai 45 anni, le persone che vanno in
strutture sanitarie e vengono trattate come numeri, e tutto questo sulla
ipocrita motivazione della necessità di “proteggere” le persone ed i “valori”?
Ma la persona, in quanto tale ed indipendentemente da ciò che esprime e vive,
non è più un valore?
Possiamo tacere o rimanere non
coinvolte di fronte al radicarsi socialmente di una cultura del sospetto e della
paura delle diversità? Possiamo pensare che questa cultura tesa a difendere i
valori di una presunta “norma” che stabilisce criteri di normalità, prima o poi
non arrivi a escludere pure noi?
Penso proprio che qualsiasi
persona che ha la speranza di costruire una società migliore per le generazioni
che verranno, non possa tapparsi occhi, orecchie e bocca, ma credo che sia
arrivato il momento di iniziare ad agire ed impostare una nuova cultura,
affinché questa nostra società si emancipi dai pregiudizi dettati dall'ignoranza
e da dogmatismi miopi ed fuori dalla storia, e si apra all'accoglienza della
ricchezza della diversità!
Il punto fondamentale per passare
della paura e dal pregiudizio alla accoglienza e alla conoscenza dell'altra
persona diversa da noi come noi siamo persone diverse da lei è proprio fondare
un programma che abbia come punto di fuoco di ogni sua espressione
l'impostazione di un nuovo modello culturale, che riapra la vita a chi oggi vive
in una condizione di negazione dei propri diritti fondamentali, del proprio
diritto di essere semplicemente riconosciuta come persona.
Non vi potrà mai essere una reale emancipazione della società se questa non sarà sostanziata e supportata da una profonda emancipazione culturale, capace di superare il pregiudizio con la conoscenza, di superare la paura con l'amicizia.
È compito nostro, quindi,
comprendere che la nostra prima attività deve svolgersi a livello culturale a
partire da noi stessi/e, quindi dal nostro territorio, dal nostro paese,
cittadina, quartiere. Ma l'attività culturale non deve essere quella “dotta” o
“accademica”, ma semplicemente quella di sensibilizzare le persone a conoscere
la diversità, a comprendere che il diritto acquisito per un gruppo marginale
significa maggiori diritti per tutti.
I meccanismi di lavoro culturale
e di sensibilizzazione sono praticamente sempre i soliti: mostre fotografiche o
figurative, conferenze, dibattiti, interventi sui giornali, materiale di
divulgazione, piccola editoria, capace di raggiungere in poche parole la persona
ed introdurla nel mondo dei diritti che vengono disattesi o non riconosciuti. La
forza di penetrazione di un argomento è data dalla capacità di saper reiterare
il tema più volte nello stesso anno ed in modalità sempre diverse, proprio
perché la ripetizione del tema su più eventi permette alle persone anche
distratte o non immediatamente interessate, di essere quanto meno a conoscenza
di un problema e che questo è stato – in un qualche modo – affrontato.
L'altro aspetto importantissimo
di questa attività culturale è l'aggregazione delle persone, il fornire loro
momenti di appoggio, di incontro, di discussione, di confronto e di elaborazione
di nuove strategie e nuove iniziative. Offrire sportelli di primo ascolto
attraverso i quali fare da “ponte” fra la persona che vive un disagio e le
istituzioni; favorire il dialogo ed il supporto, conoscere la vera entità del
problema che genera disagio e quindi marginalità. Spesso dare semplicemente la
possibilità di un punto di riferimento e di persone disposte ad ascoltare e a
cercare insieme una soluzione, da speranza e fa uscire da una cupa disperazione.
Il terzo aspetto è che non vi può
essere acquisizione di diritti se non vi è una situazione economica sufficiente
per garantire la propria dignità. Dare dignità ad una persona implica liberarla
dalla schiavitù di una indigenza economica, reinserirla lavorativamente! La
soluzione non è solo quella di “cercare” lavoro, quanto piuttosto quella di
“creare” lavoro attraverso la cooperazione o lo sviluppo di micro aziende
collegate fra loro da una rete di solidarietà e di condivisione dei servizi.
La sensibilizzazione unita
all'aggregazione e alla progettazione del proprio lavoro, stabilisce un nuovo
rapporto anche nella richiesta e nella visibilità della propria esistenza e dei
propri diritti. Uscire dall'anonimato, uscire dalla vergogna, uscire dalle
strettoie ipocrite di una società che solo a parole si dice aperta, ma che nella
realtà stigmatizza, esclude e nega la vita a tante persone, è un passo culturale
sia per la persona nel disagio, sia per le persone che costituiscono questa
società.
È l'affermazione dell'essere sull'avere, l'affermazione della persona sul profitto, la visione di una economia che abbia al centro la persona e non solo il guadagno; il percorso di emancipazione di una società che non può arrivare dall'altro, ma deve nascere dal basso, da chi il disagio lo vive quotidianamente, da chi sente su se il peso ed il dolore dello stigma sociale. È l'alleanza fra coloro che sono nella sofferenza e coloro che la vedono e non vogliono tacere; è l'azione di esposizione di se stessi/e con il supporto di tanti e tante “normali” che riconoscono la loro “normale diversità” e che credono che la vera norma sociale ed umana sia quella della diversità.
La comprensione che dobbiamo
uscire da ciò che crea pregiudizio, cioè fondamentalmente il nostro modo di
comprendere l'altra persona, il coraggio di non pensare più l'altra persona in
relazione a ciò che noi siamo, ma nella conoscenza di chi è veramente l'altra
persona nella sua diversità, nella sua unicità e particolarità, così da scoprire
anche la nostra unicità e particolarità.
Non è individualismo, ma è la comprensione che
solo nell'incontro dell'altro c'è la piena
scoperta di chi io veramente sono,
di comprendere quali siano i valori che porto a contributo della società nella
quale vivo. È azione politica di pressione che, fuori dalle logiche dei partiti,
riprende in mano la dimensione della gestione della città nella quale ciascuna
persona ha pieno diritto di essere cittadina a tutti gli effetti, e non
scaglionata su livelli diversi e con trattamenti privilegiati.
È avere il coraggio di pensare un
modo nuovo di vivere, di sentire, di percepire la realtà che ci circonda; di
amare l'ambito nel quale viviamo, e non vedere come questo luogo nel quale
viviamo si impoverisce ogni giorno per la fuga di tante persone che non hanno
spazio e che non sono riconosciute nei loro diritti.
Un gruppo di studenti mi disse una volta: questa è utopia! Io risposi loro che nel 1860 era utopia pensare che le donne avessero pieno diritto ad affollare le aule delle scuole come i maschietti, che le donne potessero votare, che le donne avessero pari diritti degli uomini. Eppure, per quanto ancora ci sia tantissimo da fare, le aule scolastiche sono piene di donne a tutti i livelli e gradi; eppure le donne potrebbero votare ed essere votate, eppure qualche cosa è cambiato da quel 1860, qualcosa è cambiato perché qualcuno e qualcuna non ha pensato che un discorso ed un progetto per affermare i diritti di coloro che oggi se li vedono negati e non riconosciuti, non è utopia, ma emancipazione, percorso che è stato fatto con dolore, pagato a carissimo prezzo. Quelle persone che non hanno definito utopia questo progetto, sono coloro che pagandolo anche con il sangue, oggi ci hanno comunque dato la possibilità di poter esserci e poter anche solo scrivere la bozza di un progetto, di crederci e di portarlo avanti.
Anna