Discepolato nella quotidianità della donna.

Scrivo queste righe con un filo di spirito polemico, conoscendo la vita di tante donne, singles e mogli e madri, affaticate dal doppio lavoro di tenere in piedi una casa o una famiglia che esige anche un apporto economico e finanziario, in una società dove gli spazi alle donne e la stessa collocazione al lavoro spesso riservano "gli ultimi posti".

In una situazione così, parlare di sequela pare utopia, a meno che non si riesca a creare qualche motivo di coesione tra le donne, con uno spazio pur limitato per lo studio e la riflessione in comune della Parola di Dio.

Eppure il laicato al femminile è la parte preponderante della nostra chiesa oggi!

A mio avviso è da intraprendere un cammino che consenta una partecipazione motivata e responsabile della donna alla vita della chiesa partendo dalla sua vita personale e quotidiana, ossia dalla diretta comunicazione del suo vivere la fede.

Conosco sorelle che coniugano bene il loro essere mogli e madri e l’impegno in parrocchia, ma che non riuscirebbero a fare altrettanto se avessero anche il lavoro esterno per motivi di tempo materiale. E conosco per contro sorelle, che pur avendo tempo a sufficienza, non sentono la necessità di dare oltre l’ora di catechesi ai bambini, motivando che l’annuncio è riservato al parroco.

Conosco sorelle che, tutto delegando, rischiano una clericalizzazione della pratica religiosa, mettendo in un angolo la Parola di Dio che non sia mediata dall’omelia domenicale, come conosco sorelle disamorate dalla scarsità di preparazione di presbiteri cui si sono rivolte con domande di ordine teologico e morale, che lasciano magari la nostra chiesa dimostrando altrettanto clericalismo.

Eppure, con doni diversi, in misura diversa, un impegno serio esiste come servizio, ma in tutti questi casi manca la testimonianza nel proprio quotidiano del proprio particolare, nel senso che non viene considerato sufficientemente importante mettere in comunione delle esperienze diverse tra donne.

In pratica, ciascuna si pone isolatamente in relazione con la struttura ecclesiale o di volontariato, e difficilmente avremo così un panorama della variegata espressione dell'esperienza del discepolato al femminile, perché rischia di rimanere da un lato esperienza individuale di Dio, e dall’altro un compito istituzionale. Non affiora mai quella radice di continuità di vita cristiana, che invece si disperde segmentata nei diversi settori istituzionali e non, col rischio sempre presente di venire banalizzata e mai seriamente presa in considerazione.

Dire di Dio al femminile e nel femminile senza essere monache, quello che non emerge se non per articoli di "colore" sulla maternità, è particolarmente difficile. Sono però convinta che in un universo apparentemente scontato, vi siano domande che attendono risposte dalle esperienze di altre donne che non siano le "sante" o le "mistiche", ma semplicemente cristiane consapevoli, non per questo erudite, disposte a coniugare la loro quotidianità in modo complementare a quella di altre che non sono neppure coscienti di quanto sia preziosa la loro opera di testimonianza in famiglia e non, e che finiscono con l’uccidere una spiritualità nascente senza irradiarla nel mondo che le circonda.

La tentazione di dirsi "tanto è inutile" sfiora tante sorelle.

E’ quindi a mio avviso presente il rischio di dividere, come in ogni settore, le "impegnate" da quelle che apparentemente non lo sono, le "sensibili" dalle disinteressate e così via.

In sintesi, io ho il timore, anche per personale esperienza, che si divida la donna in categorie per l’ennesima volta, o peggio, che altre donne si scoraggino e si considerino inadeguate davanti alla parola "annuncio" o "sequela" che noi usiamo e che pare parola troppo grossa. Non lo è, semmai è una parola coraggiosa e trasparente, che mi auguro incoraggi tante donne a dirsi, a raccontare di se stesse e di Dio, di quante volte hanno stirato camicie snocciolando avemarie perché si fatica di meno, magari non osando chiedere a nessuno cosa volesse dire quel particolare passo del Vangelo che avevano ascoltato la domenica a messa.

In questo senso occorre che prima di tutto noi donne, laiche e non, abbiamo la volontà di crescere in quanto persone cristiane e credenti, senza delegare, ma piuttosto attingendo alla Parola di Dio, che è patrimonio di tutti e per tutti, anche se così non è stato insegnato per secoli ed anche se ancora oggi attribuiamo una grande importanza alla sacramentalizzazione della comunità e ne trascuriamo colpevolmente l’evangelizzazione. Parrà scontato dirlo, ma io ho troppo spesso osservato che si preferisce il catechismo alla lettura della Parola di Dio, e che persino corsi abilitanti per la catechesi parrocchiale tendono a formare persone in qualche modo "specializzate" piuttosto che libere di esprimersi con un minimo di originalità.

Per questo io spero in una strada percorribile fatta di piccoli passi, che parta dall’ascolto e dallo scambio della quotidianità tra donne, senza pretendere di insegnare nulla, ma condividendo l’entusiasmo di quelle tra noi che hanno scoperto che si può vivere con naturalezza la nostra fede, e superando almeno tra noi le barriere artificiose e tradizionali delle categorie delle vergini, delle vedove e delle madri.

Consapevoli tutte che abbiamo anche delle obiettive difficoltà di tempo da investire.

Se parliamo così spesso di "qualità della vita", sarebbe opportuno anche parlare di "qualità spirituale" come nucleo fondante della vita nostra di cristiane.

Mi pare che, oltre alle risorse spese nelle o per le istituzioni più varie, si rischi l’ affievolirsi dell’incarnare nella vita di tutti i giorni la testimonianza, alimentata dalla Parola di Dio, per mancanza di quel necessario alimento spirituale, che non é genericamente "il sacro" rappresentato dalla corona del rosario, e che non è confinabile all’immaginetta conservata gelosamente di San Tizio piuttosto che San Caio.

Molto viene dato per scontato e poco o nulla viene coltivato, infatti, purché vi siano mani operose e generose, ed anche perché abbiamo clericalizzato ed istituzionalizzato la Buona Notizia.

In sintesi, una maggiore condivisione di esperienze diverse dovrebbe essere lo sbocco naturale per pensare insieme, e realizzare quel discepolato quotidiano che tiene conto della diversità dei vissuti, non ha esempi preclari, ed ha come unico esempio Cristo.

Che si può fare? Pensare in modo autonomo, non stancarci di ricercare, non stancarci di chiedere aiuto ma soprattutto condividere tra donne quel meraviglioso patrimonio di sentimenti e di sensibilità che va ben oltre la cura e la preservazione della specie umana.

Si può fare questo ed altro "inventando" gli spazi o "prendendoseli" ed è alla portata di ognuna di noi, oltre i testi, la teologia e proprio per non passare per le classiche zitelle inacidite e insoddisfatte, o per contro per le scontatissime madri tutte casa e chiesa. Figure pittoresche ma che non ci rappresentano affatto.

Per dirla con un autore che amo, Pier Angelo Sequeri, la questione semplice e rivoluzionaria è questa: proporci di "custodire la profondità, l’altezza, la larghezza e la lunghezza delle dimensioni del mistero." Edificare nell’intimo e intorno a noi "luoghi e tempi in cui il cristianesimo è coltivato –antiutilitaristicamente- per il piacere di una relazione profonda con il Signore, capace di avere una storia intima e fraterna di esplorazione della ricchezza degli affetti che essa genera.Dove i testi sono letti non soltanto in vista della persuasione dell’altro, dell’utilità per l’istruzione, del vantaggio strumentale della comunicazione. Ma anche per ascoltare il Signore. Stare con il Signore. Immedesimarsi nel Signore. Mettersi in cammino in compagnia del Signore, nell’attesa del suo ritorno."

[da La qualità spirituale – edizioni Piemme]

"Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente": sia questa la consapevolezza di ciascuna di noi, di ogni colore e razza e stato sociale, e la Luce che ci guidi a costruire una società con maggiore rispetto della vita, della Parola che è cibo, e dell’amore.

Ornella