Una pagina del mio diario di suora
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Squarci di felicità Altro che le villeggiature in qualche casa! Mi rilasso davvero, per due volte, partecipando a corsi tenuti, uno a Camaldoli, un altro al Passo Mendola. Motivo principale di rilassamento è il fatto che siamo solo tre suore ad andare in questi posti di ascolto della Parola di Dio e di preghiera fuori dei nostri ambienti; e siamo accomunate dallo stesso spirito. A Camaldoli, nel severo monastero che ci ospita, restiamo estasiate del clima saturo di spiritualità, liberate dallo stare compresse dentro la cappa mobile che ci pesava addosso in Istituto ovunque andassimo. Qui il cielo è cielo, la natura è natura, la chiesa è luogo dove vai col cuore leggero e volenteroso, le sale per conferenze non sono dense di massa uniforme. Qui ogni angolo, pur poco curato, racchiude un segreto di intimità con Dio; le pareti dei robusti alti muri, fredde e spoglie, sembrano impregnate di tante storie di Amore, e i pavimenti grezzi portano segni invisibili di chi, da secoli lontani, li ha percorsi leggero, col cuore colmo di pace. La pace. Frutto di unificazione della persona, la quale non ha un'anima e un corpo, o un’anima in un corpo; ma è l’una e l’altro indistintamente; è centro di tutte le energie che fa sprigionare da sé. Nessuno mi aveva spiegato tanto in profondità questa possibilità di conciliazione interiore, che nasce dal contatto ininterrotto con la parte di Realtà che si nasconde dietro l’apparente, vivificandola. L'incontro con gli altri - monaci, suore, gente qualsiasi - trabocca di vicinanza, tanto da farsi comunione; e il silenzio ci dà vibrazioni intime e comuni. Giorni di verità di me stessa. E' questo lo spazio infinito nel quale voglio sperdermi. Quando vado a respirare l'aria balsamica dei boschi, ricevo quella parte che la mia vita biologica non ha mai smesso di pretendere; e anche ciò ridà vigore al mio spirito. La sera in sala a cantare, accompagnati dalla chitarra di un giovane monaco e guidati da altri due, che hanno la voce più bella che abbia mai ascoltata. Canti festosi, con ritornelli che, col concorso di tutti, riempiono l'aria di tale coralità da far dilatare e palpitare perfino i muri. Dimentica del mio io, mi sazio beatamente del noi. Al passo Mendola non gusto lo stesso rapimento, ma è altrettanto una festa dello spirito. Qui prevale l'aspetto convegnistico; non c'è un monastero che ci introduce nel suo seno pregno di Dio, ma un arcipelago di gruppi, accolti in diverse strutture, tutte di una bellezza vetusta ma non severa, sobriamente accogliente. Che senso di liberazione vivere fuori dai soliti luoghi, che mi sembravano chiusi, anche se dotati di giardini estesi e curati. E’ soprattutto bello specchiarsi in volti che irradiano attorno la stessa voglia del Dio della vita e della Parola di vita. E' strano, ma fin troppo vero che, banalmente, entra in gioco a farmi provare un senso di benessere il clima freddo adeguato ai panni che indosso e alla mia testa "fasciata". Il fresco in pieno luglio! Ecco, mi dico, mi basterebbe vivere a queste altezze per non soffrire quelle che per me sono torture. E poi lo stare con gli altri di diverse provenienze, il sedersi con loro alla stessa mensa, il condividere la stessa scansione della giornata senza esservi obbligate. E avere vicino a me compagne e compagni allegri e schietti. Altro che esaurimento nervoso da curare con farmaci; ho bisogno di vivere senza guinzaglio e senza gabbia. Comincio a pensare seriamente di aver sbagliato strada nella mia vita. Ricordo il ritorno in macchina, dall'altezza del passo Mendola, giù verso Roma. Sognavo la possibilità di un abito leggero, di scuffiarmi, almeno durante il viaggio. Ma la legge è così severa che, nemmeno tra compagne delle stesse idee, si riesce a dire - non parlo del fare - simili stranezze... Ausilia, dal libro “Oltre il nulla” |