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EVANGELIZZARE SERVENDO

 

 

1. Gli Istituti religiosi a servizio dei bisogni umani

La molteplice attività svolta dai religiosi è spesso attribuita al voto di castità. Un’idea atavica di cui il laicismo invita a sbarazzarci. Quanti errori si son fatti nella storia: il missionario che accompagna il colonizzatore, e tante civiltà distrutte! Il filantropismo dell’ottocento tenta di coprire i privilegi della borghesia. Anche oggi è difficile sostituire l’operosità delle persone consacrate, ma sta ai religiosi far maturare la responsabilità collettiva.

 

C’è un dato che stravolge il modo di percepire i meriti dei religiosi. Esiste il pericolo che si guardi con ammirazione ad essi per le attività che svolgono, valutandoli  come antesignani di radicalità evangelica i cui frutti di bene sarebbero intrinseci al loro stato di vita. Privi di una famiglia propria e animati dallo zelo per Dio e per le anime, sarebbero in grado di farsi carico di ogni bisogno umano come nessun altro che è distratto da interessi personali e mondani. Difatti la loro disponibilità morale è spendibile a tutti i livelli, compresi quelli alti, dal campo dell’assistenza materiale a quello dell’educazione, della cultura, e della fede.

E’ generalizzata più di quanto non s’immagini l’ammirazione e il senso di gratitudine per il pionierismo e l’attenzione di cui i religiosi sono capaci, nei riguardi di un’umanità da aiutare. Li si trova sempre in prima fila nei luoghi della sofferenza e ovunque ci siano da emendare le conseguenze del male. L’attività missionaria in terre lontane è un naturale derivato della loro dedizione agli altri: la volontà di promozione umana e cristiana li fa partire verso l’ignoto, li rende pronti ad affrontare difficoltà di ogni genere per puro amor di Dio e del prossimo.

E’ naturale che la società conti molto sulla loro generosità, ma può essere equivoca la pretesa che spesso si adduce. E’ un luogo comune chiamare in causa il voto di castità per riconoscervi implicito il potenziamento delle energie morali a vantaggio dei bisognosi. Si rischia l’analogia con l’operosità del bue, privato dell’uso della sessualità per assicurare la massima produttività. Il criterio è lo stesso quando entra in gioco la convinzione che sia la vicinanza a Dio ad attirare grazie dal Cielo. Si tratta di idee ataviche, che possono spiegare una parte di verità, ma che sono tali da fare smarrire il quid della chiamata. Di esse vogliamo sbarazzarci, avendone riconosciuto la pervasività, che raggiunge gente non sospetta.

Il laicismo cerca di smontare tale stima, scoprendo i lati deboli di una carità che sostituisce la giustizia. In modo particolare, di recente, si è diffusa un’aspra critica circa le storture di una cristianizzazione che accompagnava, tramite l’opera dei missionari, l’invasione degli spavaldi colonizzatori, non rispettosa di quanto costituiva la ragion d’essere della vita locale, con i suoi costumi, tradizioni culturali e religiose.

Fa male pensare di quanti errori e deviazioni si sia macchiata la storia, usando pretestuosamente il concetto di civilizzazione; risulta agghiacciante il quadro di civiltà distrutte; ed è obbrobriosa la giustificazione della schiavitù, fino al punto di produrre teorie su una presunta inferiorità di esseri umani da riscattare dalla prigionia eterna attraverso quella terrena! Ma, mentre c’è motivo di condannare il fenomeno generale, non si possono rivolgere rimproveri a coloro i quali ritenevano ingenuamente che aiutare il debole ed evangelizzarlo avessero una stretta connessione.

Soprattutto a partire dall’evo moderno fiorisce, in Occidente, la diffusione delle Case dove si accolgono e si curano i bisognosi; e la loro vitalità si prolunga nel tempo, raggiungendo la sua acme nell’Ottocento, il secolo del cosiddetto filantropismo: quando, cioè, la decadente aristocrazia, messa in crisi dall’avanzare della borghesia, cerca di ovviare con le elemosine all’insulto che i loro privilegi rappresentano di fronte alla miseria dei più. Il Novecento vede insinuarsi la critica ai metodi della beneficenza e farsi sempre più strada la rivendicazione dei diritti di ciascuno. Per questo motivo gli istituti religiosi di vita attiva usano metodi nuovi, senza trascurare la più sottile penetrazione in ogni campo dove ci sia da dissodare il terreno per la liberazione dalla miseria materiale e spirituale.

In realtà solo la rivoluzione francese aveva potuto affrettarsi a chiudere i conventi, senza tener conto del fatto che la trasformazione della mentalità comune richiede tempi lunghi; infatti, cessata l’ondata più fervida della rivoluzione, gli istituti tornano a svolgere la loro azione.

Anche oggi, notando quanti affamati e afflitti sono sollevati tramite le elargizioni che persone di qualsiasi credo o semplicemente disponibili affidano ai religiosi, si ha imbarazzo a dire che è meglio cercare altre vie più organizzate a livello di impegno pubblico, anziché contare sulla beneficenza. Fra l’altro difficilmente si potrebbe contare su persone che si prodighino quanto e come le consacrate, dato il loro ancoraggio alla fede e allo spirito della rinuncia a soddisfazioni individuali, e grazie anche all’affidabilità che comunità di grande respiro possono meritare, tramite la quantità e la qualità dei propri membri, e la solidità delle strutture di accoglienza.

Ma a poco serve curare le ferite umane senza risalire a chi e a che cosa le procura. Ciò implica che i religiosi debbano assumersi, più di quanto non abbiano fatto finora, il compito primario, non facile, di aiutare il processo di maturazione della responsabilità collettiva, anche col mettersi da parte là dove non necessita l’opera di supplenza; e nel medesimo tempo col protendere lo sguardo verso altri spazi vuoti, verso nuovi bisogni: quelli ancora ignorati dall’occhio miope di chi pensa ai propri comodi.

Se l’evangelizzazione è il punto focale della sequela, è giusto che a questa si sia dato un indirizzo globale di pietà verso i deboli: non si può dare il pane spirituale a chi manca di quello materiale. Del resto Gesù ne ha dato l’esempio.    (Continua)
 

A. Dal III cap. di “Oltre il nulla”

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