Due passi dal mio precorso autobiografico
in “Oltre il Nulla”
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Alzata con la febbre addosso…
Grandi riunioni plenarie delle delegate dalle varie case, servono in un primo tempo a preparare il grande evento del Capitolo per rinnovare il Consiglio Generale, compresa la Superiora Maggiore, la quale ha governato per tre sessenni e non può essere più rieletta secondo le norme della Costituzione. Lei finora ha funzionato da pendant tra ciò che rappresenta l'antico, valido e consolidato da frutti ritenuti buoni, e ciò in cui si fa strada il nuovo, attraente ma pericoloso. Per un passo così decisivo per la sorte dell'Istituto ci va una preparazione accurata. La si fa consistere in una muta di Esercizi spirituali della durata di otto giorni, durante i quali non si può parlare con alcuna se non con l'Autorità. Anziché discussioni e programmi in preparazione al Capitolo, niente di meglio che pregare e meditare sulla raffica di prediche e di letture spirituali, con intervalli silenziosi da concedere all'anima, la quale deve farsi disponibile alla volontà di Dio espressa dalle superiore. Tutto è predisposto a che, nella mente di ciascuna, si rassodi l'idea che la migliore soluzione debba venir calata dall'Alto: dei Cieli e della gerarchia umana. Manca, in tali giorni di concentrazione interiore, anche la ricreazione: una liberazione per me, perché non saprei come sopportarla in un ammasso simile. Certo un qualche gruppetto si forma qua e là, dove si hanno abboccamenti a voce bassa, custoditi da segretezza: l'evento che stiamo per affrontare è serio, e coloro che ritengono di avere influenza e un qualche ascendente fanno prevalere alla regola del silenzio il bisogno di consultarsi a vicenda. Catapultata in questo eccezionale consesso, mi sento presa da un senso di soffocamento, quasi di panico. Dato che io rappresento un'incognita (l'elemento nuovo più discusso, amato e inconsciamente temuto), mi tocca dissipare le ombre del sospetto e appagare il segreto desiderio di tante tra le più ingenue, indossando la divisa della bontà, offrendo agli sguardi di chi cerca di leggerlo, un bel volto disteso e amichevole. In verità voglio bene a tutte; non do colpa a nessuno per quel che non va, e vorrei solidarizzare con loro di tutto cuore. La bontà delle persone è tangibile, anche se sopraffatta da ansie e trepidazioni (che riguardano proprio la mia persona), altrettanto percepibili La pioggia che restituisca la pacificazione degli animi attraverso tante preghiere elevate al Cielo e con vero accoramento, non riesce a spegnere piccoli focolai che si accendono e talvolta s'infiammano. Si fa strada qua e là la proposta di rieleggere all'unanimità la stessa Madre Generale, in modo da sfidare, grazie ad una sorta di plebiscito, la legge ineluttabile che decreta la fine del suo mandato, e ottenere (dal Vaticano) la concessione straordinaria di un quarto sessennio del suo governo. E' chiaro che la si vuole tenere in quel posto perché ritenuta in grado, con una qualche ragione, capace di scongiurare il pericolo della rottura di un fragile equilibrio tra anziane e giovani; equilibrio che in realtà si regge sul compromesso di tenere a bada i soggetti con idee nuove e di testa alquanto calda, in minoranza, ma in grado di sovvertire, qualora raggiungessero cariche alte, l'ordine costituito. In questo non poche tra le anziane si sono guadagnate un certo spazio, una "sistemazione" dignitosa, unita a quei pizzichi di privilegi che rendono loro possibile la vita... Uno di questi giorni mi sento materialmente schiacciata e sopraffatta dalla massa, tanto da avere delle allucinazioni: mi pare di vedere le suore incappucciate muoversi come neri fantasmi di qua e di là, o raccogliersi in unico globo scuro e fuligginoso dove vengo calata a forza anch'io, inghiottita e assorbita. Quando guardo più realisticamente, il quadro cambia poco: l'atmosfera surreale del ritiro ovatta tensioni, camuffa con compiacenti sorrisi veri e propri sentimenti di avversione; è torbida, irrespirabile. Non so di essere febbricitante; infatti sono assalita da forti brividi. Quando misuro la temperatura corporea, resto di stucco a vedere che ho superato i trentanove gradi di febbre. Sono atterrita dall'idea di cascare in una buca, dove ciascuna potrebbe venire a guardare, senza che io possa scappare: infatti vige l'abitudine che se qualcuna è ammalata, se ne accorgono le poche suore della Casa da cui proviene; ma se mi assentassi io, verrebbero tutte a farmi la visitina d'obbligo... Non mi voglio scavare la fossa da me. Aiutata dal clima severo del silenzio proprio del ritiro, decido di comparire nei momenti di maggiore visibilità, resistendo senza far capire niente a nessuno. Per quanto io sia incapace a stare in piedi con la febbre addosso, meglio il supplizio di stare alzata anziché vedermele sfilare tutte ad una ad una, e dover parlare, e sentirle, e ricevere consigli, e allarmare le superiore: ho bisogno di starmene SOLA. La durerò alcuni giorni: davvero sono cresciuta, mi dico, rispetto al tempo in cui, in famiglia, per un malessere da poco, avevo bisogno di mille attenzioni. Quando, alla fine degli esercizi, sarà inevitabile parlare con tutte, mi sentirò peggio che con la compagnia della febbre.
Una pagina da “uscita” Il mio percorso di vita è tale che solo fuori dall'Istituto riesco a riconquistare la mia unità, senza bloccare la parte migliore di me, quella spirituale, tanto vogliosa d'infinito; senza contrastare le espressioni del mio carattere, tendenze, capacità. Ma non è tutta una festa. Io attraverso, piuttosto, la parte più povera e più scura del mondo quando, calandomi nella corporeità, vivo il vuoto, la solitudine esistenziale (propria dell'essere umano, in qualsiasi stato di vita), senza svilirmi, accettando cadute slanci debolezze: soprattutto nel perdere tante sicurezze e nel caricarmi di altre forti responsabilità di cui sono io, integralmente, a dover fare i conti con me stessa. E per giunta quest'io, corpo e spirito tendenzialmente unificati, non può avere signoria su di me, dato che è incluso nel me stessa; un io, non asservito secondo un'ascetica negazionista, ma alla ricerca di interpretare momento per momento il disegno di Dio, che si manifesta in tutte le occasioni della vita, che mi addita sempre un Oltre. L'Oltre, comincio ad "assaggiarlo" attraverso l'assenza di un Dio che mi vuole immedesimata al male del mondo, come Lui. Non vorrei incarnare nessun modello classico della santità istituzionalizzata. Le strettoie istituzionali non sono tanto diverse dalle angustie ordinarie che la vita presenta. L'armonia tra corpo e spirito resta minacciata in mille modi ovunque, perché il vivere sociale ha le sue regole e i suoi condizionamenti, non meno cogenti di quelli della "vita consacrata". La libertà di cui godo, sia pur limitata, non è possibile perché sono uscita dall'Istituto, ma perché non ho saputo o potuto realizzarla là. La più grande Maestra che mi rinnova sempre i suoi insegnamenti, impartendomi la lezione che più conta, è l'esperienza del Nulla: unica forma che resta ad annunciare, senza parole, sommersa nel tutto e tra tutti, la soglia da varcare per incontrare Dio e, in Lui, l'umanità da redimere. Mi piace accompagnare questa conclusione con le parole di Turoldo (1991): No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua. / Fede vera / è al Venerdì santo / quando tu non sei lassù! / quando non una eco / risponde / al suo alto grido. / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza, A.R.
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