
Conditio sine qua non: il
celibato.
E se un prete decide di amare una donna e di sposarla?
Storie umane, riti religiosi e leggi canoniche a confronto.
Di Leandro Lombardi
Faccio parte di una minoranza
della Chiesa cattolica e, utilizzando il linguaggio “paolino” sul corpo
mistico, potrei dire che sono un membro “debole e indecoroso”, che come tale
dovrei essere più protetto degli altri, ma in realtà sono stato rimosso come
“una vergogna”. Sono un prete sposato e tengo a sottolineare che non sono un
“ex”, ma per le ben note leggi canoniche sono stato sospeso dal ministero per
aver “attentato” al matrimonio. Sono felicemente coniugato da dieci anni e sono
diventato padre di quattro stupende bambine. Precedentemente ho esercitato il
ministero sacerdotale con entusiasmo e dedizione per dieci anni, in due
parrocchie della diocesi di Firenze e avrei continuato volentieri a farlo,
insieme a mia moglie, ma non mi è stato concesso. La mia è una storia come
quella di tanti preti sposati: dopo aver “lasciato il ministero” sono stato
emarginato e sono entrato in quella zona d’ombra prevista dalle leggi
ecclesiastiche per quelli che si trovano nella mia condizione. In questi dieci
anni sono rimasto un prete, ho continuato a pregare e a studiare le Scritture.
Insieme a mia moglie abbiamo accolto molte persone bisognose di consiglio e di
aiuto, ci siamo riuniti mensilmente con un gruppo di amici per celebrare la
liturgia della Parola e i sacramenti, abbiamo collaborato con altri preti
nell’evangelizzazione e nella catechesi, siamo impegnati in un centro di
accoglienza di famiglie immigrate, per realizzare percorsi di integrazione e di
dialogo interreligioso. Lavoro come dirigente di alcuni centri per disabili
intellettivi e tutti sanno “chi sono”, tanto che spesso vengo considerato più
un pastore che un gestore di servizi.
Celibi per forza
Purtroppo per la Chiesa cattolica sono
“sparito” e “non esisto”. Il mio nome e il mio indirizzo non compaiono più
nell’annuario dei preti e nemmeno nel sito internet della diocesi. Le uniche
attese nei miei confronti sono l’accettazione penitenziale della mia
condizione, il totale nascondimento e la frequenza religiosa nell’anonimato.
Per le leggi canoniche non mi sarebbe nemmeno permesso di accedere ai ministeri
che vengono cosiddetti “laicali”, ma fortunatamente nessuno può impedirmi di
annunciare il Vangelo e di rispondere, insieme alla mia famiglia, alla chiamata
del Signore per l’edificazione del Regno di Dio. Per giustificare la legge sul
celibato dei preti, nel nuovo catechismo della Chiesa cattolica, si dice che la Chiesa Latina
preferisce scegliere i candidati al presbiterato tra quelli che hanno fatto una
scelta definitiva di celibato. Nella prassi attuata le persone che entrano in
seminario rispondono in primis alla chiamata del Signore per diventare
sacerdoti e solo successivamente accettano il celibato come conditio sine
qua non per essere ordinati. Il celibato in questo modo non è una scelta
precedente e un valore a sé stante, ma una condizione per realizzare la
vocazione sacerdotale. Rispetto e stimo chi sceglie il celibato per il Regno e
credo alla grande ricchezza spirituale del sacerdozio celibatario, ma dubito
della superiorità del celibato sul matrimonio e contesto l’imposizione di
un’unica forma di ministero: quello celibatario e la conseguente esclusione di
quello uxorato. So per esperienza quanta abnegazione, umiltà e pazienza siano
necessarie per vivere non solo la vita del celibe, ma anche quella dello
sposato. Conosco per esperienza le gioie della vita celibe e quelle della vita
matrimoniale, ma non potrei considerare le une più adatte al ministero delle
altre. Conosco per esperienza sia i peccati della vita celibe che quelli della
vita matrimoniale, ma non potrei considerare quelli dei celibi meno gravi di
quelli degli sposati. Come nella vita laicale, anche in quella sacerdotale, i
due carismi, celibato e matrimonio, sono complementari e contribuiscono insieme
alla crescita della Chiesa. Gesù stesso non impose mai il celibato a nessuno,
ma lo rivendicò come una libertà di scelta di fronte all’imposizione del
matrimonio per tutti, tipica della società ebraica. Molti apostoli e vescovi
della chiesa primitiva furono sposati e, come testimonia il Nuovo Testamento,
esercitarono il ministero con la propria famiglia. Per molti secoli la Chiesa ha accettato ambedue
le forme ministeriali, celibataria e uxorata. La Chiesa indivisa, fina al 1054, ha conservato nella
prassi pastorale le due forme e solo successivamente il Concilio Laterano II
nel 1139, per motivazioni tipiche della società feudale (impedire la
trasmissione ereditaria dei benefici e “monachizzare” il ministero) ha
definitivamente imposto il celibato a tutti i sacerdoti della Chiesa Latina.
Un sacerdozio uxorato
Attualmente molte confessioni
cristiane e persino le Chiese cattoliche di rito orientale accettano
tranquillamente il sacerdozio uxorato. Con queste premesse mi chiedo quale sia
il motivo di tanto accanimento nella difesa di questa legge de iure umano,
priva di fondamento nella rivelazione. Le ragioni storiche che l’avevano
determinata sono state superate da molti secoli e l’opportunità pastorale di
avere un clero celibe ha ceduto il passo alla grave carenza di pastori che si
sta verificando non solo nell’occidente secolarizzato, ma anche nel resto del
mondo cattolico. Penso che dietro le tante motivazioni addotte per difendere la
legge sul celibato ci sia una motivazione profonda di natura ecclesiologica. Il
Concilio Vaticano II, nelle costituzioni Lumen Gentium e Gaudium et spes,
e nei vari decreti conciliari che trattano dell’ordine sacro, aveva riformato
la vecchia ecclesiologia medioevale e scolastica per tornare a quella dei primi
secoli; tanto che H. De Lubac ebbe a dichiarare in una intervista a Radio
vaticana, immediatamente successiva alla promulgazione dei decreti menzionati,
che con il Concilio Vaticano II si era chiusa una parentesi apertasi con
l’editto di Milano dell’Imperatore Costantino. Le due ecclesiologie
differiscono nell’autopercezione della Chiesa e della sua missione e nel suo
rapporto con il “mondo”. Nell’ecclesiologia medioevale la Chiesa si percepisce come
società perfetta e all’infuori della partecipazione ai suoi sacramenti e al
rispetto delle sue leggi non c’e possibilità di salvezza per gli uomini;
vengono sottolineate l’importanza della gerarchia e il dominio dei chierici sui
laici, i primi considerati come maestri, responsabili e attori i secondi come
discepoli, gregari e spettatori; vengono affermate la superiorità del sacro
sulla realtà profana e la maggiore dignità del celibato rispetto al matrimonio,
considerato come remedium concupiscentiae; il mondo viene percepito come
antagonista e nemico della Chiesa.
Servire per amore
Nella ecclesiologia del Vaticano II la Chiesa si pone come
“Sacramento di salvezza” a sevizio del mondo, impegnata per il mondo e con il
mondo nell’edificazione del Regno di Dio. La realtà profana diventa il luogo
dell’“accadere” della salvezza; l’amore di Gesù, che si manifesta per mezzo del
suo corpo che è la Chiesa,
abbatte il muro di separazione tra il sacro e il profano e tutti sono
raggiunti, pur in modi diversi, dalla sua grazia. In questa ecclesiologia la Chiesa si autopercepisce
come comunità/ popolo di Dio, viene sottolineata la pari dignità battesimale e
la comune missione cristiana dei suoi membri, l’ordine sacro viene concepito
nella prospettiva del servizio. Il matrimonio si pone accanto al celibato in un
rapporto di complementarietà e non di subordinazione. L’impegno nell’annuncio e
nella testimonianza del Vangelo (pastorale di evangelizzazione) precede, nei
tempi e nell’importanza, la necessità dell’aggregazione alla Chiesa mediante la
frequenza ai sacramenti e il rispetto delle sue leggi (pastorale di
sacramentalizzazione). In questa prospettiva anche la questione dei preti sposati
cominciava a essere valutata in una nuova luce. Purtroppo agli inizi degli anni
Ottanta abbiamo assistito a un tentativo di restaurazione teologica e
disciplinare nella direzione della vecchia ecclesiologia, frutto della paura
del nuovo e del timore di perdere le sicurezze consolidate, le posizioni
raggiunte e i privilegi acquisiti. Ho la certezza che il corso della storia, e
soprattutto della storia della salvezza, può essere rallentato dalle scelte
degli uomini, ma non impedito in modo definitivo. Spero che la mia vita e le
mie parole servano all’edificazione di quella Chiesa, che nonostante tutto
continuo ad amare e a servire.
Dal mensile Mosaico di Pace, di Pax Christi