
Nicola Bux e Salvatore Vitiello nella rubrica dell'Agenzia Fides "Le parole della dottrina" ripresentano le classiche tesi vaticane intransigenti sul celibato ecclesiastico! (ndr)
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Il
caso triste di Mons. Milingo
sta riaprendo la querelle, mai sopita, sul matrimonio dei preti, aggiornata
magari come opportunità o addirittura come convenienza per evitare i casi di
pedofilia e di omosessualità. A parte che in tal caso
si ritornerebbe alla vituperata idea del matrimonio come “remedium
concupiscentiae”, bisogna osservare innanzitutto
l’aggiramento quasi sistematico del consiglio evangelico del Signore: «Se vuoi essere perfetto lascia tutto quello che hai e seguimi».
E’, per così dire, la “Christica vivendi
forma” che il Signore Gesù ha proposto ai discepoli
che l’hanno seguito al punto che la loro vita è diventata obbediente, povera e
casta. Per questo il celibato di Vescovi, presbiteri e diaconi si fregia
d’essere “Apostolica vivendi forma”. Rimandiamo volentieri alla
bella meditazione di mons. Mario Marini, Il Celibato Sacerdotale «Apostolica Vivendi Forma», con testi di Benedetto XVI e
Giovanni Paolo II (ed. Cantagalli, Siena 2005).
La prima cosa da dire è che il celibato sacerdotale non si può disgiungere
dagli altri due consigli evangelici di povertà e obbedienza. Né
si potrebbe obiettare che la promessa di celibato non sia il voto di castità.
Guardando alla vita dei Santi, a cominciare da quelli sposati, il paradosso è
proprio che per chi segue Gesù Cristo con tutto se
stesso, diventa difficile scomporre le ‘percentuali’ di castità, povertà e
obbedienza, di cui è intessuta quella sequela. Non vivere più per se stesso ma per il Signore, comporta
l’offerta del corpo in sacrificio vivente (castità), di ogni
bene (povertà), della volontà (obbedienza).
Ciascuna di queste virtù può essere allo stesso tempo l’altra, in quanto,
obbedire significa povertà dalla ricchezza del proprio orgoglio; essere privo
di beni significa obbedienza ad un unico Bene: rimanere casti significa non
possedere nemmeno se stessi. Non sembri pertanto azzardato affermare che le tre
virtù, che sono anche consigli evangelici, si possono riassumere in quel
«possesso nuovo» delle cose, come dice san Paolo, che è
la verginità.
Prendiamo ad esempio la vita dei coniugi Maria Corsini e Luigi Beltrame Quattrocchi, beatificati da
Giovanni Paolo II. Hanno praticato la virtù dell’obbedienza, soprattutto con la
sottomissione coniugale nel matrimonio, con l’obbedienza al Papa nella Chiesa:
un’obbedienza libera, fatta prima di tutto d’amore.
L’obbedienza parte da Dio e termina in Lui come puro atto di fede. Perciò la fede è criterio di giudizio non
adagiato sulla mentalità mondana o semplicemente umana; attraverso la vita
sacramentale e di preghiera, si cammina alla presenza di Dio e si viene progressivamente assimilata alla sua volontà. Questo era il loro programma di vita. Anche la scelta permanente di un padre spirituale è una
chiara espressione della rinuncia a se stessi. Infine, il rapporto di coppia, vissuto come si è
detto nella sottomissione coniugale, diventa una gara di reciproca obbedienza
nella carità.
I beati, pur non provenendo da famiglia povera, si fecero
poveri, soprattutto interiormente, sì da apparire immersi in una
rinuncia totale, svincolata dai beni terreni, ricca solo di Gesù.
Ciò li portò ad usare e apprezzare ogni cosa senza dissipazione; con la gioia
che è propria dei santi sposarono la loro dignità alla povertà, in un connubio
che ha il suo punto essenziale in Dio.
Da tutto questo scaturisce la castità, virtù esercitata in grado eroico in
quanto passaggio dell’io verso il tu del quale desidera il bene più del
proprio. Da sposati, seppero mantenere la santità e il rispetto del corpo. I
beati coniugi Maria Corsini e Luigi Beltrame Quattrocchi sono giunti così a
considerare la purezza una virtù sociale, possibile per ciascun
individuo. Inoltre
hanno vissuto la famiglia come meta della loro aspirazione coniugale,
trasmettendo ai figli lo stesso senso di purezza, nel timore di Dio vissuto
nella comunità famigliare, quale santuario e chiesa domestica. Tutto questo
dimostra la ricchezza di grazia in cui, sia l’uno che l’altra, hanno vissuto il
carisma sacramentale del matrimonio. Dunque, Maria e
Luigi Corsini Beltrame Quattrocchi furono,
anche nella castità, modello di sposi cristiani.
Se i laici danno un tale esempio nell’esercizio dei
consigli evangelici, quanto più possono e devono darlo i chierici. Innanzitutto
la povertà va vissuta come spoliazione interiore che si esprime anche nell’uso
distaccato dei beni materiali per amore e per il regno dei cieli. Bisogna darsi
a Gesù, «mettere mano all’aratro» vuol dire lasciare
gli agi e le comodità della famiglia ed innamorarsi della povertà di Gesù Cristo e del suo sacrificio per amore di lui e per le
anime, perché tutti gli uomini possano incontrarLo.
L’obbedienza è una virtù da vivere nel rifiuto di ogni
privilegio e nella cordiale adesione al vescovo in comunione con il Papa ed al
Papa stesso, a cui bisogna sempre obbedire con fede, come a Gesù
Cristo secondo il celebre invito di Ignazio d’Antiochia.
Infine la castità: amare tutti con cuore indiviso, nell’atteggiamento mistico
di Gesù Cristo sposo della Chiesa. L’esercizio della
verginità deve guardare anche alla vergine Maria che appunto è invocata come Regina Apostolorum.
Per difendere la castità bisogna sottoporsi alle mortificazioni. Ma se il nostro cuore si abitua a stare sempre totalmente
con Dio, che è poi il carisma verginale, esso diviene capace di farsi dono ai
fratelli.
Il celibato e la verginità sono un martirio (una testimonianza), come ci ricordano i
monaci che agli inizi della Chiesa fiorirono dopo l’epoca dei martiri: il monachesimo era visto come martirio quotidiano. Il
sacerdote proprio col celibato è monaco nel suo cuore. In tal modo il celibato va esercitato come virtù e come
voto, come una croce da portare. Il
celibato deve in certo modo trasparire dal raccoglimento del sacerdote, dalla
sua modestia e riservatezza; così manifesta pure la purezza della sua anima e
la fedeltà alla virtù. Tutto questo si può racchiudere nell’espressione “Ti
preghiamo umilmente” con cui nell’anafora il sacerdote si rivolge al Signore.
In definitiva il celibato è la sintesi mistica della comunione sponsale che
porta a vivere in unità con Cristo quanti si lasciano attrarre da Lui.
(fonte: Agenzia Fides 26/10/2006)
Nostro commento:
Il concetto di
sacrificio, così come è espresso in questo articolo, è
pedissequamente tradizionale. La virtù
sembra sinonimo di sacrificio, di mortificazione, di negazione. Se volessimo
capire perché, basterebbe pensare al concetto diametralmente opposto, che vede
nel piacere e
nelle soddisfazioni terrene la realizzazione umana. Da una parte un’ascesi negazionista, dall’altra un edonismo permissivista.
Non vogliamo ricorrere
alla “medietas”, la via di mezzo, inopportuna nel
campo così delicato dell’amore per Dio e per il prossimo. L’argomento che
portiamo avanti è il seguente:
La persona si forma attraverso la capacità di valorizzare
il meglio di sé, imparando, con un’auto-educazione incessante, ad unificare
le proprie potenzialità in modo da orientarle verso il vero bene. Nell’atto
educativo deve prevalere l’aspetto sereno e gioioso e, nel medesimo, tempo
fermo. Già nel primo momento formativo metodi propositivi (senza essere
permissivi) inducono all’auto-dominio, che è conquista personale sostenuta da
un clima d’amore. Così, n una seconda fase subentrare la
capacità di rispondere all’amore con l’amore. Senza questo non c’è virtù che tenga, non c’è ascesi che abbia un
benché minimo senso.
Proprio per dare spazio all’amore bisogna ancora e sempre impedire lo
scivolamento al suo opposto: fatto di stupide immediatezze e da superficialità
di vario genere.
La castità non è altro che la via maestra per la maturazione verso
scelte forti, contro quelle precedenti che emergevano
dalla spinta ad appagamenti vuoti. Ma attenzione!!!
Nessuna scelta è bella e valida per se stessa. La determinazione ad orientarsi
verso uno stato di vita impegnativo (ogni stato lo è) comporta di misurarsi con
le proprie potenzialità e limiti. Non ci sono virtù frutto di compromessi, né virtù oggettivamente eroiche; piuttosto ci sono virtù da far
confluire verso l’equilibrio personale che si può raggiungere in ogni stato di
vita. Intendendo per “stato di vita”, non la camicia di forza che immobilizza
le potenzialità a fasi della vita in cui non si era in grado di scegliere,
bensì quello che meglio risponde all’opzione di fondo,
emersa lungo il cammino verso la compiutezza: