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IL  SACERDOZIO E I  MINISTERI

NEL  NUOVO TESTAMENTO

 

( Franco Barbero - vocatio lombardia - maggio 2006 )

                                                                                                             

 

Fin dalle più antiche religioni dell’umanità il sacerdozio (gestione del “sacro”= separato,divino) è sempre stato una funzione del Potere.

Il sacerdozio cattolico attuale trova tutte le sue ragioni e codificazioni teologiche nel Concilio di Trento (1500) che è l’espressione più polemica contro la Riforma protestante e certamente è molto condizionato da tutta la teologia medioevale e da tutta la cultura dell’Antico Testamento e delle religioni dei faraoni dell’antico Egitto.

    In parole povere, i preti delle nostre chiese hanno poco a che fare con il Vangelo e con tutto il Nuovo Testamento.

     Gesù di Nazareth non ha mai pensato di fondare una chiesa. Gesù è l’ultimo dei profeti che annuncia ormai vicino il “Regno di Dio”, cioè la liberazione degli oppressi, il recupero degli emarginati. Profeta che viene ucciso dalla casta sacerdotale del suo tempo, perché predicava per le strade della Palestina:”….la Legge è al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio della Legge”.

 

     Paul Gauthier nel suo libro “E il velo  si squarciò”( ed. Qualevita 1988) afferma chiaramente che il Cristo, condannato a morte dalla casta sacerdotale del suo tempo, non ha fondato nessun nuovo sacerdozio.

                       

Gesù, il figlio del falegname, laico, diventa sommo-sacerdote con la “lettera agli Ebrei”. Ma questa lettera, scritta da un discepolo di Paolo dopo il 70 (anno della distruzione del Tempio di Gerusalemme) è un invito ai giudei, diventati cristiani, a non pensare con nostalgia all’antico Tempio, all’antico sacerdozio, perché Cristo è l’unico e vero sacerdote, secondo l’ordine di Melckisedek, superiore ad Aronne. Il sacrificio di Cristo è l’unico e solo efficace, sostituisce tutti gli altri sacrifici (bibbia di Gerusalemme).

       Questa lettera dice chiaramente che con la venuta di Cristo, il sacerdozio dell’Antico Testamento è stato abolito, e il sacerdozio di Cristo “non è trasmissibile” ( aparabaton) (Eb.7,20). Se S.Gerolamo avesse tradotto in questo modo e non sempiternum sacerdotium, forse la teologia sul sacerdozio avrebbe avuto qualche equivoco di meno.

 

Ha scritto Balducci:”…i primi cristiani vivevano al di fuori delle strutture sacrali: celebravano l’eucarestia in casa, non nel Tempio: Non avevano sacerdoti (i loro ministri erano presbiteri, cioè anziani). Il mondo pagano era un mondo religioso. I cristiani erano combattuti perché non erano religiosi; cioè, non avevano una simbologia sacrale, non sacrificavano a nessuno. Il loro momento espressivo era la cena; non c’erano tra di loro gerarchie, ma ministeri…”(Balducci CDB-Scandicci 1987).

 

Nei primi anni del Cristianesimo, il ministro diventa sacerdote quando i primi cristiani vengono a contatto con il mondo romano “ius romanum”.  Tutto viene sacerdotalizzato…il titolo imperiale “summus pontiphex passa al vescovo di Roma…tutto viene messo in posizione gerarchica…la donna viene completamente estromessa…l’annuncio del profeta di Nazareth viene profanato da un ritorno della cultura pagana.

 

Scrivono F.Barbero e F.Charrier in “Ricerca sui Ministeri”pg.1:” Siccome Gesù non ha direttamente fondato nessuna chiesa, nel senso che non ha dato vita ad una religione separata dall’ebraismo, non possiamo far risalire a lui nessuna struttura ecclesiale. Gesù ha dato al suo gruppo una identità, ma non ha in alcun modo lasciato il progetto ministeriale preciso per la futura chiesa. Ciò significa che le strutture ministeriali di ieri, di oggi e di domani sono totalmente affidate alla nostra responsabilità, libertà e creatività.

     Va da sé che altra è la ministerialità di una comunità di poche persone, altra la ministerialità di una comunità che svolga lettura biblica tutto l’anno, celebri l’eucarestia settimanale, produca scritti, sia impegnata come luogo di accoglienza e di confronto con persone esterne.

    Ogni credente, quindi, consapevole del sacerdozio comune, viene chiamato a tradurre i vari doni di Dio in ben individuati servizi e ministeri, per costruire una comunità che sia testimonianza viva del “Regno di Dio”.

 

Nella Comunità di Paolo, la struttura di fondo della chiesa è la struttura carismatica: ogni fedele è chiamato da Dio per un determinato servizio nella comunità. Questa chiamata lo abilita al servizio. Paolo, nella prima lettera ai Corinti(cap.12), si rivolge a tutta la comunità per trattare in modo particolare la questione dei “doni dello Spirito” e dei vari ministeri nella comunità:…vi sono vari doni, ma un medesimo Spirito: vi sono vari ministeri, ma un medesimo Signore…a uno sono concesse parole di sapienza…a un altro la fede…a un altro il dono delle guarigioni…tutto questo opera il medesimo e unico Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno come vuole”.

 

     Alla fine del I° sec. ci si trova di fronte a un clima diverso (cf. le lettere di Paolo a Timoteo e Tito). Predominano i ministeri sedentari e i capi comunità prendono il posto degli apostoli. Il rito delle imposizioni delle mani appare ripetutamente, ma non è certo una “ordinazione sacerdotale”. Nell’Antico Testamento si imponevano le mani sui vitelli prima di essere sacrificati sull’altare del sacrificio.

    Nel II° secolo, aumentando la preoccupazione dell’ortodossia, si impone il modello episcopale: ogni chiesa ha il suo vescovo a cui è riservato il compito di garantirla nella dottrina…( vedi Cuminetti “Una chiesa senza preti?” ed.Freeman 1981).

 

Scrive Congar in “Ecclesia e Comunitè cretienne” (Paris,Du Cerf 1967):”…il Nuovo Testamento insiste sull’unicità del mediatore, Gesù Cristo, e sul fatto che in lui, per lui, tutti hanno accesso a Dio, tutti possono avvicinarsi a lui…”.

 

In SchillebeeckxIl ministero nella chiesa” (Queriniana 1981) troviamo questa sintesi, fatta dalla CDB di Pinerolo: nelle comunità post-apostoliche, chi aveva conosciuto il rabbi di Nazareth, si pone il problema di continuare a far vivere le comunità. Le lettere apostoliche illustrano uno spaccato della vita delle comunità. Le lettere sono un importante elemento di comunicazione e di confronto dove emerge la loro vitalità: tutta la comunità è responsabile della vita della comunità stessa.  Vi sono all’interno i profeti e i dottori: la divisione e i compiti non sono ben definiti, ma tutte e due le figure concorrono in modo determinante alla vita della comunità.  Compare la figura del presbitero (anziano) mutuata da usi pagani. Mai si parla di “sacerdoti”.

 

Nelle epistole pastorali emerge un primo contrasto con la I° lettera di Clemente (vescovo di Roma 95-98 d.c.) alla comunità di Corinto. In questa lettera il ministero di presbitero-episcopo viene definito una istituzione divina. Le epistole pastorali, invece, non danno alcuna norma di strutturazione o di differenziazione dei ministeri. Esse sottolineano soltanto la necessità del ministero perché l’apostolicità della tradizione apostolica rimanga viva.

     Nelle comunità matteane si parla di diaconia e non di dominio; non si fa cenno ai presbiteri, ma solo a profeti e dottori che hanno il compito di proclamare il Vangelo qui e ora. ( Leggiamo in Matteo 23,8:”…voi non fatevi chiamare rabbi(maestri), perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo”).

     Al contrario, nelle comunità giovannee, vi è una presenza di strutture ministeriali, ma senza la minima pretesa di autorità. La presidenza dell’eucarestia non costituisce un problema particolare.

Non vi è nessuna distinzione tra “laici e ministri”: il ministero è una funzione.

 

Nasce nelle comunità post-apostoliche l’esigenza della direzione della comunità. I ministri devono curarne l’origine evangelica: mantenere viva l’identità apostolica, portando avanti la causa di Gesù.

Le comunità sono unite da vincoli di amore: il ministero non è uno status quo, ma un servizio(Ricerca sui “ministeri” – CDB Pinerolo 2006) .

 

E’ mia convinzione che nei primi secoli del Cristianesimo si è troppo facilmente dimenticato l’annuncio della Nuova Alleanza di Geremia  31,31: ”Ecco, verranno giorni - dice il Signore –nei quali io concluderò una nuova alleanza…porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore…”.

E, in riferimento a questo, è stato dimenticato anche l’annuncio di Gesù di Nazareth alla samaritana:” Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre…è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità…” (Giov. 6,21-24).

 

 

a cura di L. Maestri

 

 

NOTA STORICA SUL CELIBATO

 

Don Paolo Farinella

 

Il celibato dei preti è una acquisizione recente. Per i primi mille anni c'era diciamo libertà... di fatto e la maggior parte del clero viveva "more  uxorio" anche perché il concetto di matrimonio come sacramento (inteso come lo intendiamo oggi) ancora non è formalizzato.

Con il sec. X e la riforma del monachesimo voluta da Bernardo di Chiaravalle inizia anche la riforma del clero al quale si applica pari pari la  prospettiva monastica, di cui il celibato è il simbolo più evidente.

Uno dei motivi per cui il celibato fu perseguito con impegno nella chiesa fu "patrimoniale": se il clero è coniugato bisogna pensare a mantenere e mogli e figli. La chiesa allora aveva grandi latifondi e proprietà: vi era il  rischio fondato di una dissoluzione di questi "beni".

Il monaco non eredita, ma il monastero sì. Il prete coniugato ha interesse ad incrementare il suo beneficium... infatti mette tariffe anche sui servizi liturgici.

Un altro motivo che spiega l'obbligo del celibato è l'esercizio dell'autorità. Un celibe è più libero di governare che non uno sposato.

Tra il sec. X e il sec. XIII si sviluppa nei monasteri la teologia del matrimonio come sacramento, unicamente in origine per giustificare garantire la legittima discendenza delle corti e della nobiltà. Molti matrimoni infatti furono dichiarati nulli senza tanto scrupolo e principi, baroni, conti e marchesi  facevano il bello e il cattivo tempo a cui il clero (monastico) si adeguava, mentre il clero secolare conviveva alla chetichella. Questa convivenza era comune e notoria e tollerata. Solo il concilio di Trento riesce a mettere fine a queste usanze e a definire definitivamente celibato, matrimonio, ecc.

Dunque la ragione è duplice: in funzione antiluterana e in funzione di riforma dei costumi di cui tutti, laici e parte del clero, gridavano l'urgenza.

Solo successivamente per dare un "valore" spirituale al celibato si comincia a parlare di "imitatio Christi" e di condizione per somigliare a Lui e agire in persona Christi. Nasce la spiritualità del celibato come via esclusiva al sacerdozio. Pensa che San Tommaso d'Aquino nella Summa afferma il motivo per cui le donne non possono diventare sacerdoti. Il motivo non è teologico, non è biblico, non è spirituale, ma unicamente biologico: e gli dice che la donna non può essere sacerdote perché è un "uomo incompleto" (minus homo). Egli riflette l'antropologia dell'epoca, per cui se San Tommaso esistesse oggi, non avrebbe difficoltà, in base all'antropologia biologica di oggi, ad affermare che donna può diventare prete senza difficoltà. Questo per dire che dobbiamo andare cauti quando parliamo di "verità" o peggio di "possesso della verità". Dio è verità infinita che il cielo e la terra non possono contenere. Noi possiamo avvicinarci a questa verità, possiamo lambirne il mantello o viverne l'ombra. Possiamo conoscere la verità, ma il nostro modo di conoscere è "storico", cioè legato ad una geografia, ad un concetto di scienza,, ad un momento storico condizionato da un certo sviluppo di cultura, ecc. Dire che abbiamo una percezione storica della verità non significa dire che non esiste la verità. Significa dire soltanto che dovremmo essere umili e riconoscere i nostri limiti senza pretendere di avere Dio in tasca come se fosse una ricetta culinaria. Siamo poveri e umili ricercatori della verità.

Da sempre la chiesa ortodossa ha il sacerdozio coniugato e non credo che dovrà vedersela con il buon Dio, il quale sorride già sulla nostre stupide diatribe, frutto della nostra fantasia alimentata dalla nostra formazione culturale.Un fatto è chiaro per gli ortodossi: chi vuole sposarsi deve scegliere prima di diventare prete e chi si sposa non può diventare archimandrita (vescovo), tanto è vero che l'Ortodossia pesca i suoi vescovi tra i monaci che sono la vera fornace che alimenta la chiesa ortodossa.Essere prete, essere consacrato/a, essere sposato/a teologicamente sono sullo stesso piano perché sono tre modi diversi (oggi) di rappresentare l'amore di Dio per l'umanità.

Il prete dovrebbe esprimere e significare un amore esclusivo, il consacrato/a un amore geloso e il coniugato/a un amore condiviso. Non può esistere l'uno senza gli altri due amori che sono aspetti reciproci di un unico amore totale.
Io ho una mia idea: il celibe/consacrato (vorrei che restasse la libertà di scelta: o coniugato o celibe) dovrebbe essere il "segno" di Dio Uno e Unico. Egli dovrebbe ricordare alle coppie che chi ama la moglie il marito i figli più di Dio non è degno di Dio. Dovrebbe cioè dire con la sua vita testimoniata nella gioia e nell'incompletezza che sulla terra nessuna forma di amore è realizzabile pienamente e senza macchia senza l'aiuto di Dio. Il celibe è il profeta che solo in Dio si consuma la pienezza dell'amore. A sua volta la coppia testimonia che Dio è Comunione, Trinità, Relazione ed essa deve profetizzare ai celibi che nessun amore per quanto unico e altruista se non entra nella dinamica della relazione è sterile e inutile.
La coppia è la profezia che Dio è Amore senza confine, amore che genera, amore che accoglie, amore di DioMadrePadre. La coppia dice al mondo che siamo nati da Dio amore e a lui dobbiamo tornare amando che la vita è solo un compimento d'amore e una relazione a perdere, una relazione senza pretese, una relazione che si consuma nella fraternità generante.

Il celibe dice alle coppie: la vostra relazione porta frutto se poggia le fondamenta in Dio, l'Assoluto e il Tutt'Altro.

In questa prospettiva non vi sono primi e secondi come in un ristorante, ma solo testimoni secondo la chiamata che ciascuno ha avuto dallo Spirito di Dio che soffia dove vuole e come vuole. Tutto è in funzione di Uno e Uno è presente in tutto senza consumarsi e senza perdere d'identità. Ognuno segua la propria vocazione con gioia e sappia rendere conto della speranza che è in lui, in lei.Le gelosie, le ripicche, le critiche gratuite... lasciamole alle comparse che non sanno elevarsi oltre la soglia del pavimento. Con gioia e amicizia, anch'io contento di scambiare qualche riflessione costruttiva e non solo critiche "gridate".

(da internet “NOI SIAMO CHIESA” 17/07/06)