Padre Aldo Bergamaschi analizza uno scritto di Louis Evely e fa delle puntualizzazioni in difesa del celibato. Noi ci inseriamo noi (in seconda colonna, in verde), e c’è da dire che  talvolta non siamo d’accordo neanche con Evely. In estrema sintesi, secondo noi, non c’è nulla da dimostrare se poniamo il discorso sul piano del “Regno di DIO”. Le realtà vocazionali o sono ordinate TUTTE ad esso o non sono che scelte precarie. Ora, perché il celibato dovrebbe essere una realtà vocazionale e il matrimonio no? Come si può ancora insistere a porre il matrimonio-SACRAMENTO in un piano di inferiorità, se entrambe le realtà sono in ordine al Regno?

 

Celibato o non?

 

 

 

Ecco il problema (polemizziamo con Louis Evely). Ogni volta che la storia del mondo deve fare un passo avanti e superare un punto difficile, avanza subito una formazione di veri cavalli da tiro: i celibi, solitari, i quali vivono solo per un'idea.

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John von Muller dice che due forze guidano il mondo: le idee e le donne, ma quando si deve dare la battaglia decisiva, bisogna lasciar comandare le idee (S. Kierkegaard, Diario 1847).

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Quando si è smarrita la legge dell'amore si è costretti a distinguere fra giustizia e carità, fra precetti e consigli, fra peccati mortali e veniali, fra guerra giusta e ingiusta, fra celibato come stato e celibato come vocazione.

Anche Louis Evely, a furia di interrogarsi sulla legge dell'amore, s'è, infine, posto la domanda sul celibato dei preti: "è uno stato o una vocazione?" (cf. Lettre, ott. 1969).

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Prima di inseguirlo nella sua galoppata argomentativa, mettiamo avanti, a guisa di premessa, una osservazione. Ci sembra che l'istituzione del sacerdozio postuli, nel contesto evangelico, un trascendimento della famiglia; appunto perché al di là di essa, che pure è di istituzione divina, sta il Regno a cui tutti gli uomini debbono essere ricuperati.

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Questa verità non deve motivare dualismi o vanterie manichee, né ipotizzare "gelosie" divine. E se è vero che la Chiesa ha dichiarato la verginità superiore al matrimonio, non sembra abbia dichiarato che chi è nella verginità sia più perfetto di chi è nel matrimonio. A decidere della maggiore perfezione individuale - e questo lo diciamo per chi ha il senso spiccato dell'agonismo - saranno semmai le motivazioni che portano all'una o all'altra scelta e la maniera di viverla. Qualcuno ha esasperato l'opposizione fra queste due scelte -inizia Evely - fino a sostenere che nessuno può servire a due padroni, arrivando a identificare l'amore coniugale con l'avarizia. Sennonché, osserviamo subito, una simile tesi ci sembra sostenuta proprio da chi sceglie il matrimonio. Quel certo "invitato" che rifiuta di andare alla Cena "perché" si è sposato avalla, ahimè, un manicheismo di comodo. Ci si può sposare e andare alla Cena, perché tra i valori dello spirito e le scelte terrene non v'è dualismo.

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Ma l'andare alla Cena significa anche agganciare l'amore coniugale ad un altro amore che lo riscatti, perché abbandonato a se stesso non è amore salvifico. Tutte le realtà terrene, compreso l'amore, debbono andare alla Cena per autenticarsi. "Dio s'è fatto uomo, i due comandamenti sono uno solo", incalza Evely rischiando scelte monistiche. Precisiamo che il primo e il secondo comandamento non sono uno solo tout court; ma che il secondo è primo in ragione della similitudine. Tutto ciò che facciamo al prossimo ricade, in ragione della similitudine, su Dio stesso.

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Il sostenere che i due comandamenti sono uno solo, costituisce una sottile pre-manovra dialettica di Evely, cui opponiamo subito lo stesso testo evangelico.

Cristo dice che dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, la mente, l'anima; e cioè in modo esaustivo. Infatti: cuore, mente e anima non sono più chiamati in causa quando l'oggetto da amare è il prossimo.

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Il prossimo dobbiamo amarlo come - neanche quanto - noi stessi. Ora, ci sarà tanto più facile e possibile amare il prossimo quanto più avremo amato Dio in modo esaustivo. Servire gli altri non è distrarci da Dio, anzi è vedere Dio in loro. E ciò in conseguenza di una disponibilità che trova la sua sorgente nell'amore esaustivo per Dio. Se Cristo non avesse amato il Padre e non fosse uno con Lui non amerebbe neanche noi. Ogni dualismo è dunque tolto: si parte da un amore esaustivo per Dio che già contiene, nel suo interno, l'imperativo a una disponibilità assoluta per il prossimo.

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Ma Evely, in tono di rimprovero, continua a vedere dualisticamente il rapporto Dio-prossimo. "Ciò che si dona a Dio solo - esclama - viene tolto agli uomini". Sottile osservazione, cui risponde con maggiore sottigliezza S. Paolo: "se distribuissi tutti i miei averi ai poveri, dessi il mio corpo alle fiamme, e non avessi la Carità non ne avrei giovamento alcuno".

La Carità, dunque, trascende lo stesso servire gli uomini; e se lo trascende lo rende anche possibile. "Ciò che allontana da Dio è il peccato - ribatte Evely - e non l'esercizio del Suo comandamento: l'amore".

Tutto sta a vedere di quale amore si tratta. Il celibe a chi deve donarsi, e con maggiore disponibilità di chicchessia, se non al prossimo? " più si ama un essere - insiste Evely - e più si diventa capaci d'amore, non è la rinuncia che porta all'amore". Purchè si intenda: "più si ama Dio con tutto il cuore, la mente, l'anima e più si diventa disponibili all'amore".

Non è la rinuncia che porta all'amore; ma è la Carità che purifica tutti gli amori.

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Ci sembra molto illuministico il ripetere che "più si ama un essere e più si diventa capaci di amore". Dall'amore umano non può nascere nulla di più alto di esso. La rana per quanto sì sforzi di aumentare il suo volume resterà sempre rana.

"La vera manifestazione del nostro amore verso Dio - prosegue Evely - non sta nel ripetere Signore, Signore nella intimità della consacrazione a Lui solo, ma nel servire e amare i fratelli".

Ci sembra, però, che egli identifichi l'amore per i "fratelli" con l'amore per la "donna" e il "servizio" con il "matrimonio".

 

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Nessuno nega che sposarsi voglia anche dire servire e amare; ma nessuno oserà dire che sia questo l'unico modo con cui sì può attuare tutto il comando evangelico dell'amore!

La disponibilità è l'argomento dei partigiani del celibato. Ebbene - osserva Evely - essa non si riferisce alla quantità di tempo; ma di attenzione. Sennonché l'argomento, così ben delineato, sì ritorce e a tutto vantaggio del celibe! Se amare fino al dono totale "è una esperienza di gente sposata e non di religiosi", come insinua Evely,

--------------------------------------------------------perchè Cristo non si è sposato? Si tratta, appunto, di una esperienza e non di tutta l'esperienza dell'amore. Ama veramente, di dono totale, chi dà la propria vita non chi trasmette la vita; perché la vita trasmessa vale più dell'amore con cui la si trasmette. Né questo tipo di amore - ce lo conceda Evely - esaurisce la Carità; esso, piuttosto, la verifica in un solo settore e tra due persone e con un suo finalismo ben determinato. Affermare poi che per essere disponibili "per tutti" bisognerebbe "non occuparsi di nessuno" ci sembra sofistico, perchè l'occuparsi è frutto della disponibilità e la disponibilità, a sua volta, frutto di una dedizione totale al Regno.

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Non si sceglie il celibato per essere più disponibili; ma si è più disponibili perchè si è scelto il celibato e si è scelto il celibato propter Regnum (si badi: non per entrare nel Regno, bensì per testimoniarlo e attuarlo).

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Ai partigiani del celibato che "si rifugiano nell'altro mondo" attraverso l'argomento escatologico (neque nubent, neque nubentur!) Evely oppone: "la sola anticipazione del Cielo è l'amore". Ma, di grazia, quale amore? Quello che mi porta a sposarmi o quello che mi porta a lasciare padre, madre, sorella, moglie? E a chi si riferisce al Vangelo, Evely rimbecca: "è sconvolgente che Cristo consigli e consacri il celibato rispondendo a una riflessione degli apostoli che è di una bassezza rivoltante: se la condizione dell'uomo rispetto alla donna è tale, non conviene sposarsi" (Mt. 19,12). Opinione per opinione, proponiamo a Evely questa nostra meditata lettura del testo evangelico: "Se è tanto assorbente il vincolo matrimoniale (nel testo leggo cum uxore, non cum muliere!) - osservano gli apostoli - non è opportuno (non expedit) per noi contrarlo".

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E Cristo li loda appunto perchè hanno capito la incompatibilità psicologica fra le due scelte, fra la dedizione al matrimonio e la dedizione al Regno; e subito precisa di quale tipo deve essere la castratio per essere un autentico valore: deve, cioè, avere un perchè finale inequivocabile, non un semplice ambiguo perchè causale. Il testo evangelico è lì e non è facilmente erodibile tutto divorabile dalle nostre categorie, a ricordarci che la carne è inferma, interessata, sempre sull'orlo della putrefazione. Secondo Evely, Cristo "ha parlato escatologicamente così come ha parlato in aramaico" e mostra poco interesse verso le realtà umane essenziali quali il matrimonio, la scienza, l'arte, la politica, i rapporti sociali, la cultura.

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Ci stupisce che Evely non abbia avvertito perché Cristo mostri poco interesse a tali realtà: non perchè le disprezzi, cioè, ma perché esse non esistono se non in quanto sono opera dell'uomo. E Cristo, infatti, si è occupato intensamente e perdutamente dell'uomo, perchè l'uomo è il mediatore assoluto di tutte le realtà umane. La Sua rivoluzione è nell'uomo, anzi nel cuore dell'uomo, perché quella è la vera sede di tutti gli avvenimenti.

L'uomo vale più del sabato, del matrimonio, della politica, della scienza, dell'arte per il semplice motivo che è lui a mettere in atto tutte queste realtà.

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"Il celibato è uno stato, non facciamone una vocazione" esclama, infine, Evely. La sua tesi è netta: "il vero progresso della nostra civiltà consiste nell'aver proclamato che tutto il valore di un uomo risiede nella sua capacità di amare e nelle sue relazioni sociali". Anche a Freud fu chiesto che cosa dovrebbe essere capace di fare una persona normale ed egli rispose: "di amare e di lavorare". Ora, se la risposta è perfetta sul piano strettamente scientifico, essa non decide ancora nulla sui contenuti dell'amore e del lavoro. Amare sì, ma chi, che cosa, come? Lavorare sì, ma per chi, per che cosa, come? Evely incalza interrogando: "e chi pretenderà che l'amore coniugale non sia l'espressione la più completa e naturale dell'amore"? Ebbene no - ci spiace non poter consentire con Evely l'amore coniugale è un aspetto della Carità. Cristo non ha detto: amatevi come marito e moglie e neanche come madre e figlio, ma come io vi ho amati (E cioè senza profitto. "Comando" rivolto anzitutto agli sposi). Dunque se si nega, e non si può non negarla, questa maggiore di Evely si può proprio giustificare una rinuncia libera e volontaria a tale amore. Non si rinuncia a qualcosa di necessario, ma si assume una nuova dimensione dell'Amore, prevista, voluta, elogiata da Cristo.

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Sembrava anche a Lutero - ci scusi Evely il richiamo storico - che Dio, al Giudizio, puntasse il dito per chiedergli dove aveva messo la donna ("Martino dove hai messo la tua donna?") cui ogni uomo deve aderire lasciando il padre e la madre, come afferma la Scrittura. Ma Lutero, diciamolo, scambiava una constatazione con un comando. Si provi da parte dei due sessi - preghiamo Evely di considerare la portata dì questo nostro test - a pensare l'altro come una bambola, senza organi sessuali cioè, e si vedrà che cosa resta dell'amore di cui ha disquisito fin qui Evely. Eppure, secondo il precetto di Cristo, dovremmo amarci egualmente. Dunque, l'amore che si struttura in rapporto al sesso è un tipo di amore che può attuare un disegno di Dio; ma non è tale da esaurire tutto l'orizzonte dell'amore.

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Dice bene Evely: l'unica cosa sacra è la Caritas nel Cristianesimo. Non, dunque, l'amore coniugale, bensì l'amore che Cristo ha avuto ed ha per noi. L'amore di Dio non è un amore concorrente dell'amore dell'uomo, è un amore dell'uomo redento in tutto anche nel sesso; perchè se tale amore fosse stato completo al punto da esaurirne la stessa definizione, Cristo poteva prenderlo come punto di riferimento, senza doverlo redimere con la sua morte e resurrezione. " Ci si può salvare senza culto di Dio - insiste ancora Evely - ma non senza carità fraterna". Tutto ciò è perfetto; ma la carità fraterna non si identifica con l'amore coniugale. "Gesù trasgredisce la legge di Dio - conclude Evely - per amore del prossimo". Consentiamo e applichiamo: Gesù trasgredisce la legge di Dio che non prevede il celibato, proprio per amare il prossimo, non per amare una donna secondo le finalità del matrimonio.

Ripetiamo una volta per tutte: Cristo non dice "amatevi come l'uomo e la donna si amano nel matrimonio"; ma: "amatevi - sia pure nel matrimonio - come io vi ho amati". E nell'amore di Cristo per noi non c'è residuo alcuno di interesse, di calcolo, di carne, di sangue, di volontà d'uomo.

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L'ambiguità del discorso di Evely corre tutta sulle due parole prossimo e amore. Quando parla di prossimo, egli sottintende sempre la donna. Ora, l'amore del prossimo comprende anche la donna, ma non si esaurisce lì. Quando parla di amore egli intende amore coniugale, mentre invece la parola amore va commisurata all'amore che Cristo ha avuto per noi, all'interno del quale è riscattato anche l'amore coniugale.

C'era una volta un ometto - racconta la leggenda - che dopo aver tentato due volte, invano, di mettersi in sella a un cavallo, abbozzò una preghierina a S. Antonio prima di tentare la terza scalata. Prese lo slancio e nel giro di tre secoli si trovò dall'altra parte del quadrupede, con questa esclamazione in bocca: "troppa grazia S. Antonio!". Poichè Evely non solo ha voluto dimostrare la grandezza del matrimonio, ma ha soprattutto voluto identificarlo con la legge dell'amore; e poichè egli si chiama Luigi, non ci resta che ripetergli: "troppa grazia S. Luigi, la sella del cavallo sta in mezzo!".

Chiusa la polemica con Evely, continuiamo il discorso, per due miglia ancora. Ci sembra, anzitutto, strano che quanti non difettano di idee chiare sulla contaminazione terrenistica della Chiesa - a partire dal temporalismo politico fino al conservatorismo sociale e culturale - non abbiano poi scrupolo alcuno a contaminarla con una scelta che, pur essendo sublime nel suo genere, non può identificarsi senza residui con la testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare al mondo.

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Il prete sposato - non parliamo dello sposato-prete - ha senso in una Chiesa intesa, appunto, come società di cristiani bene inseriti e incastrati nel gioco dell'immanenza. Dobbiamo però osservare che nella stessa richiesta del prete di potere accedere al matrimonio si nasconde una constatazione inconfessata: piuttosto che melanconici e disoccupati - disoccupati rispetto al Regno - meglio sposati e sereni! Se tanto mi dà tanto, è inutile voler essere o fare gli eroi! Sul piano apostolico, poi, una donna accanto non diminuirebbe di molto il significato profetico della parrocchia com'è attualmente strutturata! In altre parole: se la luce che il prete celibe proietta sul mondo è quella che è - secondo una valutazione sociologica -, non si vede come il prete sposato non possa ottenere lo stesso risultato; e se nulla cambierebbe sul piano oggettivo, perchè non pacificare le coscienze sul piano soggettivo?

Crediamo sia questo il vero argomento di fondo che ha sollecitato le richieste pubbliche dell'abolizione del celibato. Se la Chiesa dovesse mutare - l'ipotesi non è assurda - la sua carta di identità su questo punto, diremo che ogni epoca ha una Chiesa su misura; ma continueremo a pensare e a ripetere che la Chiesa voluta da Cristo è sempre un dover essere.

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Il cristiano contesta tutte le strutture temporalistiche, dunque anche il matrimonio dei preti. A don Abbondio contestiamo tutto, fuorchè il celibato. Anche il Manzoni sembra salvare la paternità spirituale di quel pover'uomo attraverso questo unico lumicino acceso in mezzo a tante oscurità.

Viene anche voglia di pensare - dobbiamo ammetterlo - che se don Abbondio fosse stato sposato, le cose non sarebbero cambiate molto, sul piano della efficienza apostolica, in quella piccola parrocchia della Valsassina. Qualcuno afferma che il non voler accettare il matrimonio è paura di vivere; ma è facile ribattere che si tratta piuttosto di paura di morire! Ridurre tutto a matrimonio, come qualcuno pensa e vuole, sarebbe utile, forse, per moltiplicare i cristiani se cristiani non si diventasse; la Chiesa, però, più che a moltiplicare gli uomini, tende a santificarli!

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Cristo sembra volere dei pescatori, non dei procreatori di uomini. Lo sposato-prete - non diciamo il prete-sposato - può essere introdotto in tempo di persecuzione e in tempo di tolleranza, di bonaccia trionfalistica e di florido temporalismo; ma in questo secondo tempo - ci se ne avvide subito, anche se le argomentazioni addotte (confusione del sacro col divino e del sacro col sessualmente puro) furono spurie -rischia di fare della cristianità un comodo spazio nepotistico e un consumismo sacramentario simile a quello in cui i figli dei profeti mangiavano e bevevano all'ombra del santuario di pietra. Anche il lamento sulle vocazioni può essere lamento sociologico e lamento mistico.

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Per il lamento sociologico, i chiamati non sono mai abbastanza perchè le strutture temporali di una cristianità ben distesa orizzontalmente sono riempibili senza fine. Una società, quale che sia, non ha mai abbastanza funzionari - soprattutto quando a mantenerli è il popolo lavoratore! In virtù invece dei lamento mistico ("la messe è molta, ma gli operai pochi"), i chiamati non sono mai abbastanza perchè la terra è talmente sprovvista di sale che non ce ne sarà mai a sufficienza per renderla sapida al giusto livello.

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Ma altro è invocare degli operai per la messe e altro è invocare impiegati che dicono anche la messa. Altro è servire una cristianità ben pasciuta e dilatata, e altro è servire il Regno che è sempre da costruire e da attuare.

No, non è contro la Rivelazione il matrimonio del prete; come non era contro la Rivelazione il pingue beneficio parrocchiale. Non si venga però a dire che un pingue beneficio parrocchiale fosse su misura del mandato evangelico! Il problema non è di trovare uno spazio dogmatico alle nostre scelte, ma di far sì che le nostre scelte siano su misura della novità evangelica. Nessuno sostiene che un prete "ricco" sia meno prete, ma chiunque negherà che egli sia un testimone della povertà evangelica! Il Verbo si attendò, non si accasò fra noi! Se poi il Verbo, fatto carne, non è il modello, allora è giusto ripiegare sull'argomento della non incompatibilità dogmatica tra matrimonio e sacerdozio. Le cose non incompatibili sono tante: che un Papa sia Principe, un vescovo conte, un monsignore possessore terriero, un abate schiavista (ciò che si vede un po' meno, nella storia, è un monsignore operaio!). Si può essere mercanti del Tempio in molte maniere!

Come vedi, in tutti i problemi cerco la soluzione evangelica. La rinuncia all'esercizio del sesso, all'uso del danaro e del potere "propter Regnum" (per costruire il Regno) è la condizione - almeno da parte di Gesù - per salvare quei tre mezzi dalla definalizzazione di cui tutti si lamentano senza vederne il rimedio.

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Ciò che sgomenta è il fatto che i preti - in generale - credono che il celibato sia di istituzione ecclesiastica; anche se è vero che la Chiesa si è dovuta difendere da una degenerazione ben nota agli storici. Ti faccio, poi, osservare che il sesso, il danaro, il potere non sono le tre realtà; si tratta di tre "bisogni" che riguardano la finalizzazione dell'avere. La rinuncia di , infatti, è la prima richiesta di Cristo ai credenti, se vogliono cambiare il mondo. L'amore e la giustizia fra gli uomini sono il "risultato" di un atto di fede, non una conquista della ragione (soltanto la verità rende liberi).

Ora, i cristiani stanno stretti nel matrimonio monogamico, i preti nel celibato, e questa è la vera sciagura. Sono d'accordo: una Chiesa che si arrocca nella difesa dì qualcosa che non sia la testimonianza evangelica (soluzione dei tre problemi) è già un fenomeno culturale adiacente ad altri fenomeni culturali: è erba tra erbe, non è frumento, sale luce. Cattolicesimo, Ortodossia e Protestantesimo sono ben lungi dal mostrare la soluzione dei tre problemi, e la vera disgrazia sta nel fatto che tutti e tre sono diventati corpose religioni, dove tutto (sesso, danaro, potere) è definalizzato.

Adesso capirai la mia simpatia per S. Francesco e per l'ipotesi della "divisione delle etiche" a livello planetario.

Padre Aldo Bergamaschi

 

 

 

Criterio di opportunità, valido per scelte esigenti di vario tipo: tutte da smontare a livello umano

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Ecco, ci siamo: le “idee” contro le “donne”. Ma quali idee? Il celibato è un’idea?

 

 

 

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Perché smarrirebbe la legge dell’amore chi distingue tra giustizia e carità?

 

 

 

 

 

 

 

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Il trascendimento della famiglia risponde ad un’esigenza di cui non si può fare a meno nemmeno nel matrimonio.

 

 

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La botta al cerchio……..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

D’accordo, Evely!

 

 


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Ogni realtà che si ripiega in se stessa non si sostiene; ma il matrimonio cristiano è “agganciato” a se stesso”?

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sottigliezze: il prossimo va amato e basta. Dio è maestro nell’amore; una volta amato Lui, si impara ad amare. Ma per questo non è necessario essere celibi

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BENE

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ma chi l’ha detto? Non il Dio dell’amore…

 

 

 

 

 

 

Ecco dove è arrivato P. Aldo dopo tanti ragionamenti: l’amore per gli altri e il servizio agli altri SI’, ma l’amore e il servizio alla donna nel matrimonio NO.

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Certamente Evely  non vede nel matrimonio l’unico modo di amare


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Propriamente!

 

 

 

 

 

 

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Perché chi sposa dovrebbe avere come riferimento unico dell’amore il matrimonio?

 

 

 

 

 

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Ogni cristiano deve testimoniare e attuare il Regno, rendendosi disponibile a tutti

 

 

 

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L’uno e l’altro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Ma con quale coraggio si attribuisce a Cristo la visione di un’incompatibilità psicologica tra le due scelte? Si ricordi che tra i Padri della chiesa santi ci sono degli sposati

 

 

 

 

 



 

???

Cristo mostrerebbe poco interesse verso il matrimonio? Pare una bestemmia

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Che pietà questo matrimonio accostato ad una qualsiasi funzione umana!

 

 

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Tanto è vero che la Bibbia ha collaudato l’aspetto sponsale dell’amore tra Dio e l’uomo, a partire dal modello umano; come sostiene Benedetto XVI nell’enciclica “Deus Caritas esT

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nemmeno l’amore per Dio può esaurire tutto l’orizzonte dell’amore, e ciò per volere dello stesso Dio,il quale pone la misura dell’amore per Lui in quella dell’amore del prossimo (e il prossimo-prossimo può anche essere il coniuge)

 

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Richiamiamo ancora una volta l’immagine biblica dell’amore sponsale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Qui – perdonateci - l’argomentazione ci pare turpe: dunque il matrimonio escluderebbe la trascendenza???

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Si batte sempre lo stesso chiodo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Vorremmo invocare:  “predichiamo il Vangelo del matrimonio”!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di quante strutture temporali la Chiesa dovrebbe liberarsi! E perché sarebbe temporale ed orizzontale solo il matrimonio, anziché tutto l’armamentario di potere sfoggiato dalla Chiesa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Purtroppo questo funzionalismo del ministero presbiterale risalta evidente nei preti celibi….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’ultima amenità. Rispondiamo soltanto concludendo: ci pare che una terribile sessuofobia percorra il documento. La confusione tra uso del sesso è matrimonio è devastante. Pare che non si tenga in alcun conto il fatto che il matrimonio è un sacramento…..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A. R.

 

 

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