UN MONDO
MASCHILISTA E VIOLENTO.
UN RAPPORTO DELL'ONU
Sapete che cos'è il date rape? E' lo stupro (o le botte) su appuntamento. Li subisce il 40% delle ragazze americane tra i 14 e i 17 anni: escono per una serata romantica con il boyfriend, che poi le costringe ad un rapporto sessuale oppure le picchia. Altro caso: il 35% delle francesi denuncia violenze psicologiche da parte del compagno sentimentale. Ancora: ogni anno nel mondo 5.000 donne vengono ammazzate per "salvare l'onore", circa 3.000 solo in Pakistan.
Sono alcuni dei dati contenuti nell'ultimo rapporto ONU sulla violenza di genere, un flagello mondiale che colpisce una donna su tre almeno una volta nella vita e che in 89 stati sui 192 che compongono l'assemblea delle Nazioni Unite non viene neppure punito. Una crisi globale, perché – come afferma il rapporto - "la violenza contro le donne non è circoscritta ad una specifica cultura, regione o paese, o a particolari gruppi di donne all'interno della società". E' ovunque.
All'ONU non sfugge lo scopo di questa violenza: "mantenere l'autorità maschile garantita dal patriarcato". Anche quando è nascosta tra quattro mura "la violenza non è mai individuale", ma punisce la ribelle per aver osato trasgredire le norme sociali. Hina Saleem ne è un chiaro esempio.
Le 139 pagine del rapporto descrivono le varie declinazioni della violenza di genere. Che non è solo quella brutale delle botte, dell'omicidio, dello stupro etnico o dell'aborto selettivo (in India 500.000 bambine mancano all'appello), ma include l'anoressia e la bulimia: le giovani indotte a diventare filiformi magari per apparire - mercificate - negli spot e in tv. Come a dire che la violenza non è solo fisica, psicologica, economica, ma anche sociale.
E di stato: in vari paesi non viene punito il marito che picchia e violenta la moglie o abusa sessualmente delle figlie femmine, che impedisce alle donne della famiglia di uscire di casa o che ordina la mutilazione genitale. Non solo: a queste donne non è permesso votare, partecipare alla vita politica, lavorare fuori casa.
Il giro del mondo attraverso le cifre è spaventoso. E, ma lo sapevamo già, riguardano anche i paesi industrializzati. In Australia, Canada, Israele, Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70% delle donne assassinate, lo sono dai mariti e dagli amanti. In Nuova Zelanda e in Australia almeno il 15% denuncia di aver subito abusi o stupri da uno sconosciuto, e il 9% delle teenagers americane (ancora loro) è stata costretta ad avere il primo rapporto sessuale dal fidanzato di turno. In Perù si arriva al 40%.
Le lavoratrici devono difendersi dalle molestie sessuali in ufficio, una piaga che coinvolge tra il 40 e il 50% delle donne europee e il 35% delle asiatiche. A scuola: in Malawi il 50% delle ragazze dice di essere stata toccata lascivamente dai professori o dai compagni di classe.
Poi esistono le pratiche tradizionali, quelle che coinvolgono la vita della comunità e perpetuano il dominio culturale sulla donna: in 130 milioni hanno subito la mutilazione genitale nel mondo, con percentuali del 99% in Guinea; in Corea del Nord il 30% delle gravidanze viene interrotta volontariamente non appena si scopre che il feto è femmina. Le famiglie asiatiche e subsahariane spesso forzano le proprie bambine a sposare uomini molto più grandi, o comunque uomini che loro, le ragazze, non avrebbero scelto.
Non è raro che i matrimoni coatti includano rapimenti, violenze fisiche nei confronti della donna che si oppone, stupri o il carcere per le più rivoltose. Una volta sposate, alle disgraziate può accadere che la famiglia del marito non sia soddisfatta della dote: in India più di 6.000 donne sono state ammazzate nel 2002 per questo motivo. Se il marito muore, la vedova viene spinta al suicidio, oppure isolata dalla comunità, accusata di stregoneria, persino uccisa da chi avrebbe il dovere di mantenerla, visto che di lavorare non se ne parla.
Purtroppo non è finita qui. La tratta delle donne, la
riduzione in schiavitù e lo sfruttamento sessuale coinvolge 127 paesi di
partenza e 137 di arrivo.
Fuori dai confini del crimine, a volte è lo stato a
violentare le donne, magari attraverso politiche di forzata sterilizzazione (in
Europa praticata principalmente sulle rom), stupri nelle carceri da parte degli
agenti di polizia, aborti coatti o gravidanze coatte (dove ad esempio l'aborto
è illegale).
Ma di certo la forma più grave è la violenza sulle donne come arma di guerra.
L'ONU stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 tra le 250.000 e le
500.000 donne siano state violentate e che tra le 20.000 e le
domestica o allo stupro. Ma è anche un costo economico:
programmi di sostegno, centri antiviolenza, processi, incarcerazioni. Capitoli di spesa che ogni anno
costringono ad esempio il civilissimo Canada a sborsare un miliardo di dollari
canadesi. Per i paesi poveri, sicuramente meno propensi a recuperare le
vittime, la violenza di genere impedisce che una quota importante della popolazione
lavori e in generale contribuisca al benessere della società.
"Il rapporto svela l'importante ruolo giocato dai movimenti per le donne, che
hanno sollevato il problema a livello mondiale" dice il sottosegretario generale
ONU per gli affari economici e sociali José Antonio Ocampo." Ora, però, è un problema di tutti". Anche
dell'ONU, dove il 63% dei componenti del gabinetto
sono uomini.
Laura Eduati [dal quotidiano "Liberazione" del 12
ottobre 2006.]