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Femminismo e cattolicesimo di Mario Palmaro
Nato contro il Magistero della Chiesa cattolica, il femminismo odierno ha
abbandonato i toni battaglieri e gli slogan urlati. Ma
non per questo è meno pericoloso. Vediamo perché.
Esiste un femminismo "buono"? E soprattutto:
il femminismo è compatibile con il cattolicesimo? Fino a qualche tempo fa, le
risposte a queste domande sarebbero state pressoché scontate: il femminismo
nasce e si afferma contro il Magistero della Chiesa, colpendo al cuore la
famiglia. Per come si è manifestato nella storia, nessuna convivenza è
possibile tra la visione del mondo femminista e l’antropologia cristiana.
Il femminismo oggi
Tuttavia, negli ultimi decenni molte cose sono cambiate: da un alto, si è
affermata nel dibattito teologico una propensione al "dialogo con il
mondo", volto a ricercare aspetti positivi anche
nei fenomeni deteriori. Perfino ideologie apertamente condannate dal Magistero,
come il comunismo, sono state oggetto di questo
tentativo di conciliazione, con i risultati che abbiamo visto: molti fratelli
"partirono" cristiani e ritornano marxisti. Dall’altro
lato, il femminismo ha modificato le sue strategie: ha quasi completamente
messo da parte toni e linguaggi degli anni Settanta, anche perché ha vinto:
tutte le "rivendicazioni della donna" sono parte integrante della
nostra vita quotidiana e delle nostre leggi. C’è in questo cambiamento
un’analogia con il progetto gramsciano di occupazione della società, che evita lo scontro aperto, e
che predilige la trasformazione progressiva ma inesorabile dei modelli di
comportamento e della mentalità dominante.
Contro le donne o contro il femminismo?
Grazie ad un abile uso dei mass media, le lobby femministe sono riuscite a
diffondere nell’opinione pubblica una falsa identificazione tra femminismo e
donna; con il risultato che oggi chi critica il pensiero femminista viene bollato come nemico delle donne. Si tratta di un
tipico "scacco matto" della ragione, simile alla retorica
dell’antifascismo, che atrofizza la discussione vera e sostituisce la verità
con i luoghi comuni. Per cui molti uomini pensano nel segreto della loro
coscienza ogni male del femminismo, ma preferiscono tacere per non apparire
degli anacronistici nemici delle donne. Un sacerdote, ad esempio, può pensare
che sia meglio "digerire" il femminismo piuttosto che rischiare di
perdere il contributo prezioso di preghiere, di lavoro e di idee
che le donne assicurano alla parrocchia. Ignorando che,
spesso, le prime a diffidare del femminismo sono proprio le donne, soprattutto
le donne semplici che fanno da silenziosa colonna portante della Chiesa.
In questo contesto è stata autorevolmente proposta
l’idea che esista un "nuovo femminismo" - addirittura alcuni parlano
di femminismo cristiano - che abbandoni molti dei contenuti del femminismo
storico, insistendo sulla promozione della dignità della donna. Si tratta di
un’operazione realmente possibile?
I capisaldi del pensiero femminista
Sarà bene riassumere quali sono alcuni elementi
caratteristici del pensiero femminista: natura
ideologica: il
femminismo è un’ideologia, nasce dall’elaborazione di pochi teorici che a
tavolino decidono di ridefinire la posizione della donna nella società. Così come i giacobini o i filosofi marxisti, che capovolsero il
mondo secondo un modello teorico.
a. Una forma di individualismo: il femminismo vuole che la donna
si collochi al centro del mondo, che si preoccupi esclusivamente della propria
"realizzazione" cui dovrà essere sacrificato tutto ciò che un tempo
costituiva cura primaria della donna.
b. Omologazione dei sessi: il femminismo muove dall’idea che l’unica diversità tra uomo e
donna sia quella genitale; ogni altra differenza è frutto di sovrastrutture
culturali che dovranno al più presto essere superate.
c. Distruzione del concetto di ruolo: se uomo e donna sono la stessa cosa, significa che possono
svolgere le medesime mansioni ed essere del tutto interscambiabili fra loro.
Non ci sono più atteggiamenti paterni e materni in senso proprio, attitudini o
sentimenti maschili e femminili. E, dunque, non ci sono più ruoli riconducibili
a una vocazione legata alla propria identità sessuale.
Chi si meraviglia della (assurda) pretesa di ammettere le donne al sacerdozio,
dimostra di non cogliere la perfetta coerenza tra questa istanza
e la lettura femminista della realtà.
d. Relativismo: dunque, la natura non esiste; esistono solo le culture, ognuna delle quali esprime una
morale del tutto relativa. Non esiste un punto di riferimento oggettivo che può
giudicare una certa azione umana. La donna è libera quando
finalmente scopre di essere lei metro e giudizio di tutte le cose.
e. Una rincorsa verso il peggio: il femminismo alimenta uno spirito di rivalsa e di
competizione nei confronti dell’uomo, che viene visto come un nemico. Tuttavia,
esso assume implicitamente gli aspetti deteriori del maschio come modelli da
inseguire: se in passato solo l’uomo si permetteva certi difetti, parità
significa che anche la donna può finalmente fare le stesse cose sbagliate, in
una mortificante rincorsa verso il peggio.
I frutti del pensiero femminista
A partire dagli anni Settanta le società occidentali hanno subito una
trasformazione nelle leggi e nei costumi, che ha nel femminismo una delle sue
cause principali. L’albero va giudicato dai suoi frutti, e quelli del
femminismo sono senza dubbio avvelenati.
a. Parità di potere: la parità predicata dal femminismo riguarda non la dignità — che
b. Crisi del ruolo della donna di casa: il femminismo ha svolto un ruolo determinante — per altro
funzionale alla società dei consumi - per strappare la donna dal suo ruolo di
moglie e di madre. Oggi, dedicarsi a questa vocazione
significa imboccare una strada controcorrente, che non gode più di un
riconoscimento morale da parte della società. La casalinga è,
nell’immaginario collettivo, definibile come "colei che non lavora".
c. Legalizzazione del divorzio: date le premesse appena
descritte, l’unità familiare diventa una chimera irraggiungibile. La famiglia è
la sommatoria di tanti singoli, secondo un modello individualista esposto ai
capricci di ognuno dei coniugi.
d. Legalizzazione
dell’aborto procurato: il femminismo ha da sempre rivendicato questo abominevole
delitto come simbolo del potere della donna sui figli e sul coniuge.
e. Crisi del ruolo del padre: il femminismo ha travolto ta
figura paterna, svuotandola di contenuto e di autorità. Il disagio giovanile è
spesso il sintomo più evidente di questa "morte
del padre".
Un femminismo dal volto
umano?
Come ha scritto il cardinale Giacomo Biffi qualche
anno fa, l’immagine della donna proposta dalla società contemporanea sembra
essere la negazione programmatica della Vergine Maria.
Sofisticata e disperata, la donna femminista appare
davvero lontana dal modello della Donna che sbrigava le faccende nella piccola
casa di Nazareth. I modelli individualisti — applicati tanto
all’uomo che alla donna — sono incompatibili con l’esempio della Madre di Gesù. Alla luce delle considerazioni fatte, si può concludere che inseguire un "nuovo femminismo" è
operazione piuttosto pericolosa. Assomiglia molto alla speranza di costruire un
comunismo dal volto umano, che è rimasta un’utopia
irrealizzabile. Perché delle due l’una: o il femminismo,
pur se riveduto e corretto, non rinnega le sue radici; e allora rimane
incompatibile con l’antropologia cristiana. Oppure, questo nuovo femminismo
abbandona radici e frutti perversi, e si concentra sulla promozione
della femminilità vera; e allora cessa di essere un vero femminismo. In tal caso, sarebbe molto meglio evitare di usare questa parola,
che tante sciagure evoca alla memoria, e sostituirla con qualche altro termine,
che designi il recupero di una nuova sensibilità tutta cristiana per la dignità
della donna. Forse, tra gli intellettuali che animano
questo giornale e tra i numerosi lettori del Timone qualcuno potrà proporre un termine nuovo per indicare
una realtà ben diversa dal femminismo che conosciamo.
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Bibliografia
Libro del Siracide, Antico Testamento.
Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 2 febbraio 1994.
Romano Guardini, Persona
e Libertà, Morcelliaria, Brescia 1987.
Ugo Borghello,
Liberare l’amore,
Ares, Milano 1997.
(© Il Timone n. 27, Settembre/Ottobre 2003)