STOP  AL  FEMMINICIDIO

Sappiamo da tempo immemorabile che la violenza non è il frutto dei "guasti" della società: i soprusi e i maltrattamenti fino alla morte sono il tormento continuo a cui le donne sono sottoposte per controllarne il corpo e "moderarle". Qualche volta non è necessario passare ai fatti: basta la paura della violenza.

Ci sono stati anni in cui noi donne eravamo colpevoli degli stupri che subivamo perché i nostri corpi, per il solo fatto di esistere, erano responsabili delle "sollecitazioni" a cui i maschi erano sottoposti. C'è voluta tanta fatica per non viverci come vittime e c'è voluto tanto coraggio per imparare a raccontare e, con il sostegno reciproco, trasformarci in testimoni.

Con il femminismo e l'autocoscienza abbiamo imparato ad avere confidenza con il nostro corpo, cercato di essere responsabili della sua integrità e inviolabilità, ma forse la memoria di tutto questo si è persa ed è diventato necessario parlare con le più giovani perché sappiano che non esiste il "mostro": esiste il vicino di casa, il compagno di scuola, il parente prossimo. Spesso le più giovani, proprio le più esposte, si sottraggono al confronto con le altre per paura di essere ricacciate nella miseria del genere, perché si illudono di essere quelle che hanno risolto il rapporto con l'altro. Salvo sperimentare poi che la libertà non migliora automaticamente i rapporti tra i sessi, semmai li rende ancora più conflittuali.

La legge che abbiamo conquistato è solo uno strumento per la nostra salvaguardia. Oggi noi donne dell'Udi intendiamo chiamare le istituzioni di questo paese alle loro responsabilità, che non riguardano solo l'applicazione della legge, ma anche le azioni politiche con cui hanno favorito, oppure ostacolato, la costruzione di rapporti civili tra i generi.

Tale civiltà non è data in natura e quindi ci aspettiamo azioni concrete che vadano oltre il generico sdegno. La civiltà comincia dalle parole, perché anche il linguaggio è sessuato e noi chiamiamo la violenza sessuata, e non più sessuale, per segnalare l'azione brutale di un genere sull'altro, e chiamiamo femminicidio la morte violenta di tante donne a causa del dominio estremo di un uomo su di una donna. Chiamarlo omicidio è un modo per camuffare le statistiche e far scomparire un fenomeno che è la causa prima di morte per le donne in occidente e nel mondo.

La violenza sulle donne è anche una questione mondiale, com’è sempre stato; oggi però siamo sommerse di notizie, i flussi migratori ci obbligano alla convivenza e sappiamo, con dati alla mano, che in ogni angolo della terra il genere maschile ha messo in atto tutte le storture e le torture possibili sulle donne pur di sottrarsi ad un rapporto reale.

Chiamano culture le diverse facce che il patriarcato assume per imporsi e chiamano famiglia la sua struttura primaria, quella in cui si regolano i rapporti tra i sessi e si controllano le donne e i bambini. Perciò non sarà dalla tanto proclamata salvaguardia delle culture, e delle famiglie, che le donne trarranno vantaggio, quanto dallo scardinamento di un ordine sociale e politico dove c'è uno che pensa, parla, decide, annullando violentemente l'altra.

Noi siamo contemporanee alla donna che abita l'altra parte del mondo e alla donna che dall'altra parte del mondo è venuta a vivere e a lavorare nel nostro paese: questo tempo è quanto abbiamo in comune per individuare strategie e per abitare liberamente il mondo.

(Unione Donne in Italia, www.udinazionale.org  - Roma 12 ottobre 2006)