di Stefano Femminis
A 25 anni dall’uccisione dell’arcivescovo di San Salvador
parla il biografo Morozzo della Rocca.
[Da "Avvenire", 15 marzo 2005]
«Lo si è voluto trasformare in modo ideologico nel simbolo
della frattura consumatasi in America Latina all’epoca della teologia della
liberazione. Ma il suo profilo più vero rimane quello di un uomo fedele alla
Chiesa e al suo gregge».
Il 24 marzo ricorre il venticinquesimo anniversario della morte di Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso mentre
celebrava la Messa
da uomini degli «squadroni della morte» vicini alla dittatura militare. Esce
ora, edita da Mondadori, quella che è probabilmente
la biografia più documentata del vescovo martire Primero Dios (pagine 448, euro
20,00). Abbiamo incontrato l’autore, Roberto Morozzo
della Rocca, docente di Storia contemporanea nell’Università
di Roma Tre. «Primero Dios - spiega - è un’espressione ricavata
dalla predicazione di Romero. Va intesa secondo un
duplice significato. In un senso letterale sta per "Dio anzitutto",
"Dio in primo luogo". In secondo luogo si
tratta di un’espressione idiomatica molto diffusa in America Centrale, usata da
chi si affida a Dio perché sa di non poter contare solo sulle proprie forze, da
chi si riconosce povero».
Nell’introduzione c’è un altro titolo che incuriosisce il
lettore: "L’enigma Romero"...
«Chi è stato veramente Romero? A mio parere le due
risposte prevalenti, alimentate prima e dopo la morte, sono
entrambe fuorvianti. Da una parte si è descritto Romero
come un eroe rivoluzionario, impegnato tout court nella politica;
dall’altra, come un sovversivo, un agitatore fanatico. Basti pensare che l’oligarchia
salvadoregna gli aveva dato il soprannome di marxnulfo (giocando sul suo secondo nome). Queste immagini tradiscono la
verità storica. Romero aveva una personalità
complessa: era un timido, ma quando predicava e denunciava gli abusi contro i
più deboli la sua vigoria era tale che sembrava quasi crescere di statura; era
un uomo semplice, quasi dimesso, ma nessuno può negare che fosse diventato il
salvadoregno più conosciuto e più autorevole nel mondo (non a caso fu candidato
al Nobel per la pace). Ancora, Romero cercava di dire
sempre una parola chiara, ma nello stesso tempo dialogava con tutti, non era
certo un uomo di parte, cercava soluzioni per il bene comune. Soprattutto, Romero era un uomo profondamente religioso e molto fedele
alla Chiesa e al suo gregge».
C’è chi individua a un certo
punto della vita del vescovo una sorta di improvvisa conversione; altri negano.
Lei che cosa ne pensa?
«La convinzione che ho ricavato dal materiale esaminato è che Romero, per il suo senso di responsabilità, si adeguò
coraggiosamente a mano a mano che la situazione cambiava. Un conto era fare il
parroco di campagna, come nel 1944, un conto era diventare arcivescovo in un
Paese che, per quanto piccolo, negli anni Settanta era nell’occhio del ciclone
della guerra fredda. Era consapevole della responsabilità di pastore e sapeva benissimo
di essere, non de iure ma de facto, il primate del Salvador. Quando le
violenze e le persecuzioni verso il popolo e verso la Chiesa aumentarono, non si
tirò indietro. Ad esempio, fu certamente cruciale l’uccisione
del gesuita Rutilio Grande, episodio che sconvolse il vescovo. Egli
racconta di avere provato, nella notte di veglia, una fortaleza, una fortezza mai sentita. Ma, nel
complesso, ciò che cambiò non fu Romero, fu la
situazione circostante».
Come si arrivò alla decisione di uccidere Romero?
«Non è ancora stata fatta chiarezza al 100%, anche perché, dopo gli accordi di
pace in El Salvador, un’amnistia ha cancellato tutti
i reati commessi dal 1980 al 1992. Varie inchieste, anche a livello
internazionale, individuano il mandante dell’omicidio nel maggiore Roberto D’Aubuisson, leader dell’estrema destra e creatore degli
"squadroni della morte", morto nel 1991. Non è mai stato chiarito
però se ci fosse un livello ancora superiore a D’Aubuisson. Romero fu eliminato
perché era considerato appunto un sovversivo e qualunque sua
parola veniva interpretata come un messaggio politico. In realtà Romero non si schierò mai, criticò sempre le violenze da
qualunque parte venissero. Quello che diceva lo diceva
non per seguire qua lche ideologia ma perché
applicava il Vangelo, l’amore per i poveri e per la giustizia, la dottrina
sociale della Chiesa».
Oltre a quanto ci ha già detto, quali sono gli elementi di
novità di questa biografia?
«Il principale consiste nella possibilità che ho avuto di consultare tutti i
documenti custoditi nell’archivio dell’arcidiocesi di San Salvador: ad esempio
le lettere personali scritte e ricevute da Romero fin
dagli anni Trenta, una serie di omelie mai pubblicate,
lo scambio di missive con la
Santa Sede negli anni difficili delle persecuzioni, persino
il diario manoscritto di monsignor Rivera Damas, il successore. Poi c’è una parte in cui, come
storico, mi è sembrato giusto far rilevare la dubbia attendibilità di alcuni documenti. Mi riferisco in particolare a una nota intervista a Romero che
un giornalista guatemalteco pubblicò il giorno dopo l’omicidio: nel libro
dimostro che si trattava di un falso».
Allora che cosa sinora ha impedito la sua beatificazione?
«Il motivo credo stia proprio nella strumentalizzazione che, suo malgrado, Romero ha dovuto subire, rimanendo vittima, anche in ambito
ecclesiale, di una frattura in cui non si riconosceva, quella tra una Chiesa
tutta orientata sulla teologia della liberazione e una Chiesa ancora fedele al
modello coloniale dell’alleanza tra trono e altare. Forse, seppure a distanza
di 25 anni, vi sono ancora in America Latina residui di antiche
divisioni e probabilmente non si vuole approfondirle».
Che cosa rende così attuale il messaggio di Romero?
«Romero è un martire e il messaggio che offre ai
cristiani e a tutti gli uomini è molto chiaro: preservare la propria vita
fisica non può essere più importante del Vangelo, della sequela di Cristo,
della carità. Si può perdere la propria vita e, proprio per questo,
guadagnarla. Romero sapeva di essere in pericolo e
poteva fuggire, gli avevano offerto ospitalità a Roma; molti, anche tra i suoi
amici più fedeli, gli suggerivano di anda rsene per un po’. Ma lui rispondeva sempre che, se il suo gregge era in
pericolo, non poteva andarsene, se i più deboli erano minacciati egli voleva
condividere la sorte di tutti. E così ha fatto, sino
alla fine».
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