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sulla trasmissione RAI 3 “Cominciamo bene”
Dal momento che ci
chiedi di avanzare le nostre critiche, io che mi sono auto condannata a fare
Anzitutto la figura del
nostro Fausto mi è piaciuta. Rispetto al cipiglio dell’altro, tutto supponenza
ed arroganza, Fausto appariva un capolavoro di equilibrio.
Sia benedetto Iddio che tra di noi ci sia qualcuno che
rappresenti la risurrezione!
Intanto mi chiedo perché dobbiamo giustificare la scelta del matrimonio
quale scelta che rende l’uomo davvero incarnato nella concretezza della parità
assoluta con gli ultimi per via di un processo di immedesimazione
che sarebbe impossibile (o quasi) al celibe. Forse non aveva torto, il
grinzoso, ad affermare che tanti preti celibi hanno
realizzato la condivisione più piena. Potrei citarne alcuni
io, ma mi limito al fondatore della congregazione (attorno alla metà
dell’ottocento), che ho lasciata: visto che a Palermo non c’era un giorno che
non morisse qualche povero per fame, se ne stava tutta la giornata ad
elemosinare col sacco sulle spalle, finché a sera non potesse mangiare assieme
ai poverissimi i bocconi di pane raccolti; e da allora nessuno morì più per
fame (basterebbe spulciare le cronache del tempo). E
non parliamo di tante suore missionarie (non tutte, certamente), eroiche per
davvero.
Celibi o sposati, si
può essere umanissimi o disumani. Ci sono tanti modi di incarnarsi negli
ultimi, non solo attraverso l’uso del sesso (nella forma benedetta da Dio): non
dobbiamo dare adito a valutazioni malevole di essere
dei frustrati e dei sessuomani. Chi oserebbe
sostenere la tesi che è necessario sposarsi per essere
persone mature? Come è errore catalogare tutti i
celibi quali esseri estraniati e…. davvero frustrati,
così è errore catalogare gli sposati come le persone più realizzate nel campo
umano. Non cadiamo nello stesso errore di una chiesa sempre in difesa e in
attacco.
Scusate se riporto
una mia esperienza. Dopo avere scritto il libro “Oltre il Nulla”, ho subito un
vero e proprio processo per i miei errori e i miei
fallimenti. Sapete come me la sono tolta? Dicendo (MA
ERO SINCERA) di meritare l’accusa, ho accettato che la mia vita fosse
costellata di errori e di fallimenti. Ma attraverso
questi ho iniziato un processo di liberazione. Chi
“resta”, forse, non ha bisogno di attraversare il crogiuolo della sofferenza,
di cui invece ho avuto bisogno io.
Non voglio sfilare
qui la litania dei soliti discorsi pro matrimonio dei preti. Ma
quando siamo intervistati puntiamo su pochi concetti chiari, nettamente chiari.
Ne avrei parecchi da elencare come tutti gli altri.
L’importante è avere un atteggiamento sereno, non accusatorio (accusare è
sempre indice di frustrazione), ma fermo nel dire incisivamente
che non si può privare dell’esercizio pastorale a motivo del matrimonio, che è
un sacramento, non inferiore a quello dell’ordine.
Perché sia apprezzato
il valore del celibato, non c’è bisogno di porlo nel grado più alto della
perfezione; basta riconoscere che è un MEZZO di intensa
unione a Dio e di comunione ai fratelli, così come lo è il matrimonio. Si
tratta di due MEZZI, utili se non si considerano alternativi l’uno all’altro…
ECCETERA.
Ma bisognerebbe che noi, insieme, ci
confrontassimo sui punti più essenziali. Se ne aveste
voglia, potremmo farlo. Ma mi raccomando (e lo
raccomando a me): essenzialità, brevità, incisività!
Vi abbraccio, A.
***
(lo scritto in rosso è di A.)
Cara A.,
importanti le tue
osservazioni, che non si possono non condividere. Radicalismi e atteggiamenti
accusatori sono pericolosi e inducono alla miopia e alla faziosità. Dato questo
per scontato, aggiungo.
Non ci sarebbe bisogno di spezzare una lancia
in favore del diritto naturale al matrimonio,
[ma caro, che senso ha parlare di un diritto naturale, se si è
fatta una scelta POSSIBILE anche da un punto di vista naturale? Facciamone una
questione antropologica ricorrendo all’esempio degli animali (scusami): quanti
sono nella foresta vergine i maschi che possono permettersi di unirsi alle
femmine? Il maschio forte tiene bene a bada i possibili concorrenti…]
Se non fossimo condizionati da una cultura
clericale, che non ha MAI visto la corporeità come un dono di Dio "valde bonum"; se non
avessimo fatto del celibato un titolo di privilegio per fare i cristiani di
serie A (i celibi per elezione) e quelli di serie B (chi usa il matrimonio come
"remedium concupiscientiae");
se non fossimo vittime di quella cultura pagana (stoica, gnostica, manichea), che demonizza il piacere sessuale, per cui lo spirito milita contro la carne; se non fossimo
eredi di quella mentalità, che considera le pulsioni come un “meccanismo
esclusivamente genitale” e trascura la complementarietà dei sessi, l’istinto di
conservazione e di perpetuità della specie, il diritto alla paternità, ecc.
[La questione della sessualità negata la conosco bene, ed io ho
portato avanti più volte e con insistenza la tematica a cui tu accenni. Questo
è un discorso globale, che sta alla base della forma
mentis clericale, presente – oggi - ancor più che a causa del cristianesimo,
dalla società laica, la quale ha bisogno, per poter essere trasgressiva,
dell’opposizione restrittiva, ascetica,
proibitiva e quant’altro…. tutti si prostrano
rispettosi di fronte alle figure ascetiche: NE HANNO BISOGNO. Ma ci vorrebbe un libro intero per spiegare bene il
fenomeno. A noi interessa ben altro. Diamo per scontato che la chiesa è
sessuofobia: è verissimo. Parla della famiglia e del matrimonio in termini
esaltativi e si contraddice dopo un secondo, nello stesso periodo
(quando scrive). L’ho dimostrato più volte in vari interventi. Ma, nonostante ciò, esistono preti celibi che sono sereni
nel vivere la sessualità con molto equilibrio. Il prete sposato ha l’onestà di
dire che non ha un simile carisma e che se ne è
accorto tardi, a differenza di altri preti che non ne hanno il coraggio. Resta
la realtà che il diritto canonico è severissimo e prende misure punitive,
indegne di un agire evangelico. Resta il dato di fatto che chi è maturo nel campo
della sessualità, anche tra i preti sposati, tratta la materia nella verità, ma
sapendo che la questione è complessa, perché investe una mentalità dura a
morire, e, ripeto, non si tratta solo di cristianesimo. Perfino Gandhi, pur sposato è un sessuofobo:
sic! Quel che c’è da puntualizzare in una trasmissione
è l’aspetto fenomenologico: l’essersi trovato in una
situazione di crisi esistenziale è stato benefico perché ha permesso di
rivedere la propria vita, uscendo da uno stato di negazione della sessualità e
dell’affettività, che è ingiusta soprattutto a chi si vede strappare, per
seguire la verità-del-suo-essere, la vera vocazione
di fondo, e cioè la scelta presbiterale. Aggiungo subito che dire queste cose
senza toni accusatori verso le persone, non significa indulgere sulla gravità
della cosa, ma puntualizzare che la questione è seria, e va oltre lo specifico
della chiesa cattolica occidentale…., e che di
fatto “io-persona, come tanti altri
fratelli, abbiamo subito conseguenze esorbitanti rispetto al diritto a fare
cose possibili”. Lasciare nello sfondo la questione della sessuofobia richiede
arte e garbo, perché il fenomeno, ripeto, è più vasto
di quanto non si possa pensare.
Credo stia qui una delle sfide, che ci
riguardano: chi ha superato lo scoglio del celibato, non dovrebbe offrire un
esempio di famiglia diversa, uno stile di vita alternativo, cioè
qualcosa “altro” dalla famiglia-fortino o trincea che esclude, non include i
fratelli? Ti rimando al mio libro “L’eresia dell’amore”, al
capitolo V: “Famiglia nuova” e all’VIII: “La materia”. Don Zeno
sostiene: chi produce il disagio sociale degli orfani, vecchi al ricovero,
agonizzanti per solitudine, ecc.? Dov’è l’apertura
universalistica di quel: “Voi tutti, poi, siete fratelli”? Esiste una “famiglia
cristiana” da proporre a chi cristiano non riesce ad esserlo per le nostre
incoerenze e infedeltà? La nostra pratica della “fede” se non produce proposte
di vita “impossibili alle forze umane”, se non ci fa andare oltre l’egoismo e
l’individualismo, che fede è?
[Qui, come al solito,
trasbordi: l’argomento va visto a spicchi, e il generale deve restare sullo
sfondo]
“Forse non aveva
torto, il grinzoso, ad affermare che tanti preti celibi hanno
realizzato la condivisione più piena [con i poveri] …”
Perdona, lasciami precisare. Si dà
per scontato, che tutto il mondo sia come il "nostro" mondo. Niente affatto! Gli esperti calcolano, che la
società del "benessere di massa" produce uno scarto umano del
7%. Anche qui ci sono sventurati, ma, per lo più, sono
vittime di disgrazie, delusioni, naufragi familiari. (Non
ignoro le malattie generate da ben altre "povertà": bulimia,
anoressia, depressione, disperazione) Nel nord del mondo, grazie a mille
organismi, è quasi impossibile morire di denutrizione. Ciò che qui è
ECCEZIONE a sud del mondo è REGOLA. Là quando ne aiuti dieci, ne arrivano cento; risolvi il caso di cento,
ne accorrono mille. Noi non abbiamo esperienza delle macroscopiche
ingiustizie strutturali, del male istituzionalizzato. Alle parole non
corrisponde una realtà. Quindi si tratta di un
prodotto della mente, non di un fatto che sentiamo sulla pelle. La mia tesi
(che non c’è stato il tempo di spiegare) è che se uno viene a trovarsi in una
situazione di emergenza e, oltre tutto, senza il
manuale d’istruzione, senza l’equipaggiamento indispensabile, è TEMERARIETA’
buttarlo nel fuoco e pretendere che non si bruci! Dato ma non concesso che il
matrimonio sia una realtà di Dio, che debba per forza “bruciare”. Io produco questo argomento come un “a fortiori”.
Si capisce…
“E non parliamo di tante suore missionarie
(non tutte, certamente), eroiche per davvero...”
Forse è ora che dall'eroismo di vivere-PER, scendiamo (kenosi)
a quello ben più eroico del vivere CON. E' troppo facile esaltare Madre Teresa e
sue/suoi emuli! Indubbiamente ha fatto bene ad acquisire clienti per il Cielo,
mandandoli in paradiso con il sorriso sulle labbra piuttosto che con la
maledizione nel cuore. Ma chi ha vissuto sulla pelle le situazioni di ingiustizia imposta dalle leggi del mercato globale non
può non sostenere, che, per stare dalla parte dei depauperati, bisogna chiamare
per nome, denunciare e battersi contro le radici del male, contro l'egoismo
spacciato per interesse personale, contro l'individualismo collettivo e
conseguente accumulo di beni, che è celebrato dai preti come "benedizione
di Dio". E i popoli spogliati delle loro risorse
naturali, materie prime, forza lavoro, sarebbero meritevoli della
"maledizione di Dio"? La storia ci sollecita, che da buoni samaritani del pronto soccorso
(inevitabile) ci facciamo buoni
samaritani della politica, denunciatori delle cause strutturali del
male, martiri della giustizia sociale. Non possiamo più ricorrere all’aspirina quando è in corso una metastasi sociale. Lo so
benissimo che non si può sparare sull’ambulanza, ma è sulle istituzioni
costituite nel male organizzato, pianificato che bisogna sparare.
“Celibi o sposati, si può essere umanissimi o disumani. Ci
sono tanti modi di incarnarsi negli ultimi…”
A patto di calarsi nella loro condizione
sociale ed economica. Ho visto con i miei occhi quanti eroici missionari non si lasciano mancare nulla e riproducono sui
"calvari" le condizioni di vita, che avevano nel primo mondo. In
piena foresta, frigorifero a gas, gruppo elettrogeno, per illuminare che cosa?
Lo stridente, assurdo contrasto tra il loro tenore di vita e quello degli
oppressi? Oppure chiese col marmo di Carrara assediate
da capanne di fango. Senza parlare di inculturazione, perché il nostro etnocentrismo
(noi siamo l’ombelico del mondo! Tutti i popoli devono essere a nostra immagine
e somiglianza) ha fatto e continua a fare stragi di
culture e religioni autoctone. Suore e missionari eroici ce ne sono, ma sono
eccezioni, purtroppo! E che dire di certe scuole
cattoliche (che, sotto-sotto, barattano la cultura con la fede?), delle conversioni del riso, dei pacchi
alimentari in cambio della messa domenicale? Da sempre i missionari si danno da
fare per lenire le piaghe inferte dai popoli
briganti ai popoli depauperati della storia. Che cosa è cambiato? Non è forse ora che denuncino le cause
strutturali, non solo a parole ma producendo esempi alternativi, forme di
convivenza sullo stile degli atti degli apostoli o giù
di lì?
“non dobbiamo dare adito a valutazioni
malevole di essere dei frustrati e dei sessuomani.
Chi oserebbe sostenere la tesi che è necessario
sposarsi per essere persone mature?
Don Fasani, dando
del “frustrato” a me, lo ha dato a tutti quei preti cattolici di rito
orientale, che vivono il loro matrimonio benedetto da
quella chiesa, di cui lui è ministro; ai pastori anglicani passati alla chiesa
cattolica con la famiglia; ai preti ortodossi, ecc. Dovremmo chiamare
“frustrati” tutti quei cristiani, che non resistono al “fuoco della passione”,
i nostri genitori compresi, che ci hanno messo al mondo con un sacro amplesso
carnale, non angelico?
E perché non
ricordare il prezzo che il celibato obbligatorio impone alla chiesa di rito
latino? Le migliaia di preti pedofili, alcolizzati, depressi, alienati,
disperati e in cura psichiatrica, ecc.? La chiusura
dei seminari minori non è l’ammissione, che indottrinare dei ragazzini in clima
di apartheid è una delle cause di tanti disastri affettivi, di alienazioni e
aberrazioni? Sul conto di chi metteremo queste vittime, che fanno altre vittime? Eppure nel terzo mondo i
seminari scoppiano di vocazioni. Quanti minori sentono il richiamo (“vocati”), più che altro, della promozione sociale (il
privilegio d’essere prete) e della possibilità di sfamarsi?
Io sono frustrato (questo sì!) da una fede
ridotta a spettacolo, non praticata; sono
frustrato da una chiesa che pretende evangelizzare i poveri e non di essere da essi evangelizzata; sono frustrato da una pratica cristiana
che è funzionale e fa da supporto ideologico a politiche economiche, che
immolano ogni anno 40 milioni di persone.
Cosa avresti risposto, tu, don Fasani, a un ragazzino
abbandonato, il quale dietro le mie insistenze risponde: “Voi dite che Dio è
Padre? Ebbene: cosa ho conosciuto io di mio padre?
Solo le botte e l’abbandono dei miei sei fratellini, che io mantengo con gli
scarti del mercato… So solo che ogni sabato sera dovevo andare a prenderlo al
postribolo e trascinarlo a casa ubriaco fradicio. Se
Dio è padre deve essere uno che dà le
botte e ogni sabato sera ecc.”. Noi siamo soliti “contemplare” le stigmate di
un “cristo occidentale” e ignoriamo i Calvari del terzo mondo…
E non ci rendiamo conto, che, proprio noi che
pretendiamo di convertire il mondo, neghiamo a Dio il diritto di essere padre di tutti, in quanto non riconosciamo ai
fratelli il diritto alla vita. Noi moriamo per eccesso, loro per difetto.
“quando siamo intervistati puntiamo su pochi concetti chiari...”
Sì, certo, qualora ci riconoscessero il
diritto di replica.
D’accordo, purché
si tenga conto che è difficile negare, a chi è stato in prima fila sul
Calvario, il diritto all’indignazione. Se mi schiacci i piedi, se mi calpesti cuore e anima, non
posso cantare la violetta! Certo, è meglio esprimerla nel modo più pacato possibile.
“non si può privare dell'esercizio pastorale a motivo del
matrimonio, che è un sacramento, non inferiore a quello dell'ordine.
Non c’è inconciliabilità tra ordine e
matrimonio e ciò è corroborato dalla pratica apostolica,
dalla parola esplicita di Paolo (1 Cor 9,5), dalla tradizione fino al
dodicesimo secolo e oltre.
Non è ora di ammettere, che la norma
disciplinare del celibato obbligatorio, produce più disastri che benefici
in nome di una presunta quanto contraddittoria superiorità nei confronti dello
stato matrimoniale? Che il solito sabato,
viene fatto venire prima dell’uomo e delle sue
fondamentali e inalienabili esigenze?
Fausto