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Novembre
2006
Cara
Ausilia,
ieri
sera ti ho chiamata al cellulare, facendo sosta in autostrada. Dopo due o tre
tentativi falliti ho tirato dritto per tornare a
casa. Mio marito mi aspettava, sono riuscita a controllare il mio
malessere, abbiamo fatto due chiacchiere e poi mi sono addormentata,
abbracciata a lui e con il volto dell'altro costantemente di fronte a me,
sperando che il Signore possa fare quello che io non
so fare: mettere un po' di pace nel mio cuore in tumulto. So che dopo ogni
incontro, per due o tre giorni è così... ; poi, in parte,
passa. Ci si può sentire felici
e affranti allo stesso tempo? Incontrarlo, passare anche soltanto
qualche ora in sua presenza, dargli un regalo e vederlo sorridere contento e
impacciato è una grande gioia ma anche un grande
dolore. C'è qualcosa di malsano in tutto questo? Non so più cosa pensare ...
Provo a chiamarti stasera ma soltanto per un breve saluto.
Buona
giornata
Carolina
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Ci parleremo per telefono.
Per ora ti anticipo dicendo un detto latino che ben conosci: “principiis obsta!”.
Sii vigile. Non impegolarti in una situazione che ti darà solo sofferenza!
Ti abbraccio, A.
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Vorrei riprendere il
discorso sulla partecipazione alla Messa che ti facevo
ieri sera, per provare a spiegarmi meglio
Sono convinta che la
partecipazione a forme di culto collettive è importante. Lo è in modo particolare la cena che Gesù ha chiesto
di fare in sua memoria . Per dare senso all’esperienza,
però, è necessario poter condividere il sistema simbolico comunemente
riconosciuto. Questo rafforza il senso
di appartenenza alla comunità composta di individui legati da un profondo desiderio di
vivere la dimensione
spirituale con la massima apertura verso
l’altro, l’ uno accanto
all’altro. Ma, ripeto, perché l’esperienza abbia significato, mi sembra necessario poter riconoscere nei gesti e nelle parole liturgiche un
codice comune che rimanda ad un sistema
di valori condivisibile. Questo per me
non è sempre possibile nell’ambito della liturgia cattolica. Le parole
che ho sentito pronunciare durante
Se
un gesto visibile di non adesione potesse trasformarsi in un invito
alla riflessione, se potesse far emergere il bisogno di un
linguaggio diverso, non sarebbe da preferirsi ad una distaccata e
passiva partecipazione? Non so... forse sto costruendo delle muraglie
ideologiche... Eppure mi sembra che il rigetto ormai emerge, con un
disagio anche fisico, da tutto il mio
essere, non soltanto dalla mente.
Come
sempre il tuo punto di vista è prezioso. Ti auguro di ritrovare al più presto la forza fisica.
Carolina
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Cara Carolina,
Ausilia mi passa la tua lettera di riflessione sulla partecipazione
eucaristica.
Le tue riflessioni sono profonde perché sentite.
Il problema del concepimento asessuato di Cristo, della verginità pre, durante e post partum
ed altri problemi teologico-dogmatici annessi, sono vivi ancora, ma solo nella nostra cultura
occidentale che, ahimè, è dominante nelle formulazioni telogiche.
Qui mi preme riflettere con te sulla comunione eucaristica che è data dal
condividere
Io punterei su questo.
Il resto è superfluo.
La gran parte delle nostre eucaristie non sono "verità" perché vi
partecipiamo magari essendo in contrasto con l'amico o l'amica o il parente,
perché sono faraoniche come certe celebrazioni pontificali, perché sono anonima
osservanza di un precetto, perché con il vicino non condividiamo nulla... E
potrei continuare.
C'è un solo punto al quale noi dobbiamo tendere: il sacrificio del Cristo per
la salvezza dell'uomo.
Che si ripresenta in quel momento.
Che è efficace per noi in quel momento.
Che è dono e salvezza per tutti.
Io faccio molta fatica a partecipare all'eucaristia, ma vi partecipo
perché credo molto in questo.
Un tempo mi arrabbiavo per certe prediche sterili, per
certi commenti biblici ad usum delphini,
per un prete che era più funzionario di Dio che uomo della comunità.
Adesso ho imparato a guardare l'essenziale.
Un abbraccio, Ernesto
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Mia cara, ti rispondo con un po’ di
ritardo, fiduciosa che non me lo rimprovererai. Sì, io ritengo che tu perda tempo a
crogiolarti intorno a problemi che dovresti impegnarti a superare. Attenzione!
Non voglio dire che ti devi mettere la mordacchia e tacere sul tuo intuito, sul
tuo modo di sentire e di pensare. Io, come al solito, ti posso dire come mi sono comportata io, sia per
comunicare esperienze che possono essere utili ad altri, sia perché le
esperienze degli altri con i quali mi sono trovata a discutere su argomenti
simili ai tuoi, mi ha fatto assistere ad un progressivo rientrare di tutti gli
scombussolamenti interiori solo perché loro e solo loro ne sono venuti a capo. Cosa ti voglio dire con ciò? Che devi trattarti come una
discepola di te stessa: ascoltando le ragioni, senza fretta di proporre alcunché. La pazienza con se stessi è
la piattaforma di base per crescere, e questo tu lo sai certamente.
Ma la verità dov’è? Certamente non nelle nostre opinioni; non
nella Chiesa, che si è affannata e si da sempre da
fare per guidare, proporre ed imporre…. La chiesa con questi metodi si è
conquistata molta gente desiderosa di essere guidata passo passo.
Mi ha fatto sempre senso il paragone pecore-fedeli: certo nel Vangelo il
termine pecore ha un particolare significato positivo,
ma a me giova pensare che molti amano fare le pecore. Questo senza disprezzo.
E’ cosa buona che chi coltiva una sua sensibilità spirituale prenda
le distanze dallo spirito di sottomissione, soprattutto circa le idee. Senza
arroganza, dobbiamo riservarci una spazio di libertà
che nessuno dovrà sottrarci. Perché stare a
confrontare cosa vuole e cosa si fa nella chiesa e misurare quello che è giusto
e quello che non va bene? Vedi, cara, io mi sono regolata così perfino nello
studio dei filosofi; e in tutto non mi spaventa vedermi su posizioni diverse,
addirittura opposte.
Però quando mi si chiede come la penso su qualche cosa, dico
davvero quello che penso, fossi pure davanti al Padreterno. Senza
mai trascurare di avere tatto e rispetto per non ferire alcuno.
Come mi trovo
con la pratica di fede? Mi trovo nella Chiesa cattolica come mi troverei in
qualsiasi altra aggregazione. Mi sento sempre una diversa. Ed accetto di stare
dove sto, cercando di cogliere quel bene che c’è ovunque. Perché mi dovrei tormentare del male che fa la chiesa?
L’importante è che io faccia quello che posso per
irradiare quel po’ di bene che ho raccolto qua e là da tante parti, ed ha messo
radice nel mio cuore.
Termino dicendoti che non debbo essere io
ad avere pazienza con te, ma tu con te stessa. Io faccio sempre solo quello che
posso. Con amore, e molto amore.
Sapessi quanto mi basta questo!!!!
Ti abbraccio, Ausilia