La denuncia delle suore Orsoline a favore
delle donne vittime di violenza


Sono ricorse anche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ai ministri Giuliano Amato, Barbara Pollastrini e Paolo Ferrero, le suore Orsoline di "Casa Rut" di Caserta per denunciare il mancato rispetto della legge da parte delle questure che – è la loro diretta testimonianza – non rilasciano più il permesso di soggiorno "premiale" alle donne immigrate che tentano di uscire dalla schiavitù della prostituzione.

L’art. 18 del testo unico sull’immigrazione, infatti, prevede che il questore rilasci «uno speciale permesso di soggiorno» della durata di sei mesi, e rinnovabile per un anno, a quelle donne straniere che cercano di «liberarsi da situazioni di violenza o di grave sfruttamento» o che denunciano i propri sfruttatori, sottraendosi così «alla violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e partecipando a un programma di assistenza e integrazione sociale».

Ma questa importante norma antischiavitù – è la denuncia che giunge dalle suore, che da dieci anni lavorano nella città campana con le donne straniere in difficoltà, la maggior parte delle quali vittime della tratta – è oggi applicata «con totale discrezionalità dalle questure italiane che, di fatto, la hanno disattesa». Il permesso di soggiorno, infatti, sarebbe rilasciato solo alle donne che denunciano il loro sfruttatore in maniera assolutamente circostanziata, mentre alle altre che hanno «semplicemente avviato un percorso di emancipazione senza sporgere denuncia» sarebbe negato.

Anche il vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, si è schierato dalla parte delle religiose sottoscrivendo la lettera alle istituzioni dello Stato. «La nuova legge sull’immigrazione Bossi-Fini», scrivono le suore, «formalmente non ha apportato nessuna modifica all’articolo 18 della normativa vigente, ma nei fatti questo è stato applicato con lo stesso spirito restrittivo e contro la persona che la legge, nella sua interezza, manifesta. Lentamente l’ex art. 18 è stato così privato della sua potenzialità di liberazione e di forte valenza sociale, diventando quasi esclusivamente uno strumento in balia della discrezionalità delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, utilizzato in maniera restrittiva e univoca per la sicurezza e l’ordine pubblico». In una parola, sostengono le religiose, il «permesso di soggiorno speciale» si è, via via, trasformato in un «permesso premiale» solo per quelle donne che sono in grado di denunciare i criminali che le sfruttano. Una finalità di contrasto alla criminalità del tutto condivisibile che non può, però, fanno presente le religiose, «escludere l’altra, eminentemente sociale, che vede e riconosce in queste giovani donne delle vittime».