IL PARADOSSO DEL CELAM: PARLARE DI DISCEPOLATO
SENZA
DIRE NULLA DI GESÙ
Voleva essere un invito a tutte le
comunità del Continente a contribuire alla preparazione della V Conferenza
dell'episcopato latinoamericano (in programma ad Aparecida,
in Brasile, nel maggio del 2007), ma il Documento di
Partecipazione diffuso dal Celam (Consiglio
episcopale latinoamericano) nel settembre
Di seguito il testo del teologo, in una nostra traduzione
dallo spagnolo.
Il testo inviato dal Celam in preparazione della V
Conferenza che si realizzerà nel 2007 ad Aparecida
presenta, come tema principale dell'Assemblea, quello del discepolato
e dei discepoli. Il testo contiene un capitolo che vuole dare un'esposizione
teologica del tema del discepolo. Questo tema è molto importante e apre molte
porte. Tuttavia, la teologia del capitolo avrebbe bisogno di alcune
aggiunte, perché è piuttosto insufficiente.
I teologi che hanno preparato questo testo sono riusciti a scrivere un intero
capitolo sul discepolato senza menzio-nare mai
l'attività di Gesù. Bene, essere discepolo
significa apprendere da un'altra persona. Eppure, nel
testo non si rileva assolutamente cosa i discepoli apprendano da Gesù. Non si vede il messaggio del maestro, né la sua
pedagogia, né il riferimento alla cultura del tempo.
Il Vangelo di Giovanni dice che
I discepoli di Gesù non sono come gli studenti dei dottori in legge. Non
studiano una legge. Non sono come gli alunni dei filosofi, perché i discepoli
di Gesù imparano l'operato
di Gesù e non idee, dottrine, giochi intellettuali. I
discepoli non sono come quelli che studiano le scienze moderne, perché nelle scienze moderne non è il modo di vivere del professore che
ha importanza, ma l'oggettività dell'osservazione e della sperimentazione, come
il rigore matematico per definire le relazioni. I discepoli apprendono un modo
di vivere, un orientamento per tutta la vita. Essere discepolo non vuol dire
studiare teologia, e la stessa teologia può essere
molto pericolosa: la teologia può generare po-tere, capacità di imporsi sugli
altri, sentimento di supe-riorità, qualifiche per una promozione sociale. La
teologia è uno dei principali fattori a sostegno del dominio clericale, del
dominio paternalista, un dominio che tutti i laici percepiscono
sebbene i sacerdoti lo neghino. Essere discepolo
è cambiare vita, ricevere un'illuminazione che induce ad abbandonare tutto
quello che si era per dedicarsi al regno di Dio. Come Pietro e Andrea e
Giovanni e Giacomo, che lasciano le reti, lasciano la
famiglia, lasciano la casa per seguire il maestro.
Per apprendere come
essere discepoli dobbiamo ricor-dare, fare memoria di quello che Gesù ha fatto. Dunque, in forma
molto breve possiamo condensare in pochi punti, i più importanti, l'azione di Gesù, il messaggio della sua vita, che è nella scelta del
suo modo di vivere: che ha fatto Gesù per essere
maestro? Cosa ha insegnato?
1. Innanzitutto, Gesù è vissuto in Galilea, la
regione povera, disprezzata, oppressa del popolo di Israele.
Si è messo a vivere e a realizzare la sua missione fra i più poveri del suo
popolo. Ha vissuto poveramente, come loro. Ha visitato i villaggi poveri della
Galilea, e non è mai stato nelle città di civiltà greca, nemmeno le più vicine:
ce n'era una a sei chilometri da Nazareth. Tutta la sua vita è stata dedicata
ai poveri, perché per lui era in mezzo ai poveri il vero Israele, il vero popolo di Dio. Una grande
lezione per tutti quelli che vogliono essere discepoli.
3. Gesù mostra i segni del cambiamento e della
felicità: cura gli infermi, caccia i demoni, dà da
mangiare agli affamati, restituisce la vita. Noi ci domandiamo se possiamo
imitare Gesù in questo. Di certo non possiamo
compiere i miracoli più spettacolari, sebbene nella storia siano stati
attribuiti miracoli simili ai santi, siano essi ufficiali o no. Ma sicuramente possiamo fare molto per gli
infermi che hanno bisogno di speranza, pazienza, affetto. Il messaggio di
felicità migliora la salute. Demoni sono quelli che provocano tutti i mali:
tristezza, paura, rancore, disperazione, egoismo, ecc. Possiamo cacciare questi
demoni. È probabile che la tradizione popolare abbia ingigantito la
spettacolarità dei miracoli di Gesù, una tendenza
naturale di tutti quelli che si imbattono in personalità
fuori del comune.
4. Gesù denuncia la falsa religione dei sacerdoti,
dei dottori, dei farisei, cioè di tutte le autorità
religiose che hanno la pretesa di essere rappresentanti di Dio e si
consi-derano maestri, sebbene siano solo falsi maestri che insegnano l'errore.
Per questo Gesù, fin dall'inizio della sua missione,
è entrato in conflitto con tutte queste autorità. Non se n'è
stato zitto. È venuto a salvare il suo popolo dalla falsa religione che
volevano imporgli. Perché i vertici religiosi di Israele
erano impositivi e trasmettevano paura e tristezza
invece di felicità.
5. Gesù insegna che Dio non vuole sacrifici,
come non vuole templi né sacerdoti. Vuole giustizia e
misericordia, cioè amore mutuo, fraternità tra tutti.
È un laico e vuole che il suo popolo torni ad essere un popolo
di laici senza una classe superiore. Quelli che comandano dovranno com-portarsi
come servitori, come inferiori, e non come "autorità".
6. Gesù viene
condannato perché è rivoluzionario, perché vuole distruggere il regno di Roma.
Sebbene i Vangeli non riportino atti propriamente politici nella missione di Gesù, è chiaro che l'ideale di Gesù
non era compatibile con l'impero romano e con
l'autorità romana, che non poteva non vedere in lui un pericolo. Non fa atti
politici, Gesù, ma lancia al mondo un messaggio che mette in questione e
condanna tutto il sistema sociale romano. Egli lo sa bene, e sa che il potere
di Roma scomparirà quando Dio lo vorrà.
7. Gesù non fugge quando
scopre che lo ammazzeranno. Continua a parlare e ad agire e accetta il martirio
per non tradire il suo messaggio. Muore per fedeltà alla missione ricevuta.
Fuggire significherebbe sottrarre ogni credibilità al
suo messaggio. Così fanno molte autorità umane al momento del pericolo. In
questo modo dimo-strano che il loro discorso era falso e menzognero.
Quello che succede è che la cristologia che si sviluppa dopo il Concilio
di Calcedonia si interessa
solo all'unione delle due nature in Gesù Cristo. Le
interessa solo quello che Gesù è. Dice che Gesù fu Dio e uomo, e spiega questa affermazione
parlando di due nature: la divina e l'umana. Queste due nature non sono
paragonabili. La natura divina non ha storia ed è totalmente semplice. Ma nella
natura umana non esiste un momento in cui essa sia
uguale a se stessa. L'essere umano non esiste un momento fuori del tempo e
dello spazio. L'essere umano è una storia, una successione di
atti organizzati in virtù di un progetto di vita. La cristologia
tradizionale si è limitata a commentare quello che Gesù
è secondo il Concilio di Calcedonia e non si è
interessata a quello che ha fatto come essere umano, a
come è stata la sua umanità. Ha preso l'umanità di Gesù
come qualcosa di astratto, non storico. Interessava
solamente che fosse un essere umano. Ossia che avesse la natura umana. Il problema è: come essere discepoli di una pura natura umana, di
un'umanità astratta uguale per tutti? Di conseguenza, nella teologia ufficiale
non c'è stata riflessione sul contenuto della vita di Gesù
a partire dai vangeli.
Il capitolo del documento di preparazione ad Aparecida
non contiene nessun orientamento per la vita umana concreta. Rimane nella linea
della teologia scolastica tradizionale, senza incorporare tutto quello che si è
studiato e scritto negli ultimi 50 anni. Per questo il capitolo sul discepolato non contiene alcun orientamento per la vita in
questo mondo. Offre solamente orientamenti religiosi, come
se essere discepoli fosse compiere atti religiosi. La vita
del discepolo cessa di essere una vita umana laicale, vissuta in questo mondo,
per diventare una vita fuori dal mondo, una vita fatta
di atti religiosi, senza storia, senza progetto, senza lotta, senza sfide,
senza nemici, senza ostacoli. Si torna al modo del famoso libro
"Imitazione di Cristo" di Thomas Kempis, nel quale si parla di tutto tranne che
dell'imitazione di Cristo.
Non si fa alcun riferimento alla vita reale di Cristo. C'è interesse
solo per le sue virtù considerate in forma astratta, fuori
dal loro contesto storico, come se le virtù potessero agire da sole, per
aria, fuori dalla storia umana. In realtà non esiste la prudenza in sé, né la
fortezza in sé, né alcuna altra virtù in sé, non
applicate in circostanze ben determinate. Senza riferimento a situazioni
concrete, queste virtù non dicono nulla e non fanno nulla, sono entità ideali
che non esistono che nel pensiero, e per questo non producono niente.
La teologia scolastica ha eliminato la storia dalla visione del cristianesimo.
Ha fatto del cristianesimo una dottrina, un equivalente della filosofia, che
segue le stesse norme di comprensione. Per i filosofi greci
la storia non è oggetto di scienza. La storia non ha significato, non ha
senso, è una successione arbitraria di fatti senza connessione. Anche nella scolastica il cristianesimo è presentato come
una dottrina universale valida per tutti in tutti i tempi, uguale per tutti. È
uno schema di vita uguale per tutti, salvo che non tutti riescono ad applicarlo
nella stessa percentuale. In questo schema scolastico tutte le generazioni sono
uguali, tutte hanno gli stessi problemi e tutte hanno di fronte un programma di
vita fatto di atti religiosi uguali per tutti i popoli
in tutti i tempi.
Tuttavia, quello che
(José Comblin, Adista n.80 del 2006)