UN INFERNO IN FAMIGLIA
intervista a Susanna Tamaro
MARCO POLITI
L´acqua fa da protagonista nel primo film di Susanna Tamaro.
Il mare sereno-inquieto della riviera triestina, l´acqua dei
torrenti, la rugiada del mattino, la superficie immobile dei laghi: specchi di
luce che si riflettono nei tormenti e nelle violenze di una bella famigliola.
Un microcosmo perfetto ed elegante, anche esteticamente, che
si dissolve nella morte del figlio investito dalla macchina del padre e nell´infarto-suicidio del padre stesso, giunto all´esaurimento del suo delirio di comando e di coercizioni.
Due piani che resteranno distinti per tutta la vicenda.
Di qua la bellezza della natura che non ristora, di là l´aggrovigliarsi di odi, rancori, attrazioni e fallimenti. Soltanto nel
finale - fatto per infondere un barlume di speranza - lo sfavillio di un lago
sotto la neve e le fronde calme di un albero immenso fanno da sfondo ad una
lettera che preannuncia salvezza.
Nel mio amore, il titolo, è una citazione evangelica. In ogni
caso non è tanto l´intreccio che conta nella prima scrittura cinematografica della Tamaro - un genitore orco sfrenatamente violento, un
figlio mite attratto dal messaggio cristiano e in conflitto con il padre, una
figlia egocentrica, una madre oscillante tra il desiderio del marito e l´amore
per i figli - quanto le emozioni stesse della scrittrice che si riflettono nei
grandi occhi scuri e attoniti di Licia Maglietta, la protagonista. Perché se
tutti gli altri, come in un «dramma della passione» medievale, sono maschere
che simboleggiano un aspetto ben definito, Licia con il suo sguardo intenso
rimescola nell´intimo una molteplicità di ruoli:
Ifigenia e Clitemnestra, Penelope e Desdemona, una grande madre mediterranea, debole eppur forte, simile alla
Pietà quando circonda di un abbraccio disperato il cadavere del figlio, e poi
Erinni schifata quando spinge il piede a sfiorare la mano del marito accasciato
sul pavimento del bagno.
La sorpresa, per parafrasare il racconto della Tamaro
che ha fatto da base al film, è di constatare alla fine che «l´inferno
esiste» ed è la famiglia. E l´happy end lo
accolga chi crede, chi ha fede o chi si aggrappa all´appiglio
di una catarsi.
Allora la famiglia, Susanna Tamaro, è il vero inferno?
«Davvero. Molte famiglie, almeno. Perché la famiglia
porta con sé tare profonde, immaturità e nevrosi che non si sanano da sole e
poi diventano valanghe che montano e travolgono».
La società sembra rimuovere.
«Si mostra inconsapevole. E le persone vanno al matrimonio con incoscienza, su
presupposti immaginari, scivolando in un disastro di odio
e incomunicabilità. È terribile».
È anche l´esperienza di Susanna?
«Io non ho vissuto in una famiglia armoniosa, conosco cos´è l´odio».
Ma intanto è di moda esaltare la famiglia, invocare un suo ruolo
decisivo nelle scelte sociali.
«È il mito della sacralità del nucleo familiare. Padri
e madri raffigurati mentre portano amore ai figli e invece vedo piuttosto un
grande egocentrismo. Il figlio è il terzo incomodo oppure produce
attenzioni smodate se non ossessioni e disattenzioni smodate».
La natura irrompe spesso nelle vicende del film.
«È fondamentale, è il richiamo della bellezza che accoglie la tragedia, una
finestra sulla gratuità del bello, il richiamo al mistero che ci sfugge».
L´acqua si impone più di tutto.
«È lavaggio, purificazione. Fin dall´inizio ho voluto che gli elementi fossero molto presenti: il legno,
il vento. L´acqua è rinascita, perché questa è una storia di rinascita».
Susanna Tamaro si interrompe esitante: «Be´, almeno un accenno di rinascita».
Licia Maglietta - la moglie - trapassa dal presente ai flash back, è
spesso sola nel suo cammino di riflessione sul passato, trasale
nel buio della tempesta nella casa di campagna, sfiora vecchie carte nel
silenzio della villa di città. Non ha saputo imporsi nella difesa del figlio
dalle aggresioni del padre, ha sempre ceduto alle
lusinghe del marito, è ambigua, eppure a suo modo non cede. Che
tipo ha voluto raffigurare?
«Ne ho viste tante come lei.
Licia è molto innamorata del marito, ma anche contenta della posizione sociale
raggiunta, è forte di carattere ma debole con il marito. È femminile il suo
modo di non affrontare i problemi, ignorarli, sperando che le cose
miglioreranno... «.
Perché?
«Sono sempre stata affascinata con imbarazzo da questi atteggiamenti.
Quel misto di vigliaccheria, voglia di quieto vivere, sottomissione, un
atteggiamento ancestrale di sopportazione che emerge
in tante donne. Qualcosa che provoca quasi ammirazione.
Si pensa sempre che una persona libera, colta, matura non si comporterebbe
così... e invece!».
Però quel padre così violento, che schiaffeggia il figlio
apostrofandolo di finocchio, che lo provoca urlandogli «adesso porgi l´altra
guancia», non è la caricatura di un orco?
«Eppure ne ho visti tanti di padri così. Un uomo del
Novecento, nichilista, pragmatico, dedito tutto al suo lavoro, represso,
fragile, che non capisce l´ansia di ribellione del figlio. Magari a suo
tempo è stato ribelle anche lui, poi è cambiato».
Brutale.
«Crolla quando avverte di essere senza potere. Ha ucciso il figlio, non ha più
la moglie amata, allora entra in depressione e gli viene un colpo apoplettico».
Ma la moglie lo ha amato al
massimo. Come lo giustifica?
«Perché è bello, è ricco, è il primo che l´ha notata.
E c´è una forte attrazione erotica. L´eros è il
collante di tante coppie, che magari su un altro piano vanno
male».
Una visione molto pessimista.
«Ho visto talmente tante coppie così. Certo ci sono eccezioni, però
esistono molte relazioni distruttive e non sane che si reggono sull´eros. Si mitizza troppo la famiglia. Costruirla e
tenerla nel tempo è difficile. Amare richiede grande
maturità spirituale e apertura mentale. Difficile è non soccombere. Io credo
alla famiglia ma non credo che basta sposarsi per fare
una famiglia».
C´è una messa funebre nel film in cui il prete invita a pregare
per il Papa, i vescovi, i sacerdoti e improvvisamente si sente un urlo «Fate
schifo!». È il fallimento della Chiesa istituzionale?
«Quando ci sono
matrimoni e funerali, il prete recita formule a cui nessuno fa più riferimento.
Cose che non parlano più a nessuno. Bisogna cercare
qualcosa di nuovo».
Ma c´è un personaggio, un pastore nell´alpeggio,
che lascia trasparire un messaggio religioso.
«Sì, ho voluto che fosse un uomo fuori dagli schemi. Ma
io preferisco parlare di fede piuttosto che di religione. La fede è una via di
libertà e di liberazione dalla paura. La religione è un fatto diverso, è un´eredità, evoca formalismi, un tempo era collante della
società, oggi ha perso credibilità».
La fede, invece?
«È ricerca, voglia di parlare con parole nuove, è anche mistero. Perché io credo e mio fratello no?».
Lei non ha mai voluto essere definita una scrittrice cattolica. Per quale motivo?
«Non sono cresciuta in un ambiente del genere.
Certo ho il battesimo, ho la fede, ma non mi sono mai vista come una che segue
un indirizzo stabilito. L´apertura al mistero non è un fatto confessionale».
Nel film il messaggio finale è comunque
religioso. L´amore soltanto, e soprattutto il perdono, salvano
dalla disperazione.
«L´amore è l´unica dimensione che rende interessante la vita, ma non
va banalizzato, è la cosa più difficile in assoluto. Oggi impazza il
sentimentalismo e invece l´amore è un sentimento impegnativo».
E il perdono?
«Ognuno porta una ferita in sé. L´unico modo di sanarla è la
compassione e il perdono».
La parola impazza sulle pagine delle cronache e delle dirette televisive.
«E io impazzisco quando alla tv assisto alla banalizzazione del perdono,
richiesto o concesso! Ma come? Ci vuole una vita e
spesso non è neanche detto che uno ci riesca. Però
resta l´unico modo di liberarsi dalla zavorra».
Susanna, dopo questo film tornerà alla scrittura?
«Ho scelto questo progetto perché non sopportavo più la solitudine
assoluta dello scrittore, una cosa terribile. Le mie batterie erano esaurite,
avevo bisogno di creare insieme ad altri. Vorrei
continuare per qualche anno a girare film. Io sono una persona socievole. Mai
più un inverno a scrivere da sola, meglio i Caraibi!».
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